ENZO DEL RE: TRE "VENE CREATIVE" DA VALORIZZARE PER SOTTRARLO AL CONO D'OMBRA

di Waldemaro Morgese.

[Pubblicato in data 07-08-2026 sul sito Www.casinamorgese.it nella sezione News&Archivio]


Il nemico è cambiato

Rischiamo di diventare

Il suo migliore alleato

Se non si studia per questo

La strategia adeguata

Presto!

Giovanna Marini, “La Vivazione”.


Chi scrive si giova di aver conosciuto personalmente Enzo Del Re a partire dal 1969 (le circostanze le ho ricordate in “Quando aspettando Dario Fo conobbi Enzo Del Re”, su “La Forbice” n. 2 del 2021, ove c’è anche un articolo molto partecipato su Enzo di Piero Fabris ) ed anche di aver prodotto, quale direttore di Teca del Mediterraneo (Biblioteca Multimediale e Centro di Documentazione del Consiglio Regionale della Puglia), nel 2010, l’unico film-biopic strutturato su di lui ancora vivente, con l’eccellente regia di Angelo Amoroso d’Aragona, intitolato: “Io e la mia sedia” (vi sono inseriti anche spezzoni significativi tratti dall’archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico). Il biopic è su YouTube, oltre che visibile su un dvd stereo in formato Pal B 16:9 della durata di 63’30’’, pubblicato dalle Edizioni dal Sud – Collana Percorsi di Teca/11. Desidero anche aggiungere che “Io e la mia sedia” faceva parte di un programma di valorizzazione dell’identità pugliese attraverso la selezione di storie e personaggi significativi, concepito presso la Teca del Mediterraneo, di cui ha fatto parte il film documentario “Leonardo” (sulla comunità cinese a Bari), il film-biopic su Cecilia Mangini (“Non c’era nessuna signora a quel tavolo”), il recupero digitale del primo e anche ultimo film muto pugliese “Idillio infranto”, la rassegna letteraria “Building Apulia: la Puglia che scrive, che edita, che parla di sé”, la collana editoriale “Percorsi di Teca”, alcuni brain-storming sulla Puglia nel Mediterraneo, e altro.

Nel corrente 2026 la tradizionale kermesse che si svolge in onore di Enzo Del Re da vari anni a Mola di Bari – sua città natale - ha individuato come destinatario del “premio Enzo Del Re” il rapper Caparezza, peraltro contestualmente impegnato in un tour di 22 tappe che lo vede eseguire all’inizio di ogni tappa la sua cover da “Il Banditore”, canzone di Enzo del Re inserita originariamente in un vinile da lui autoprodotto nel 1974.
La prima edizione del “premio Enzo Del Re” (anno 2023) ebbe come destinatario Vinicio Capossela, che cantò con Enzo vivente negli ultimi anni ed interpretò più volte la sua musica, consegnandoci anche varie cover fra cui “U Nav’gant” (originariamente inserita in un vinile autoprodotto da Enzo Del Re nel 1973).
In una delle numerose interviste rilasciate da Caparezza per l’occasione si può leggere: «Enzo Del Re è un artista coerente con le sue idee, ostinatamente coerente. Tocca tanti argomenti che mi stanno a cuore ancora oggi. Ed è sperimentale. Ha tanti elementi che fanno bene all’arte in generale» (cfr. Corriere del Mezzogiorno – Puglia, 30 luglio 2026). Nel mare magnum delle dichiarazioni e dei moti del cuore che hanno accompagnato la kermesse, queste parole forse sono sfuggite all’attenzione; se sono sfuggite è un peccato, perché Caparezza con acume ha focalizzato la questione fondamentale su cui occorrerebbe concentrarsi se si vuole sul serio valorizzare Enzo Del Re oltre il solo eventismo (per quanto finora meritorio, nell’assenza del resto) e le correlate appropriazioni della “politica politicante”.

Eventismo e appropriazioni che Enzo Del Re avrebbe di sicuro aborrito (ma questo magari è un dato meramente biografico, sottolineato per puro scrupolo “filologico” e nulla più!)

La figura di Enzo Del Re è, come ha osservato anche Caparezza, musicologicamente complessa e articolata, tanto che – a mio avviso - in lui possiamo individuare (e scomporre a vari fini ermeneutici) almeno tre “vene creative” (per così dire), alquanto ben contornate, le quali trovano latamente pur se non in sequenza cronologica una qualche corrispondenza nella sua vicenda vitale.

Per verità già nell’intervista fattami dal regista Amoroso D’Aragona e inserita ad inizio del film-biopic “Io e la mia sedia”, avevo provato ad individuare almeno due di queste “vene” (quella identitaria o se si vuole politico-identitaria e quella più decisamente agit-prop), ma credo si debba di sicuro individuarne anche una terza e cioè quella sperimentale. Quindi identitarismo (spesso ma non sempre con una forte caratura politica), agit-prop e sperimentalismo sono i tre poli (il secondo di certo il più obsoleto) che caratterizzano la creatività del nostro artista. Essi costituiscono di certo una utile chiave di approccio per un corretto e articolato storytelling su di lui, con lo scopo di favorirne interesse e apprezzamento da parte di un pubblico attuale che è molecolarmente mutato rispetto a quello che lo ha conosciuto vivente o anche negli anni immediatamente successivi alla sua morte. Peraltro anche con lui vivente la parabola della canzone agit-prop stava inesorabilmente evaporando: si legga al proposito il puntuale saggio di Tommaso Rebora “Nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, con il proletariato. I dischi di Lotta Continua e del Circolo Ottobre (1970-1976)”, in “Il disco comunica a tutti, il libro no”, a cura di Antonio Fanelli e Jacopo Tomatis, Musica Media MM04, 2026.

Va da sé che il non voler procedere su una nuova via di ricostruzione e reinterpretazione, di certo meno nostalgica ma fondata su robusti e più esaustivi referti documentali, continuerebbe a impedire la  valorizzazione della figura di Enzo Del Re al cospetto di un ampio ventaglio di fruitori e a sacrificarla entro il sostanziale “cono d’ombra” in cui è attualmente costretta, fatto di rimembranze, perfino di revanchismo e magari anche di esaltazione ideologica applicata al presente, ma poverissimo di potenzialità quanto alla conquista di una nuova notorietà non diciamo massiva ma almeno estesa.

Quindi su una figura complessa come Del Re dovremmo avere finalmente il coraggio di sottrarla all’attuale caratura di “santino” per quanto fabuloso e di porre in essere una strategia culturale intelligentemente articolata, finalizzata a perseguire una valorizzazione a tutto campo, neppure solo pugliese (che comunque non c’è) ma almeno nazionale.

L’inadeguatezza dell’approccio tarato solo sull’eventistica (che – sottolineo - non svaluto affatto, perché meglio del deserto) risalta per varie ragioni e ne scelgo qualcuna a caso. Non esiste a tutt’oggi un sistematico trattamento archivistico a regola d’arte delle varie kermesse svoltesi a Mola di Bari per “commemorare” Enzo Del Re e poi, dal 2023, per conferire il premio a lui intestato: bisogna affidarsi al sito ufficiale su Facebook o a spezzoni rapsodicamente postati su YouTube o, ma limitatamente alla kermesse del 22 agosto 2011 in Mola di Bari, al CD live allegato al testo “Lavorare con lentezza” di Timisoara Pinto pubblicato presso Squilibri nel 2014. Non esiste a tutt’oggi un luogo archivistico di pubblica consultazione, nonostante il lavoro svolto dalla Soprintendenza dei Beni Culturali sul lascito di Enzo Del Re. Vi sono ad esempio almeno 3 tesi di laurea censite sulla sola Bologna, di Caterina Sciannameo, Maria Susca e Leonardo Vita, quest’ultima rielaborata in un volume pubblicato nel 2025 per i tipi di Arcana: ve ne sono altre? Non esiste una bibliografia, sitografia e discografia complete pubblicata e disponibile: finanziare una ricerca in tal senso aprirebbe, forse, panorami anche insospettabili.  CD e/o DVD che raggruppino le innumerevoli cover che hanno riguardato le sue composizioni, specie da parte di artisti locali? Non esistono, solo – e non per tutte – singoli CD e/o DVD ormai quasi irreperibili.  Non esistono luoghi museali magari immersivi sulla sua persona, la sua vita e le sue opere. Insomma, Enzo Del Re così non arriverà mai nei think-tank musicologici che contano, nelle sedi accademiche che contano, sui tavoli dei critici musicali che contano, negli archivi, nelle biblioteche, nelle fondazioni culturali e nelle strutture museali che contano.

Tornando a riflettere sulla quaestio delle cover, chi non conosce affatto il nome di Enzo Del Re (e cioè, oggi, la stragrande maggioranza delle persone in Italia) e magari acquista il CD “Orbit Orbit” di Caparezza, difficilmente ma molto difficilmente si accorge che il brano “Il banditore”, posto in sequenza al sesto posto, è la cover di un “certo” Enzo Del Re (lo capisce solo leggendo tra i crediti).

Con ciò non intendo sminuire l’operazione Caparezza-Del Re del 2026, e per due ragioni: 1) considero Caparezza un rapper degnissimo di essere accostato a Del Re; 2) i suoi due brani che ha eseguito, dopo “Il banditore”, durante la sua apparizione al concerto tenutosi in Mola di Bari il 30 luglio 2026, sono di sicuro consonanti con il messaggio di Enzo: mi riferisco a “Mica van Gogh” e a “Vieni a ballare [cioè morire] in Puglia”.
Il fatto che Caparezza apra ogni tappa del proprio tour 2026 con la sua cover de “Il banditore” è una magra consolazione, perché lo spettacolo  dal vivo è una “brutta bestia”, effimera per definizione, si volatilizza rapidamente. Del resto anche le kermesse dal vivo, qualora si intenda insistere su di esse, poiché hanno necessariamente un contenuto anche commemorativo, dovrebbero adeguarsi alla mancanza del corpo vivo: strutturarsi dunque in un format contaminato, con tracks audio e audiovideo originali, con il ricorso agli ologrammi e a sequenze coreografiche adeguate alla bisogna.
In ogni caso la politica-proxy delle cover e comunque dell’interposta persona (per quanto validi e generosi siano gli artisti che vi si sono finora cimentati) non può supplire ad una valorizzazione multidisciplinare della sua sfaccettata personalità musicale. Il solo eventismo più in generale (le kermesse, i premi, le cover e reinterpretazioni varie, l’intitolazione di piazze e sale…), nonostante le buone anzi ottime e generose intenzioni, purtroppo continuerebbe a mantenere Enzo Del Re in un sostanziale cono d’ombra, ragione per cui la sua figura cantautoriale è oggi nota solo per nicchie sparse qua e là, salvo – ovvio - nella sua Mola di Bari grazie appunto alle kermesse promosse già subito dopo la sua morte con l’impegno significativo dell’unica libreria indipendente del posto.
Per riassumere: il “salto” alla notorietà nazionale di Enzo Del Re non è finora avvenuto, né può avvenire nelle condizioni nuove determinatesi dopo il 2011 (da quando cioè lui non c’è più) se non si riflette attentamente sulla questione della sua multiforme cifra musicologica, attivando quindi le necessarie correzioni di rotta che devono riguardare sia adeguamenti dei format dell’eventistica, sia azioni strutturate di lungo respiro sul piano archivistico e museale, nonché su quello della ricerca documentale e dell’approfondimento critico nelle giuste sedi della sua multiforme personalità musicale.

Ho sotto gli occhi il catalogo dell’Opera Omnia di Matteo Salvatore che riportano queste parole orgogliose: «La Biblioteca La Magna Capitana della provincia di Foggia ha curato la digitalizzazione e catalogazione dell’intera produzione dell’Artista a partire dalle prime incisioni effettuate per la Discoteca di Stato sino alle ultime, nell’intento di por fine al possibile smembramento e smarrimento di questo grande patrimonio di cultura locale. La digitalizzazione è stata realizzata su materiale frutto della certosina ricerca fra mercati e collezionisti. L’opera inizia con le prime incisioni alla Vis Radio (anni ’50). Un’opera di recupero e tutela dovuti, nel rispetto di un uomo del nostro Sud testimone attraverso il suo canto dei sentimenti delle sue genti e delle atmosfere magiche dei suoi luoghi» (“Il banditore. Catalogo dell’Opera Omnia di Matteo Salvatore”, Foggia, 2009).

Enzo Del Re, invece, è stato finora sfortunato. Oggetto sì di straordinari moti del cuore, ma anche di furbesche appropriazioni “politiche” nonché di una grande mole di chiacchiere, ma orfano di quanto sul serio conta e che sia in grado di consentirgli di resistere allo scorrere del tempo. Anche per Enzo Del Re si tratterebbe di fare insomma ciò che Jacopo Tomatis ebbe ad auspicare per Antonio Infantino, stretto sodale di Enzo per una lunga fase: cioè comprenderne la poetica e il fare musica nel più ampio contesto della popular music italiana e globale dell’ultimo Novecento, anche al fine di indagare come si riverbera perfino su Enzo la spinosa opposizione fra popolare e popular nonché il ficcante scivolamento “da Gramsci all’Unesco” (secondo la felice ma ironica espressione coniata da Fabio Dei) e di riflettere sui modi di produzione della località, dell’identità nella società contemporanea (Jacopo Tomatis, “L’altra Taranta: Antonio Infantino e il folk revival italiano”, in “Intrecci fra musica colta e popolare nell’Italia meridionale”, a cura di Federico Fornoni e Giovanni Polin, su “Quaderni del Conservatorio Carlo Gesualdo da Venosa – Potenza”, III, 2019-2020).
Un’ultima osservazione, che ritengo a suo modo importante. Riguardo alla musica di Enzo e rispetto al fatto che essa ha “tanti elementi” come osservato da Caparezza (canto di lotta e, poi, verso la fine della sua parabola, addirittura un po’ algido canto agit-prop; canto identitario con timbri persino melanconici e struggenti; canto sperimentale), continuare  a far prevalere nella costruzione dello storytelling sulla sua figura soprattutto l’aspetto politico/agit-prop presta il fianco ad un enorme pericolo, che in parte si sta già concretizzando, credo, e che le kermesse puntualmente evidenziano: lo stesso, identico pericolo che Caparezza ha ben conosciuto sulla sua pelle quando il suo rap “Vieni a ballare in Puglia” è stato equivocato e scambiato addirittura per un invito turistico a godersi la Puglia! (“ballare” invece sta per “morire”, come già accennato e questo rap è una violenta denuncia di ciò che in Puglia non va affatto bene, tra sfruttamento e veleni). Mi riferisco al pericolo, tutto controtendenziale, della “consumerizzazione” banalizzante della sua musica.
Qualcosa vorrei a questo punto argomentare sulla terza “vena creativa” di Enzo Del Re: la postura “sperimentale”, un terreno di ricerca pochissimo arato finora. È francamente questa “vena” una suggestione nuova, qualora non la limitiamo al dato del ben noto uso della sedia come strumento povero di percussione armonico-ritmica (che peraltro non è un’invenzione del solo Enzo Del Re: lo si ritrova anche in Antonio Infantino, che gli strumenti atipici usa forse prima di lui, con altre simbologie esplicative). Sono convinto che su questa terza “vena” bisognerebbe lavorare alacremente in termini critici. Le suggestioni sul tema della vena sperimentale di Enzo Del Re sono infatti da investigare con attenzione e qui si intende offrire solo una esemplificazione.

Prendiamo ad esempio proprio “Il Banditore”. Dopo l’ormai nota frase iniziale “Popolo del pianeta/sentite, sentite, sentite” vi sono sette versi che recitano così nella versione originale contenuta nel vinile del 1974: “Pam zip gulp gasp sob puk/ tam tam gong sdeng bum/plof plof plof”. E così via.
Bene: chi si è chiesto il perché di tutta questa “astruseria” testuale (che peraltro ha mandato in visibilio più di un interprete, fino allo stesso Caparezza) conclude che qui Del Re ha voluto contaminare il testo con gli acronimi fumettistici, e probabilmente è vero.
Ma chi conclude così di certo non credo abbia pensato al fatto che dieci anni prima Giuliano Scabia ha scritto un testo, rappresentato al XXIV Festival Internazionale della Prosa di Venezia il 30 settembre 1965 con regia di Carlo Quartucci e scenografia di Emanuele Luzzati, che aveva questo titolo: “Zip Lap Lip Vap Mam Crep Scap Plip Trip Scrap & la grande Mam”. Certo, tutti questi segni testuali sono nella geniale fantasia creativa di Scabia i nomi dei personaggi della sua pièce (“dieci maschere contemporanee”, scrive lui), ma non è chi non veda che siamo, dagli inizi degli anni 60 del Novecento in poi, in piena creatività sperimentale, ad esempio anche nel teatro, riguardo al quale si celebrerà più avanti un convegno a Ivrea (giugno 1967) in cui si discuterà appassionatamente di teatro d’avanguardia (sperimentale per definizione): onda lunga che di sicuro ha lambito, in contesto non più teatrale ma musicale, lo stesso Enzo Del Re.
 


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