ARGO SUGLIA: UNA TESTIMONIANZA

ARGO SUGLIA: UNA TESTIMONIANZA

di Waldemaro Morgese

[Pubblicato su “La calce & il dado” n. 4 del lu/dic 2025].

Questo non è un intervento critico ma una semplice testimonianza. Argo Suglia (Mola di Bari 1921-Roma 2018) è stato un parente con cui ho avuto una lunga consuetudine soprattutto a partire dal mio periodo giovanile romano degli studi alla Sapienza, e poi per tutta la sua vita. I materiali utilizzati sono, oltre il volume M’ha guardato dall’occhio di un gatto che ho curato nel 2019 per Giazira Scritture, vari documenti originali raccolti nel mio archivio privato depositato presso la Biblioteca Rurale di Casina Morgese.

Dall’1 al 12 dicembre 1993 presso il Meta-Teatro di Roma in via Mameli 5, l’Officina del Commediante inscenò Ipotesi di spettacolo, scritto e diretto da Argo Suglia, che vi recitava anche. Ipotesi di spettacolo era stato già presentato nel Centro polivalente di piazza Agrippa ad Ostia il 20 giugno, nell’ambito della rassegna Ostia è Teatro, come ci informa il Manifesto del 12 giugno 1993 che aggiungeva: «Il Centro polivalente di piazza Agrippa è un luogo simbolo per Ostia: ristrutturato sei anni fa e mai aperto dal comune, è stato occupato lo scorso novembre da un comitato di cittadini che ha avviato molteplici attività culturali».  Ipotesi di spettacolo era una contaminatio di poesie, ballate popolari, monologhi, nenie, canzoni e storie (queste ultime cantate e suonate da Riccardo Orfei). Uno spettacolo «che prendeva fiato dal testo di vari autori per proporre, con dolore o violenza, il ghigno e i soprusi del potere, i conformismi e lo sfruttamento dell’uomo». Argo Suglia precisava con acribia: «I testi, ad eccezione della poesia filologicamente esatta, talvolta rivisitati, talaltra aspiranti ad una sconsacrazione, impongono all’attore di prendere consapevolmente il posto del personaggio, sostituendo così ad un intreccio il guizzo, alla ragione una nota dissonante, all’acquiescenza uno sberleffo o la protesta. Alcune lingue e qualche dialetto contribuiscono a mettere a fuoco, o a sfocare, questa sorta di cabaret». In calce al dépliant di presentazione dell’opera, arricchito da un esergo di Bertolt Brecht campeggiante sulla copertina in alto («E voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:/ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri»), Argo Suglia precisava ancora: «Officina del Commediante, concepita forse inconsciamente dal suo fondatore durante il lungo periodo dell’insegnamento della recitazione presso diverse scuole per attori, ha preso man mano forma e identità attraverso le ‘Tecniche e creatività dell’attore’, cioè la disciplina anch’essa maturata, di momento in momento, fra cento contraddittorie ricerche e incertezze ed alcuni avvenimenti di estrema felicità scenica». Il riscontro della critica fu positivo. Paolo Ruffini sul settimanale del Litorale di Roma Metropolit il 4 dicembre recensì lo spettacolo così: «Argo Suglia come un sacerdote pronto ad officiare il rito della comunione fra noi e loro, ci conduce attraverso storie di individui infangati dalla cultura (fallica direbbe la Ida Magli, e a ragione) che ha sempre governato, ovvero quella della violenza. Donne stuprate o costrette alla prostituzione, religiosi messi a tacere da dogmi che non sono certo quelli dell’amore e della fratellanza, omosessuali, e i bambini; le uniche vere vittime dell’idiozia umana. Lo spettacolo colpisce al cuore appunto senza mediazioni di sorta. Suglia è davvero una emozionante figura».

Peraltro andando a ritroso di qualche mese, un ritaglio di Paese Sera del 24 agosto 1993 segnalava nella rubrica Oggi poesia: «Come di consueto, tre poeti facenti parte dell’antologia di poesia di Roma aprono l’incontro di questa serata, alle 18.30, di ‘Invito alla lettura’, la rassegna che si tiene presso i Giardini di Castel Sant’Angelo. Seguirà ‘In disgrazia alla fortuna e agli occhi degli uomini’, teatro-poesia di Francesco De Girolamo con Annalisa Bucchieri e Giancarlo Evangelisti alla chitarra. Concluderà la serata una performance di Argo Suglia, noto attore e poeta, vincitore tra l’altro di una edizione del Premio che l’Istituto di Cultura Giapponese dedica all’haiku».

Infatti Argo Suglia aveva vinto il premio nazionale di Poesia Haiku 1989 tra 2.000 partecipanti, con questo haiku, presto tradotto e pubblicato in inglese e giapponese; raccolto successivamente nel volume Haiku negli anni. Haiku premiati dall’Associazione Nazionale Amici dell’haiku dal 1987 al 2004, curato da Nojiri Michiko e Carla Vasio (Empirìa, 2005):

Giro di luna,

gioca nuova la serpe

all’avventura.

Andando ancora più a ritroso, su la Repubblica del 23 agosto 1988 Romana Liuzzo firma La lunga notte dei poeti tra le vestigia di Palestrina: si dà conto di un concorso con la premiazione di 10 poeti emergenti fra cui Argo Suglia, cui andò il primo premio.

Dieci anni dopo Argo Suglia partecipò con due sue poesie alla pubblicazione di una raccolta firmata da 113 poeti «per dare parole a chi sono state tolte»: Casa dei diritti sociali, Poesia dell’esilio, a cura di Maria Jatosti (Arlem, 1998). Le 2 poesie sono queste:

Le Murge non sappiamo

Le Murge non sappiamo

i trulli di Firenze

e le chiancate delle chiese grandi

roba d’oro di Roma e dei signori.

Cricchia il trullo inghiottito dall’invidia

e l’acqua è poca.

Da migliaia di secoli

noi ci laviamo al mare

sempre nella stess’acqua nera

a spada di ricci e polpi d’argento

e quando è festa bestemmiamo al vento.

È quel paese ricco

È quel paese ricco là sul mare.

Insaponato a tufo dalle case

col fico d’India rosso del castello

la serpe il pozzo a fune ed il bordello

tra contadini ardenti di vigneti

e carciofeti d’oro sugli scogli.

Dracme di nebbia e dollari di vento

con barche e caravelle e marinai

violando tutti i porti dell’Oriente

son venuti alla festa del paese.

«O santo protettore

o protettore santo

difendi con la spada i figli nostri

dal grido di tempesta della luna».

Veleggia la cantata sulle strade

carezza i fianchi vecchi delle chiese

spalanca le coperte sui balconi

travolge nell’incenso le paranze

allaga il porto il vino e le speranze

alla festa del santo protettore.

Ma piomba la vendetta della luna

Incendia notte e tuono sulla sponda

spacca la spuma l’acqua che la monta

dilania con le unghie le cavalle

di pietra fa le capre nelle stalle

romba alle case dalle porte chiuse.

Stanno soli i pezzenti

nel buio dei sottani

occhi di fuoco a pianto

e stridono tra i denti

il maleficio scuro della maga

trafiggono le porte.

Il volume fu presentato a Roma il 18 marzo 1999 presso la sede del Sindacato Nazionale Scrittori di via Ofanto con letture di Argo Suglia e Giuliana Adezio.

Argo Suglia ha partecipato a numerosi concorsi di poesia vincendone più di uno. In particolare, nel 1997 vinse il primo premio del Concorso Letterario Nazionale Lidense (giuria composta da Aldo Rosselli, Mario Lunetta, Mario Verdone, Giampiero Sanavio e altri) con una silloge di quattro poesie, fra cui questa, dedicata alla moglie Maria:

Altro suono ha la voce

Altro suono ha la voce la parola;

dell’intelletto non la foce suono

non concetto nascosto mascherato

coperto antico suono chiara essenza

di ragione ma privo d’invadenza

diverso segno forse non mortale.

La giuria stilò questo giudizio: «Una lirica ermetica, una voce poetica forte e dirompente, quella di Argo Suglia, poeta-attore. Dai suoi versi emanano, e le si respira nella pienezza espressiva, l’aria e la gestualità scenica dei grandi interpreti della tragedia ellenica. Canta, Argo Suglia, il mare e la terra delle radici, e la koinè della sua creatività poetica percorre i canoni classici della purezza ermetica della parola, fino al narcisismo espressivo. Versi saturi di empatia, che penetrano il lettore, trasportandolo sulle onde musicali di un fascinoso percorso che lo portano a congiungersi simbioticamente con il poeta».

Già la giuria del premio Costantino Nigra 1966 composta da Carlo Bo, Libero Bigiaretti, Marco Forti, Giovanni Getto, Geno Pampaloni, Leone Piccioni, Paolo Volponi, Ludovico Zorzi e Giuseppe M. Musso, quando Suglia aveva 45 anni, si era espressa in questo modo: «La poesia di Argo Suglia, frutto di lenta maturazione, si rifà a un’esperienza di infanzia e adolescenza meridionali, rivissute con una nostalgia ferma, mai abbandonata, dichiarata con accento asciutto, più epigrammatico che elegiaco, talvolta acceso dalla protesta. In ogni lirica vi è la presenza non rettorica di persone e animali, terra e mare, fatiche, amori e lutti. La scena non è mai vuota, come l’immagine non è mai gratuita. La raccolta del Suglia ha il significato e la coerenza organica di un vero libro».

La prima raccolta pressoché completa delle sue poesie è stata pubblicata solo postuma, essendo Argo Suglia venuto a mancare nel 2018: si tratta di M’ha guardato dall’occhio di un gatto (Giazira Scritture, 2019). Contiene 63 poesie (alcune pubblicate in qualche antologia o rivista) e 11 haiku (scelti fra i numerosi da lui composti), ricadenti nell’arco di tempo 1962-2017, nonché una mia nota biografica e, in appendice, il suo scritto Non uccidete il canto, in cui Suglia polemizza icasticamente e ironicamente con i poeti distratti: «Ignorano, è evidente, cosa siano il ritmo, il verso, l’endecasillabo, il metro, le figure, le assonanze, il settenario, la sinalefe, le cesure, il novenario, gli ictus, il quinario, la dialefe, l’alessandrino, i silenzi e la musicalità e l’ambiguo della poesia. Che dire dell’enjambment usato a vanvera o a sproposito e della mancata conoscenza perfino del computo sillabico in grammatica e in poesia, nel corso e alla fine del verso, del verso libero e di quello sciolto, della sistole e della diastole?»

Nell’aprile 2013, quando la malattia che poi lo condusse nel 2018 alla morte cominciò a farsi prepotente, mi inviò un suo curriculum sintetico, accompagnato da questo biglietto: «Caro Waldemaro, sto molto male in salute. Ti ringrazio molto di tutto quanto. Ti accludo l’ultimo mio curriculum. Vi sono premi successivi ma non mi ricordo ove siano le carte relative. Un abbraccio. Argo».

Il curriculum, dopo la sintesi dei premi di poesia vinti o di cui era stato un finalista, con i relativi giudizi delle giurie, ha questa chiusa: «Attore, autore di testi teatrali rappresentati, regista di spettacoli, fondatore e direttore di scuole di recitazione in Roma – Officina del Commediante, Scuola-Officina, Officinarte – ha elaborato le ‘Tecniche e ricerca dell’attore’ e ha insegnato per quarant’anni ‘Recitazione e Tecniche e ricerca dell’attore’ nelle tre dette scuole, presso lo Studio Fersen di Roma, il Teatro-studio di Spoleto, il Teatro-studio di Roma, la Scuola di Tecniche dello spettacolo di Roma e l’Accademia di Campobasso».

Argo Suglia portò in giro nel 1999 e 2000 un suo recital che intitolò Povero enjambement. Poesie, canzoni e trallerallà. Un excursus con Dante, Prévert, Leopardi, Lorca, Francesco d’Assisi, Saffo, Jacopone, Osborne, Montale, Lunetta, Brecht «e, senza pudori, (ahi voi!) perfino Suglia: una smarrita antologia in ricerca del chiarore e i silenzi degli oracoli antichi della voce». Lo inaugurò a Roma il 24 giugno 1999. Volli questo impegnativo recital anche in Puglia e Argo Suglia, quasi ottantenne, vi si prestò: tenne il numeroso pubblico, accorso il 9 settembre 2000 presso la casina Morgese in una contrada rurale di Mola di Bari, avvinto senza un attimo di respiro per quasi due ore! Fu la prima e ultima sua performance in Puglia, immortalata in qualche rara fotografia.

Argo Suglia, come il lettore avrà compreso, non è stato solo poeta ma anche poeta, e di affascinante temperamento. Fu infatti molto versatile, collaborando anche alla televisione e alla radio: di lui conservo perfino il manoscritto di un soggetto cinematografico inedito scritto con Paolo Bianchini intitolato Non sparate a Will Newman (datato 19 febbraio 1968). E nel 1973 da poeta scrisse di lui attore (forse un po’ scherzando):

L’attore

Senza casa

senza sonno.

Il lavabo scrostato

mi sogghigna.

Il lume è un elmo

la cassa un trono

la cisti suppurata

un «fiore in bocca».

Morirò

senza un pianto.

Al funerale i compagni

fisseranno il ricordo:

così in scena

un giorno

la mia morte sarà usata

per piangere un altro.

Senz’amore.

Consiglio vivamente di leggere la sua raccolta postuma di poesie, M’ha guardato dall’occhio di un gatto: ho voluto darvi lo stesso titolo che Argo Suglia diede alla silloge di poesie con cui vinse la medaglia d’oro in occasione della seconda edizione del Gran Premio Internazionale di Poesia ‘Pacem in terris’, promosso nel 1967 dalla Fondazione Livraghi-Verdesca.

Come ho avuto modo di scrivere nel cenno biografico posto ad inizio della raccolta postuma, importante fu il sodalizio amicale e artistico di Argo Suglia con lo scrittore e critico Mario Lunetta e con l’attore Achille Millo, per onorare la cui morte Suglia scrisse un commosso necrologio: «Tu, amico mio, non sei morto, sei andato di là cambiando il tempo della ‘battuta’. Aiutami a trovare un posto vicino a te perché la nostra amicizia di settant’anni continui ancora».

Le ceneri di Argo Suglia giacciono ora in Roma, nel cimitero del Verano, insieme a quelle della moglie Maria Pesce (anch’essa scrittrice, figlia del musicista Ottone Pesce, fratello di Piero Delfino Pesce), deceduta il 2 giugno 2011 e alla figlioletta Maria Rita nata senza vita il 14 agosto 1962.



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