IL DIARIO DI FARINACCI E GLI INTERROGATIVI SUL DELITTO MATTEOTTI
Di recente Nicola Fanizza e Aldo Giannuli hanno pubblicato l'inedito diario del gerarca fascista Roberto Farinacci, arricchendo il testo con due documentati saggi di inizio e fine volume. Il titolo del libro, pubblicato dalle Edizioni Ibex di Milano, è: L'anti-duce in Etiopia. Il sottotitolo del libro è: Diario e appunti della guerra coloniale in Africa Orientale. Ho recensito il volume sul settimanale molese FAX del 14 febbraio 2026. Riporto qui la recensione però ampliata con ulteriori riferimenti.
Con una Casa Editrice milanese che purtroppo distribuisce solo on line è apparsa di recente una interessante pubblicazione curata da Nicola Fanizza e Aldo Giannuli (il primo storico originario di Mola, il secondo barese e già professore di storia contemporanea presso l’Università Statale di Milano). Ne ho scritto una rapida recensione sul settimanale molese FAX del 14 febbraio 2026. Qui la ripropongo ma più ampliata.
Si tratta di un diario autografo e finora inedito del gerarca Roberto Farinacci, che fu un fascista estremo e violento, poco allineato con lo stesso Mussolini (significativamente il volume ha per titolo “L’Anti-Duce in Etiopia”, Ibex Edizioni, Milano, 2025). Il pregio del libro non è solo anzi non è tanto, a mio avviso, nel diario medesimo (comunque un importante referto per la storia del Ventennio, considerato il suo Autore), che riguarda appunti autografi sull’attività di Farinacci tenente aviatore dal 7 febbraio al 14 aprile 1936 durante la scellerata invasione e conquista dell’Etiopia, quanto nei due corposi scritti l’uno introduttivo (Fanizza) e l’altro conclusivo (Giannuli), complessivamente di ben 80 pagine, mentre il diario ne occupa una quarantina.
Che il diario, pur essendo un eccezionale referto, non dica nulla di sul serio nuovo in merito al suo Autore e in modo particolare alle vicende etiopiche lo si comprende bene, se solo si pensi alla ricca memorialistica già nota che ha riguardato alcuni dei gerarchi coinvolti nella vicenda etiopica: in ispecie Badoglio, Starace, Ciano, Pavolini, Graziani, Bottai, oltre Farinacci. Ed anche alla pubblicistica storica su Farinacci stesso (Festorazzi, Bozzetti, Di Figlia, Fornari, Pardini, Santoro, Santinon, etc.). Anzi, a dirla tutta, mentre il diario di Farinacci è piuttosto scarno, l’altra memorialistica è ben più particolareggiata. Ad esempio, per dimostrare questo assunto vorrei porre a confronto quanto su uno squallido e addirittura sadico episodio di cui si macchiò Starace scrivono Farinacci e Bottai:
“Malgieri racconta la pessima impressione che ha fatto Starace quando è andato a trovare la divisione Teruzzi. Per far vedere che faceva qualche cosa si è messo a sparare contro i prigionieri. Un prigioniero civile è stato legato a un palo. Starace prima gli ha sparato nei coglioni poi addosso” (diario di Farinacci).
“Galeazzo Ciano mi à detto di Starace, che à voluto, in quel di Gondar, personalmente lavorarsi un gruppo di prigionieri. Fattolo disporre in fila davanti a sè, cominciò un tiro al bersaglio, centrò il cuore. Abilissimo, centrava sempre. Al quarto si fermò: così soffrono troppo poco, osservò con aria d’intenditore. E, al quinto, puntò prima ai testicoli, e, poi, ma solo per finire le sue vittime, al cuore. Testimoni oculari hanno raccontato questi dettagli. Naturalmente, poiché non se ne deve parlare, tutti ne mormorano” (Bottai, Diario 1935-1944; citato da Fanizza).
Del resto sono ormai note e indiscusse le atrocità di cui si sono macchiati i fascisti e in generale l’esercito italiano nel corso della conquista dell’Etiopia, compreso l’uso del gas iprite su larga scala (valgono per tutti gli studi seminali di Angelo Del Boca).
L’inedito diario di Farinacci è stato acquisito da Nicola Fanizza in una maniera che va sicuramente raccontata. La sera del 25 luglio 1943 Farinacci, dopo l’incarico di capo del governo conferito dal Re a Pietro Badoglio, temendo per la propria vita in quanto Badoglio era stato sempre un suo acerrimo nemico, trovò in fretta e furia ricovero presso Villa Wolkonsky, all’epoca sede dell’ambasciata tedesca a Roma e il giorno dopo volò via dall’Italia con destinazione Monaco di Baviera. Lasciò incustodite parte delle sue carte nella Villa ove – dopo la liberazione di Roma – si insediò la Croce Rossa. Della Croce Rossa faceva parte il tenente Raffaele Delfino Pesce, figlio primogenito di Piero Delfino Pesce; Raffaele, giovane militante della Resistenza romana, prese in custodia le carte del Farinacci e a sua volta, successivamente, le trasmise al nipote Piero jr., il quale le ha date a Fanizza per la loro valorizzazione sul piano storico. So per ragioni familiari (avendomelo raccontato più volte mia madre Franca, cugina diretta di Raffaele) che Raffaele Delfino Pesce molto si prodigò con la Croce Rossa per aiutare i soldati confluiti a Roma dopo lo sbandamento seguito all’8 settembre 1943, ma non sapevo affatto di queste carte, la cui esistenza nelle mani di Raffaele è stata perfino per me una vera sorpresa!
Molto si potrebbe scrivere riguardo a questa pubblicazione e soprattutto ai due corposi saggi critici a corredo del diario.
Ad esempio, a parte la puntualissima e documentatissima introduzione del Fanizza, c’è un passo dello scritto del Giannuli che meriterebbe una particolareggiata discussione a parte, a motivo della sua attualità ed enorme interesse storico. Giannuli infatti accenna all’ipotesi che Farinacci abbia custodito gelosamente presso di sé – come una sorta di salvacondotto - carte molto compromettenti a lui consegnate dai sicari che rapirono e uccisero Giacomo Matteotti (10 giugno 1924). Infatti lo studio di Farinacci, che era anche avvocato penalista, difese alcuni dei sicari in questione, al tempo del processo Matteotti. Carte queste che erano nella borsa di Matteotti al momento del suo rapimento e che forse – qui l’ipotesi - riguardavano anche documentazione molto scottante relativa all’affaire Sinclair, cioè un’operazione molto riservata di tangenti a favore fra gli altri del fratello di Mussolini, Arnaldo, da parte di una compagnia petrolifera americana (Sinclair Exploration Company) che aveva brigato per ottenere diritti esclusivi di ricerca di giacimenti di petrolio su terreni nella disponibilità dell’Italia. Esattamente lo scandalo che Matteotti si apprestava a denunciare in Parlamento!
Si ipotizza che queste carte siano state consegnate a Matteotti dai Laburisti inglesi durante un recentissimo viaggio del parlamentare socialista in Gran Bretagna (ovvio che sullo sfondo c’è anche la rivalità e competizione tra Inglesi e Americani riguardo al controllo del petrolio).
Su questa vicenda, molto verisimile per verità, esiste numerosa bibliografia, a cominciare dal libro del figlio di Giacomo, Matteo (cfr. “Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia”, Rusconi 1985), che inclina per la tesi affaristica. Renzo De Felice già prima scrisse che la tesi di un delitto ricollegabile agli affari sporchi del petrolio non poteva essere lasciata cadere a priori, mentre Giorgio Spini pur essendo scettico affermò che sulla pista petrolifera sarebbe valsa la pena di fare qualche altra ricerca. Finora, per verità, un punto definitivamente fermo non è stato ancora segnato dalla storiografia: delitto affaristico? Delitto politico? Delitto sia affaristico che politico? Nonostante che la ricerca non si sia mai fermata (cfr. ad es. Giulio Scarrone e Francesco Colucci, “Perché fu ucciso Matteotti?”, Colombo Edizioni, 1988 e Mauro Canali, “Il delitto Matteotti”, il Mulino, 2024).

























