BIBLIOTECA ECOLOGICA ED ECOLOGIA DELLA BIBLIOTECA

Biblioteca ecologica ed ecologia della biblioteca

[Pubblicato sul n. 4 del maggio 2023 della rivista “Biblioteche Oggi”, pagg. 63-71; DOI: 10.3302/0392-8586-202304-063-1].

WALDEMARO MORGESE

w.morgese1@gmail.com

Il 1972: l’anno in cui tutto inizia[1]

Pur se segnali di allarme sullo stato ambientale del Pianeta si erano levati anche in precedenza, è senza dubbio il 1972 l’anno in cui la questione ambientale viene portata all’attenzione di tutto l’Occidente e diventa anzi di interesse quasi globale. Il merito è di una figura di eccezione, un autentico visionario, Aurelio Peccei: all’imbocco degli anni ’70 un uomo d’affari dinamico e autorevole che prima ancora era stato un partigiano di Giustizia e Libertà, catturato dai nazi-fascisti e anche torturato nel carcere di via Asti a Torino.

Peccei è sensibile al “lamento” della Madre Terra ed è attento alle istanze che alla metà degli anni ’60 cominciano a diffondersi tramite la rivolta giovanile (a cominciare dal Campus di Berkeley), le azioni dimostrative dei “figli dei fiori”, dei “beats”, degli olandesi “provos”. Nel 1968 fonda il “Club di Roma”, un think-thank internazionale insieme allo scienziato scozzese Alexander King (già direttore generale per la scienza dell’OCSE). Prima ancora, nel 1967, in una sua conferenza ad Akademgorodok (città della scienza siberiana) aveva scosso i partecipanti sostenendo che bisognasse applicare la programmazione per contrastare gli squilibri causati all’ecosistema in particolare dalla crescita demografica.

Peccei con finanziamenti della Fondazione Volkswagen nel 1970 incarica tramite il “Club di Roma” il MIT di elaborare un rapporto sulle tendenze e le interazioni di un certo numero di fattori ritenuti determinanti per la salute del Globo. Il “gruppo di fuoco” del MIT che elaborò il rapporto era composto da 4 giovani scienziati appartenenti alla generazione degli anni ’40: Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers, William W. Behrens III. Animavano il System Dynamics Group della Sloan School of Management del MIT, che si valeva di un modello implementato attraverso una grande capacità di calcolo (il World Model-1), progettato dal geniale Jay Wright Forrester (più anziano, maestro di alcuni dei giovani). Il rapporto (intitolato The limits to Growth) fu anticipato a Washington in una conferenza promossa dalla Smithsonian Institution nel marzo 1972 dinanzi a 200 fra scienziati, umanisti, politici, giornalisti. Qualche mese dopo fu pubblicato in lingua italiana con il titolo I limiti dello sviluppo per i tipi di EST Mondadori: l’edizione italiana ebbe ben 6 edizioni tra marzo 1972 e novembre 1974.

La nota di Peccei posta ad inizio del rapporto è vibrante oltre che illuminante: «Sorgono domande angosciate. Che cosa succede effettivamente in questo mondo piccolo, sempre più dominato da interdipendenze che ne fanno un sistema integrato dove l’uomo, la società, la tecnologia e la natura si condizionano reciprocamente mediante rapporti sempre più vincolanti? Non dobbiamo illuderci. Senza una forte ventata di opinione pubblica mondiale, alimentata a sua volta dai segmenti più creativi della società – i giovani e la ‘intellighenzia’ artistica, intellettuale, scientifica, manageriale – la classe politica continuerà in ogni paese a restare in ritardo sui tempi, prigioniera del corto termine e d’interessi settoriali o locali, e le istituzioni politiche, già attualmente sclerotiche, inadeguate e ciononpertanto tendenti a perpetuarsi, finiranno per soccombere. Ciò renderà inevitabile il momento rivoluzionario come unica soluzione per la trasformazione della società umana, affinché essa riprenda un assetto di equilibrio interno ed esterno atto ad assicurarne la sopravvivenza in base alle nuove realtà che gli uomini stessi hanno creato nel loro mondo».

Il rapporto mise nel ‘frullatore’ del World Model-1 aumento della popolazione, produzione di alimenti, industrializzazione, esaurimento delle risorse naturali, inquinamento, esitando 12 possibili scenari nell’arco di tempo di 130 anni a partire dal 1972. Non ha molta importanza, oggi, discettare su quei risultati (del resto il rapporto fu aggiornato almeno 3 volte, nel 1993, 2006 e 2013, utilizzando avanzamenti del World Model-1). Ha invece somma importanza l’aver prospettato – all’epoca – che una crescita continua indotta da quei 5 fattori critici avrebbe potuto causare esiti catastrofici su un Pianeta tutto sommato ‘stretto’ e con risorse non infinite. Lanciò il messaggio, insomma, che la crescita avrebbe dovuto essere limitata dall’Uomo qualora si fossero determinate condizioni negative e che l’evidenza di tutto ciò derivava dall’aver saputo considerare “a sistema” i vari fattori, dunque interconnettendoli.[2]

 

Lo ‘Spazio Operativo Sicuro’: una ciambella di salvataggio per non affogare

Dal 1972, grazie al rapporto I limiti dello sviluppo, è andato crescendo nel Mondo Occidentale e oltre un vero e proprio movimento che ha coinvolto tutte le espressioni della società (culturali, scientifiche, economiche, sociali, politiche, istituzionali), finalizzato a formulare risposte rispetto alla minaccia ritenuta sempre più incombente di un crac del Pianeta che, però, specie nel protagonismo delle grandi corporations e dei potentati economici più in generale, viene declinato per lo più al fine di contrastare la minaccia di una ‘decrescita’ (ritenuta come possibile dal “Club di Roma”, sotto specie della introduzione necessitata di limiti allo sviluppo al concretizzarsi di una certa soglia): questa precisazione ci sembra di assoluta importanza, dal momento che bisogna operare una distinzione concettuale fra perseguire uno sviluppo guidato e perseguire invece limiti allo sviluppo (fino ad adombrare, appunto, ‘acrescita’ o ‘decrescita’).

Un caposaldo di questa tendenza conciliatoria (protesa verso lo sviluppo guidato) fu di certo il rapporto elaborato da un organismo indipendente, la Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo, intitolato Our Common Future, reso pubblico nel 1987 a conclusione di un’indagine durata 4 anni e pubblicato anche in lingua italiana presso Bompiani nel 1988 con il titolo Il futuro di noi tutti con una prefazione del compianto Giorgio Ruffolo. La Commissione era presieduta dalla passionale signora Gro Harlem Brundtland (prima ministra norvegese e prima ancora ministra per l’ambiente).

Il rapporto è concepito come un’Agenda Globale per il cambiamento delle relazioni fra sviluppo e ambiente anche in una spiccata direzione di armonia sociale. Mette in campo i concetti di globalità e di sostenibilità – concetto già peraltro presente nel dibattito globale -, declinata quest’ultima come «uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri», ovvero anche come «un processo di cambiamento nel quale lo sfruttamento delle risorse, l’andamento degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i mutamenti istituzionali sono in reciproca armonia e incrementano il potenziale attuale e futuro di soddisfazione dei bisogni e delle aspirazioni umani». Come si può notare, con il “rapporto Brundtland” lo sviluppo guidato diventa propriamente sviluppo sostenibile e, sulla base anche di questa elaborazione molto autorevole, il movimento globale finalizzato a formulare risposte rispetto alla minaccia di crac del Pianeta si configura sempre più come il tentativo di elaborare una sorta di ‘Spazio Operativo Sicuro’ (S.O.S.) che dovrebbe cautelare l’Umanità nel periodo geologico attuale (che ormai si tende a definire “Antropocene”). Un S.O.S. strutturato con confini esterni da non valicare e con una piattaforma interna sotto la quale non precipitare: gli uni (i confini) e l’altra (la piattaforma) strettamente interconnessi. Si tratta insomma di una specie di ciambella di salvataggio sicura per l’ambiente e socialmente giusta. I confini esterni da non valicare riguardano: cambiamento climatico; perdita della biodiversità; acidificazione degli oceani; riduzione della fascia di ozono nella stratosfera; modificazione del ciclo biogeochimico dell’azoto e del fosforo; utilizzo globale di acqua dolce; cambiamenti nell’utilizzo del suolo; diffusione di aerosol atmosferici; inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici. La piattaforma sotto cui non precipitare riguarda: disponibilità di cibo; disponibilità di acqua; assistenza sanitaria; reddito minimo; istruzione; energia; lavoro; diritto alla libera espressione delle proprie idee; parità di genere; equità sociale; resilienza agli shock.[3]

In sostanza il S.O.S. così concepito è una sorta di ‘città ideale’ in cui ha senso vivere nel periodo dell’Antropocene: sta agli Umani riuscire ad implementarne “a sistema” le componenti economiche, sociali e ambientali per non affogare.

 

Insostenibilità della sostenibilità? Un quesito impegnativo

Qual è il collante (diremmo il propellente) che mantiene a galla la ciambella di salvataggio? È l’orizzonte della sostenibilità, una concettualizzazione definitivamente ‘sdoganata’, come già accennato, con molta autorevolezza e coinvolgimento quasi globale dal “rapporto Brundtland” (1987), ma già in elaborazione da alcuni anni nei molteplici think-thank del Mondo Occidentale e nelle varie sedi istituzionali, politiche, economiche, scientifiche, culturali.[4]

Bisogna tuttavia tornare a riflettere su un punto. Il rapporto I limiti dello sviluppo (1972) favorì in Italia un dibattito dai connotati sostanzialmente diversi rispetto a ciò che successivamente si andò affermando non solo a livello domestico ma nel Mondo. In Italia si assisté addirittura ad una forte presa di posizione da parte di un influente dirigente politico, Enrico Berlinguer, che invece di criticare il rapporto lo utilizzò come occasione per proporre un diverso modello di sviluppo basato sulla austerità, ritenuta da lui in grado di recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato fonte di parassitismi e privilegi e di condurre verso un assetto socio-economico guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici quali la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura.[5] Berlinguer tornò su questi concetti nel 1982, incontrando a Milano i giovani comunisti: «In ogni parte si avvertono le conseguenze sulla natura e sugli uomini dell’inquinamento crescente».[6]

Pur tra distinguo, raccolsero in sostanza questa visione personalità di valore, come ad esempio Giambattista Zorzòli, Carla Ravaioli, Laura Conti: vale a dire che tutelare l’ambiente significa mettere in discussione la logica dello sviluppo quantitativo. Laura Conti in un libro che all’epoca molto colpì chiosò conclusivamente: «Vogliamo un pianeta, non una stella» (vogliamo cioè un corpo celeste che continui ad essere abitato).[7] Queste posizioni sopravvissero nei decenni successivi ma in modo residuale, perché postulano non tanto uno sviluppo sostenibile, bensì l’introduzione di limiti (magari sostenibili) allo sviluppo, basati su una critica implacabile del modello – oggi egemone e pervasivo – quantitativo/consumistico e non equo dello sviluppo.

Nell’ambito di questo ordine di problematiche, una testimonianza diretta e personale si ritiene che valga la pena condividere con il lettore. Prima di pubblicare il libro La sottile linea verde[8] chiesi a Giorgio Nebbia uno scritto di epilogo. Il grande merceologo e ‘guerriero’ ambientalista mi inviò un denso testo intitolato L’insostenibilità della sostenibilità, accompagnato da una email in cui mi scrisse perentoriamente «il mio contributo è questo, non va cambiata neppure una virgola, se ti va, bene, altrimenti cestinalo». Naturalmente io lo pubblicai tale e quale. Ho ricordato ciò in un articolo scritto su un quotidiano nell’agosto 2019 per commemorarne la scomparsa[9]. Anzi, Nebbia in quell’epilogo si lasciò andare ad accenti quasi distopici: «Anche dopo la scomparsa degli esseri umani, dei nostri arroganti grattacieli e delle nostre fabbriche e centrali, e anche quando le scorie radioattive che lasciamo alle generazioni future si saranno stancate di liberare radioattività, continuerà la vita, quella sì sostenibile, a differenza delle cose umane, fino a quando il Sole – anche lui – non si sarà stancato di gettare calore nello spazio. Per ora, nel brevissimo (rispetto ai tempi della natura) spazio di una o dieci o cento generazioni, accontentiamoci di ammirare il mondo che ci circonda e, se possibile, di rispettarne le meraviglie».

Il suo era pessimismo esagerato? Oppure pessimismo della ragione che richiede quale contraltare un altrettanto (se pur incerto) ottimismo della volontà? E se avesse ragione Jonathan Franzen quando sostiene che non bisogna perdere la speranza ma che una autentica speranza necessita di sincerità?[10] E se dovessimo dare più ascolto al dubbio formulato da Telmo Pievani quando si chiede se la salvezza del Pianeta sia o meno nelle nostre mani?[11] O forse ha ragione Timothy Morton, quando in una conferenza tenuta a Milano nel 2018 ha sostenuto che il termine sostenibilità è «un prodotto del linguaggio che le grandi corporations utilizzano quando si interrogano sulle strategie da impiegare per salvare i loro profitti» e che c’è il rischio che quello che si vuole sostenere sia in realtà lo stile di vita che ci ha danneggiati?[12]

Di certo, in ogni caso, la questione merita un approccio corroborato da maggiore spirito critico anche al fine di valutare direzioni di marcia più coraggiose.[13]

 

L’Agenda ONU 2030: il frame oggi più organico entro cui implementare il S.O.S.

L’Agenda ONU 2030 è ormai molto nota nei reparti più sensibili del mondo bibliotecario in tutto l’Occidente e oltre: numerosi report e pubblicazioni documentano ciò. Approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 25 settembre 2015 ed entrata in vigore l’1 gennaio 2016, consta di 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, articolati in 169 sotto-obiettivi o traguardi supportati da 240 indicatori utili a misurarli: un apparato imponente, lo sforzo di aggiornamento e sintesi più poderoso ed autorevole espresso all’interno dell’attuale globale ‘Spazio Operativo Sicuro’.

L’apparato di obiettivi dell’Agenda è entrato ben presto a far parte dei sistemi statistici nazionali: in Italia quindi negli apparati dell’ISTAT. In Italia è stata altresì costituita nel febbraio 2016 l’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), animata da Enrico Giovannini e altri, che edita ogni anno anche un rapporto sullo stato di attuazione dell’Agenda. Ed è anche merito dell’ASviS se nella nostra Costituzione – cosa già avvenuta in altre Costituzioni occidentali - l’ambiente è entrato nel 2022 fra i valori della Repubblica anche nell’interesse delle future generazioni (art. 9) e come limite all’iniziativa economica privata (art. 41). Nel corso di questi primi anni di sua implementazione si è anche meglio precisato il valore dell’Agenda quale documento in progress: ad esempio nel rapporto ASviS 2022, di fronte alla evidente lentezza con cui si sta procedendo all’attuazione dei 17 obiettivi, gli estensori hanno ritenuto necessario puntualizzare che nell’Agenda è insito il concetto di slittamento temporale proprio perché «l’Agenda è una ‘guida’ e non una ‘sveglia’» e che «anche se alcuni Obiettivi non verranno raggiunti, la forza dell’Agenda non sta tanto nella sua data di scadenza, quanto nell’abilità di aver delineato un tracciato», talché «questa caratteristica rende il modello dell’Agenda 2030 capace di sopravvivere, in qualche modo, al 2030 stesso». D’altronde Enrico Giovannini all’inizio del 2018 ha pubblicato un libriccino intitolato L’utopia sostenibile, che già nel titolo è un calembour: è un’utopia, però sostenibile; ma è pur sempre un’utopia…[14]

Naturalmente gli obiettivi, sotto-obiettivi e indicatori dell’Agenda sono stati successivamente vivisezionati, selezionati e declinati anche per il mondo bibliotecario, soprattutto con l’ausilio delle rispettive Associazioni internazionali e nazionali: l’IFLA in primo luogo e, riguardo all’Italia, l’AIB. L’IFLA ha osservato in un documento del 2018 che la rete mondiale di circa 2,3 milioni di biblioteche può essere una potente occasione di attivazione dell’Agenda e che comunque le biblioteche già da anni si erano incamminate sul tema della sostenibilità (sperimentando i rapporti fra biblioteche e Welfare quanto agli obiettivi sociali, con le biblioteche “verdi” - almeno a partire dal 1990 - quanto agli obiettivi ambientali e applicando i principi del New Public Management quanto agli obiettivi economici). Anche l’UNESCO si è molto spesa, definendo la cultura una sorta di “quarto pilastro” dell’Agenda ONU accanto a quelli sociale, economico, ambientale.[15]

 

Le biblioteche “verdi” in Italia: l’anno di svolta

Come già osservato, l’IFLA ha ricordato al network bibliotecario che il movimento mondiale delle Green Libraries data grosso modo a partire dal 1990 e ha offerto all’attenzione di tutti la descrizione di un certo numero di buone pratiche.

In Italia però si comincia a ragionare in modo sistematico di biblioteche “verdi” con un certo ritardo: di quasi un quarto di secolo.

L’anno di svolta è sostanzialmente il 2013, che avvia un quadriennio denso di significative iniziative.

 Riveste una qualche importanza, comunque, che negli anni immediatamente precedenti il 2013 sono date alle stampe in Italia, nell’ambito di una pubblicistica sui temi ambientali ormai non più rara, le traduzioni di due opere destinate a catalizzare attenzione: il rapporto al Club di Roma Blue economy di Gunter Pauli e Prosperità senza crescita di Tim Jackson.[16] Pauli, un imprenditore fondatore della Zero Emission Research Initiative Foundation (ZERI), descrive un complesso di tecnologie ispirate al funzionamento della Natura (“Biomimesi”), mentre Jackson, consigliere della UK Sustainable Development Commission, imposta le basi di una vera e propria “macroeconomia ecologica” (che potrebbe diventare anche la base per una corrispondente “microeconomia ecologica”). Entrambe le proposte sono – sia pure indirettamente - dense di suggestioni anche per le organizzazioni bibliotecarie.

Torniamo al quadriennio 2013-2016, in Italia, scandendo alcuni eventi seminali.

Il convegno milanese delle Stelline del 14-15 marzo 2013 sul tema Biblioteche in cerca di alleati[17] ospita, fra le varie relazioni, una di Giovanni Solimine e Chiara Faggiolani intitolata Biblioteche moltiplicatrici di welfare e biblioteconomia sociale in cui, pur non accennandosi all’ambiente, si fa però posto con dovizia e chiarezza concettuale alle questioni di un benessere equo e sostenibile; nonché la relazione di Waldemaro Morgese Le ecobiblioteche: condivisioni e alleanze fondate su contenuti strategici, con cui entra nel lessico dei bibliotecari italiani il termine “ecobiblioteca” con la proposta di una tassonomia tripartita delle medesime utile a qualificarle.

Nel 2014 la sezione pugliese dell’AIB imposta il proprio “BiblioPride” (III giornata del cosiddetto “orgoglio bibliotecario”) in modo coerente con un discorso di biblioteconomia sociale promuovendo, fra i vari eventi, l’11 ottobre, il convegno Le eco-biblioteche: l’apporto delle biblioteche alla tutela attiva e al risanamento dell’ambiente. Buone pratiche e problematiche. Il convegno si svolge significativamente e simbolicamente a Taranto, in una piccola biblioteca ‘di frontiera’ nel quartiere Tamburi a ridosso dell’ILVA, la fabbrica siderurgica dispensatrice di morte.[18]

Sempre nel 2014 l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) lancia una rete di 22 biblioteche e centri di documentazione ambientale costituiti all’interno delle Agenzie ISPRA-ARPA-APPA: rete denominata “SI-Documenta” o più precisamente “Sistema inter-agenziale documentale”.

Il 18 giugno 2015 il CNBA (Coordinamento Nazionale delle Biblioteche di Architettura) svolge a Roma la sua 14a giornata di studio La Biblioteca inForma: l’edificio, l’organizzazione e i servizi di una green library (i cui atti sono stati pubblicati nel 2016), in cui il Coordinamento sviluppa un interessante contributo – anche attraverso descrizione di esperienze europee - sulle questioni da affrontare nella progettazione o nel recupero di edifici adibiti ad uso di una biblioteca verde “sana” (inForma) e che “dà informazione” (Informa): energia, trasporti, riciclo dei rifiuti, verde e natura, piste ciclabili, parcheggi, ambienti interni, illuminazione, riscaldamento, condizionamento e così via.[19]

Il 15 aprile 2016 le Sezioni pugliese e laziale dell’AIB, l’ISPRA e il CNBA promuovono a Roma nella Biblioteca Nazionale il convegno L’ambiente in biblioteca, le biblioteche per l’ambiente: reti e altre buone pratiche, articolato in tre sessioni: Verso la rete nazionale delle biblioteche ambientali; Green Library. Il punto di vista del CNBA; Le ecobiblioteche: esperienze di utilità sociale.[20] Nel corso del convegno l’ISPRA presenta la consistenza della rete di biblioteche e centri di documentazione ambientali ISPRA-APPA-ARPA; il CNBA riprende i contenuti della propria giornata di studio del 2015 presentando anche la meritoria traduzione in lingua italiana della quasi totalità dell’importante libro The Green Library-Die grüne Bibliothek, scritto da Petra Hauke, Karen Latimeer & Klaus Ulrich Werner (promosso dall’IFLA nel 2013); l’AIB propone una tassonomia delle “ecobiblioteche”, una riflessione sul dialogo delle biblioteche con la ricerca scientifica che si occupa di eventi estremi e disastri, un discorso sulla relazione fra biblioteca e orti urbani, la descrizione dell’attività di una biblioteca di frontiera in siti a rischio, nonché di una biblioteca “parrochial-territoriale”, una informativa sull’utilizzo di kit didattici per approfondire dinamiche relative a cambiamenti climatici, migrazioni e giustizia ambientale.[21]

Come ulteriore effetto di quanto avvenuto nel quadriennio 2013-2016 accade che nel tradizionale rapporto dell’AIB sulle biblioteche italiane, l’edizione relativa al 2015-2017[22] ospiti per la prima volta una consistente sezione intitolata Le ecobiblioteche, fondamenta per uno sviluppo sostenibile, curata da Vittorio Ponzani e da Waldemaro Morgese. Ponzani dà conto di una nutrita massa di esperienze concrete, mentre Morgese nella parte iniziale teorico-metodologica ripropone la tassonomia da lui già esposta nel convegno delle Stelline del 2013 riguardante le tre “prospettive” utili ad individuare una “ecobiblioteca”, precisando altresì che il prefisso “eco” può essere ricondotto al lemma greco antico oikos (=casa), in quanto tale qualificazione garantisce il significato più espanso che il termine “ecobiblioteca” può evocare rispetto alle definizioni più usuali quali biblioteca “ambientale” o “verde”.

Le tre “prospettive” (presenti cumulativamente o anche parzialmente) riguardano:

1)     Le soluzioni architettoniche, tecnologiche e infrastrutturali: le esemplificazioni sono numerose e vanno dall’illuminazione a risparmio alla tipologia del paesaggio in cui la biblioteca è inserita (ad esempio le aree rurali), dal tipo di ‘supporto’ dei beni bibliodocumentali di cui si dispone (ad esempio una significativa presenza di supporti dematerializzati) al riuso delle acque piovane o alla messa a dimora di piante poco idrovore, eccetera;

2)     La specializzazione sui temi dell’ambiente delle collezioni e fondi bibliodocumentali;[23]

3)     L’attivazione in qualche modo sistematica o ricorrente di laboratori, progetti, iniziative, servizi (come ad esempio i Centri di cultura biòfila) che siano di ausilio diretto ai soggetti del territorio (dell’oikos) sulle tematiche ambientali da essi espresse.

La terza “prospettiva” è quella che meglio soddisfa una declinazione compiutamente ecologica dell’ecobiblioteca, perché in questo caso il prefisso “eco” segnala una spiccata congenialità della biblioteca (e del bibliotecario) rispetto a ciò che concretamente ‘si agita’ nel territorio (oikos) di propria operatività: è dunque una prospettiva che ha molto a che fare con la intercettazione di passioni, aspettative, speranze, anche contrasto e protesta. È in sostanza la prospettiva più vicina ad una propensione integralmente comunitaria della “ecobiblioteca”: si potrebbe parlare anzi, in alcuni casi, di biblioteche (e bibliotecari) ‘militanti’, impegnati nel dare sostegno a specifiche azioni, movimenti o anche lotte popolari su cause sensibili alla promozione dell’ambiente quale bene comune, ma anche verso altri temi che abbiano come detonatori questioni relative alle diseguaglianze sociali o altre emergenze di natura sociale. Questa terza prospettiva inoltre consente alla biblioteca (e al bibliotecario) di leggere la problematica ambientale quale elemento propulsore di attaccamento e di identità che involge perfino processi affettivi e di memoria collettiva profonda e condivisa: l’ambiente cioè come una sorta di “genius loci” da non violare o di cui non disinteressarsene pena lo snaturamento del nostro oikos.

 

La sostenibilità: è il ‘tridente’ del mitico dio Nettuno?

L’Agenda ONU 2030 portando a sintesi un lavorìo durato alcuni decenni e che ha l’abbrivio nel rapporto I limiti dello sviluppo (1972) ci segnala che la sostenibilità può essere configurata nella sua più compiuta espressione come una sorta di ‘situazione di grazia’ articolata in tre dimensioni fra loro interrelate: ambientale, economica, sociale. La computazione concreta di questa interrelazione sono i 17 obiettivi e i 169 sotto-obiettivi. Le biblioteche che riuscissero ad implementare la parte di obiettivi e sotto-obiettivi indicati come per esse idonei, potrebbero senz’altro essere considerate biblioteche che tendono a diventare ecologiche ovvero “ecobiblioteche” integralmente sostenibili; correlativamente si potrebbe forse anche favorire l’evoluzione delle tradizionali discipline biblioteconomiche in discipline di ecologia della biblioteca.[24]

In sostanza, il ‘tridente’ rappresentato dalla sensibilità per l’ambiente, per le questioni sociali (welfaristiche in primo luogo) e per quelle economiche potrebbe agire quale una sorta di trait d’union tra organismo bibliotecario e territorio, anzi sarebbe una vera e propria arma (come lo era il ‘tridente’ in mano al dio Nettuno) per consentire al network bibliotecario di meglio interpretare e quindi sovvenire a ciò che accade nel proprio oikos, offrendo anche – se possibile - sostegno attivo.

Ma occorre tuttavia valutare la circostanza che il progetto è una cosa, la situazione concreta che si presenta all’osservatore - magari non autoreferenziale - un’altra. Qui c’è uno iato, un punctum dolens che ha a che fare con un nodo di problematicità per il fatto che in Italia nelle quasi 7.900 biblioteche pubbliche e private censite dall’ISTAT come funzionanti nel 2021 (peraltro con un numero di utenti fisici che persiste quasi dimezzato rispetto al 2019[25]) dubito fortemente che vi sia allo stato attuale una implementazione soddisfacente e soddisfacentemente diffusa dell’Agenda ONU 2030, al di là di situazioni di eccellenza o di buone pratiche che pure si registrano e che sono ben descritte nella letteratura professionale. La stessa meritoria indagine “La biblioteca per te”[26] ha segnalato vere e proprie voragini informative nel nostro Sud. D’altronde è la medesima Agenda ONU ad essere in significativo ritardo di attuazione: quindi hic Rhodus, hic salta![27]

C’è qualcosa che probabilmente sfugge: l’impressione fastidiosa è di quasi inafferrabilità proprio del bandolo dell’intricata matassa. Per verità in molti ci si è posti la domanda del “che fare” da un bel po’ di anni e ripercorrere le molteplici risposte sarebbe un lavoro prometeico.[28]

Di certo è tramontata la speranza che ha caratterizzato il XX secolo e cioè che attraverso misure organiche e sistematiche favorite dal potere politico o anche per la capacità di singoli ‘visionari’ si possano insediare backbone (dorsali) di biblioteche efficienti lungo tutta la Penisola. È insomma lontano il tempo in cui è stato possibile l’affermarsi, al Nord, negli anni ’50 del Novecento, di un movimento di valorizzazione sistematica quale quello promosso da Adriano Olivetti, teso a intravedere nella biblioteca un ruolo di riscatto civile e di completamento “spirituale” del lavoratore. O in cui, anche come tracimazione dell’idea olivettiana, nel Sud si tentò attraverso la Cassa del Mezzogiorno di costruire 40 moderne biblioteche oltre a finanziare, con circa 6 miliardi e mezzo di lire, una rete di Centri ‘comunitari’ di Servizi Culturali (CSC) affidati ad Enti convenzionati ma esterni al Sud stesso (vi fu in questo caso un collegamento perfino con l’esperienza einaudiana della biblioteca di Dogliani, per il tramite di Paolo Terni allora direttore della biblioteca del Cuneense).[29]

 

Alcune questioni oggi emergenti per rafforzare la biblioteca sostenibile

Il percorso difficile della biblioteca verso la sostenibilità[30] pone in campo numerose questioni, causate dall’impegno che esso implica e dalla sostanziale difficoltà (anche strutturale), nonostante le apparenze, di costruire una risposta in termini insieme ambientale, sociale, economico.[31] Fra esse di certo hanno rilievo:

1)     Una migliore “istituzionalizzazione” dell’istituto bibliotecario

2)     Un migliore equilibrio territoriale

3)     Una migliore integrazione fra istituti culturali a cominciare dalla filiera MAB (Musei-Archivi-Biblioteche).

La questione dell’istituzionalizzazione si pone in modo acuto perché la stragrande maggioranza delle biblioteche italiane sono espressione di Enti Locali (soprattutto Comuni) e oggi i rapporti funzionali fra l’Ente pubblico e la ‘sua’ biblioteca non sembrano per verità esaltare l’autonomia strategico-operativa di quest’ultima, salvo casi particolari e anche abbastanza rari: è sempre più valido quanto sottolineato dalle teorie neo-istituzionaliste affermatesi negli USA nei decenni scorsi[32], relativamente ad una sorta di «isomorfismo» che fatalmente si instaura fra istituzione-madre e istituti collegati. Ciò naturalmente nuoce fortemente anche ad una reale e non solo formale prospettazione dei piani di proponimenti strategici da parte della biblioteca e in ogni caso riduce la capacità di agire di quelle “ecobiblioteche” maggiormente proclivi ad uscire fuori dalle proprie mura per tuffarsi nell’oikos.

Riguardo all’equilibrio territoriale sappiamo che nelle dorsali svantaggiate, per lo più collinari e montuose e nel Sud d’Italia il tessuto delle biblioteche è più debole e anche più rado. Dei circa 2.900 Comuni privi di biblioteche il 40,3% è nel Sud e dei 7,5 milioni di cittadini che non dispongono di una biblioteca il 43,2% vive in aree rurali o svantaggiate. Questa situazione non è destinata a migliorare senza terapie d’urto. Forse per facilitare un nuovo protagonismo bibliotecario in queste aree occorre dare vita ad una struttura ad hoc, magari sotto forma di una Associazione sulla falsariga della statunitense ARSL-The Association for Rural & Small Libraries? Entrando così in una ottica che accosti in modo specifico ai contesti metropolitani nuovi contesti d’azione metro-montani e metro-rurali?

In ultimo, la questione delle relazioni fra biblioteche, musei e archivi è ormai una sorta di ‘tormentone’ che si trascina da lunga data. La problematica di norma viene affrontata periodicamente, sotto forma di congressi MAB o meeting vari, ma in verità senza risultati sul serio innovativi. Il fatto è che probabilmente bisognerebbe cominciare con coraggio a ragionare sulla fattibilità di attivare non semplici relazioni funzionali-organizzative, ma vere e proprie fusioni, lì dove vi sono le condizioni di fattibilità: ad esempio riguardo alle “ecobiblioteche” c’è una indubbia corrispondenza con gli “ecomusei”, sorte di musei del territorio (semplifico di molto) che hanno alle spalle una lunga tradizione operativa e teorico-metodologica, risalente alle visioni novecentesche espresse da grandi esponenti della “nouvelle muséologie” francese quali Hugues de Varine[33] e Georges-Henri Rivière. Ovviamente la fusione perfetta dovrebbe coinvolgere anche gli “ecoarchivi”, che pure esistono. [34]


 
[1] Il presente articolo è una rielaborazione della lezione tenuta dall’Autore ai corsisti della Terza “Winter School Biblioteconomica” di Fondazione per Leggere (sessione del 28 febbraio 2023).

[2] Donella H. Meadows, allieva di Jay Wright Forrester, contribuì molto a questa presa di coscienza. Nel 1993 completa il libro Thinking in Systems che viene pubblicato postumo nel 2008 per la sua morte prematura. L’edizione italiana è del 2019 per i tipi di Guerini Next con il titolo Pensare per sistemi. Interpretare il presente Orientare il futuro Verso uno sviluppo sostenibile (riporta anche la nota scritta dall’Autrice nel 1993 e quella di Diana Wright, curatrice dell’edizione del 2008).

[3] L’elaborazione del S.O.S. e della ciambella di salvataggio si deve agli studiosi e analisti al tempo raccolti da Johan Rockström nello Stockholm Resilience Centre presso l’Università di Stoccolma (anno 2009). Nonché ai contributi di Carl Folke e Kate Raworth (si veda Worldwatch Institute, È ancora possibile la sostenibilità?, a cura di Gianfranco Bologna, Edizioni Ambiente, 2013; Johan Rockström e Anders Wijkman, Natura in bancarotta. Perché rispettare i confini del pianeta, Edizioni Ambiente, 2014; Kate Raworth, L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, Edizioni Ambiente, 2017).

[4] Di sicuro interesse sono a questo proposito i ricordi autobiografici di Patrick Moore, uno dei fondatori di Greenpeace. Egli sostiene che una delle prime volte in cui fra gli ambientalisti si parlò di sostenibilità fu durante un meeting del 1982 a Nairobi, cui parteciparono 85 leader dell’ambientalismo mondiale per celebrare il decimo anniversario della prima conferenza sull’ambiente tenutasi a Stoccolma nel 1972. P. Moore inoltre precisa: «Molti ritengono che il concetto di sviluppo sostenibile sia una sorta di compromesso fra gli interessi degli ambientalisti e quelli dei sostenitori dello sviluppo o degli industriali. Non è così. Il concetto nacque piuttosto come compromesso fra gli interessi degli ambientalisti dei paesi sviluppati e gli interessi degli ambientalisti dei paesi in via di sviluppo. L’espressione, al di là di cosa volesse dire, indicava che lo sviluppo è accettabile fin tanto che è sostenibile, e il dibattito su cosa si deve intendere per sostenibile prosegue a tutt’oggi» (cfr. Patrick Moore, L’ambientalista ragionevole. Confessioni di un fuoriuscito da Greenpeace, Dalai Editore, 2010).

[5] Enrico Berlinguer, Austerità, occasione per trasformare l’Italia, Editori Riuniti, 1977.

[6] Berlinguer. Attualità e futuro, a cura di Antonio Tatò, Edizioni l’Unità, 1989.

[7] Laura Conti, Questo pianeta, Editori Riuniti, 1983.

[8] Waldemaro Morgese, La sottile linea verde. Eccessi svolte e prospettive della questione ambientale, Stilo Editrice, 2013 (con contributi di Antonella De Robbio e Giorgio Nebbia).

[9] Ora ristampato in Waldemaro Morgese, Assenze presenti. Quindici ritratti, Edizioni dal Sud, 2022.

[10] Jonathan Franzen, E se smettessimo di fingere? Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica, Einaudi, 2020.

[11] Telmo Pievani, La fine del mondo. Guida per apocalittici perplessi, il Mulino, 2012. Da ultimo in Il giro del mondo nell’Antropocene. Una mappa dell’umanità del futuro (Raffaello Cortina, 2022), Telmo Pievani e Mauro Varotto (con la collaborazione del cartografo Francesco Ferrarese) hanno delineato lo spaventoso prevedibile impatto delle perverse relazioni fra cambiamento climatico e stili di vita umani.

[12] Timothy Morton, Cosa sosteniamo?, Aboca, 2019.

[13] Dovremmo forse prendere sul serio l’apparente boutade di Mauro Gallegati: «La casa brucia, ma intanto con l’unico secchio d’acqua rimasto mi sdoccio» (cfr. Acrescita. Per una nuova economia, Einaudi, 2016). Gallegati sostiene la necessità di un cambio di paradigma: «A-crescere vuol dire proprio questo: il benessere non dipende (soddisfatti i bisogni primari) dalla quantità di merci a disposizione, ma dalla possibilità di godersi la vita senza compromettere una uguale opportunità alle generazioni future». Si veda anche Maurizio Pallante, L’imbroglio dello sviluppo sostenibile (Lindau, 2022), secondo cui tutto deve essere finalizzato anzitutto alla sostenibilità dell’impronta ecologica.

[14] Enrico Giovannini, L’utopia sostenibile, Laterza, 2018. Nel libro sono delineate 4 ‘politiche trasformative’ da realizzare nel campo energetico, produttivo, educativo, fiscale di assoluto impegno. In particolare quella educativa dovrebbe consistere nel dotarsi in Italia di un programma nazionale di Lifelong Learning rivolto a tutta la popolazione.

[15] Per una panoramica sintetica si veda Anna Bilotta, Biblioteche e associazioni professionali. Politiche e strategie per la sostenibilità, su Biblioteche Oggi, novembre 2022.

[16] Gunter Pauli, Blue economy, Edizioni Ambiente, 2010. Tim Jackson, Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente, 2011.

[17] Biblioteche in cerca di alleati. Oltre la cooperazione, verso nuove strategie di condivisione, a cura di Massimo Belotti, Editrice Bibliografica, 2013 [epub]. Vi è anche una edizione cartacea degli atti del convegno.

[18] Gli atti sono raccolti in Ecobiblioteche, ecoarchivi, ecomusei. Pratiche di sapere e di azione per la tutela ambientale, a cura di Waldemaro Morgese e Maria A. Abenante, AIB, 2015. Il volume ospita fra l’altro contributi di Stefano Gambari, Emanuela Guidoboni, Pinuccia Montanari, Marino Ruzzenenti, Saverio Pansini, Anna Laura Saso.

[19] Più in generale per il contributo del CNBA si veda: Raffaella Inglese, Ecodecaloghi e non solo: l’impegno costante del CNBA per la sostenibilità delle biblioteca, in Biblioteche e sviluppo sostenibile. Azioni, strategie, indicatori, impatto, Editrice Bibliografica, 2020 (atti del convegno delle Stelline del 15-16 settembre 2020).

[20] Gli atti completi, pubblicati nel 2018, sono consultabili in epub (nel sito dell’ISPRA).

[21] Nel corso della terza sessione, riflettendo sul volume Ecobiblioteche, ecoarchivi, ecomusei, già citato, Piero Cavaleri osserva che «essere ecobiblioteche non può significare solo occuparsi di letteratura sull’ambiente o ospitare eventi che riguardino la tutela dell’ambiente. La ragion d’essere di una ecobiblioteca è l’essere parte organica del proprio ambiente (sociale), l’essere parte attiva nel trasformare le proprie comunità di riferimento, l’essere responsabili perché le persone e l’ambiente che le circondano siano ogni giorno migliori». A conclusione del convegno, soprattutto grazie all’attivo impegno del CNBA e di Anna Laura Saso (ISPRA), sono approvati per acclamazione un “ecodecalogo per l’utente” e un “decalogo dell’ecobibliotecario”. Il convegno si arricchì anche di alcuni momenti preparatori a livello decentrato: ad esempio il seminario svoltosi a Sassari il 9 aprile a cura dell’AIB Sardegna.

[22] Rapporto sulle biblioteche italiane 2015/2017, a cura di Vittorio Ponzani, AIB, 2019. Si veda anche Waldemaro Morgese, Le ecobiblioteche: una realtà in sviluppo, su Siculorum Gymnasium, LXX, III, 2017.

[23] Luca Ferrieri ha proposto una integrazione a questa seconda prospettiva in direzione di una considerazione più integralmente ecologica delle scelte librarie: con numerose esemplificazioni come ad esempio privilegiare i long-seller rispetto ai best-seller, eccetera (cfr. Cambio di paradigma e altri paradigmi, in Biblioteche Oggi Trends, dicembre 2020). Questioni da lui affrontate più in generale anche nel suo La biblioteca che verrà, Editrice Bibliografica, 2020.

[24] È questa una tematica affascinante che ritengo possa fare passi in avanti mano mano si riesca ad abbracciare in modo convinto le teorie che postulano l’indistinguibilità fra essere umano, non umano e ambiente (si veda, ad esempio, la post-ecologia panica o ecologia “oscura” di Timothy Morton) e l’interconnessione integrale di tutto prefigurata da James Lovelock. La difficoltà ad accogliere un percorso compiutamente non antropocentrico è anche nel fatto che, come chiarisce Massimo Recalcati: «quello che noi crediamo di essere non necessariamente coincide con quello che siamo veramente» (cfr. Le nostre vite governate dal dubbio, su la Repubblica del 28 febbraio 2023).

[25]Nel 2021 gli utenti per effetto del Covid-19 sono scesi in Italia al 7,4% (e a un ancor più modesto, anzi inquietante, 3,8% nel Sud).

[26] Alcune informazioni nel collettaneo Le biblioteche nel sistema del benessere, a cura di Chiara Faggiolani, Editrice Bibliografica, 2022.

[27] Vi è anche da aggiungere che i rapporti BES dell’ISTAT e soprattutto le stesse relazioni sugli indicatori BES del MEF hanno sì rilievo sul piano informativo ma sono ben lungi, almeno all’attualità, dall’insidiare il più tradizionale PIL allorché si debbano assumere le decisioni a livello istituzionale (inoltre nelle relazioni MEF, a differenza dei rapporti ISTAT, non si contemplano dati su musei e biblioteche).

[28] Io stesso, nel 2012, avanzai una delle tante possibili risposte: le biblioteche del XXI secolo, pena la loro scomparsa, dovranno essere una colonna portante del nuovo welfare, il quale non potrà più costruirsi o prosperare senza imboccare un coraggioso (e latouchiano) percorso di «decrescita», di «frugalità felice», di «decolonizzazione dell’immaginario economico» (cfr. Le biblioteche nel welfare. Ipotesi sul futuro di una istituzione della conoscenza, su Biblioteche Oggi, marzo 2012).

[29] Un primo passo fu il giungere di Adriano Olivetti a Matera nel 1950 e l’incontro decisivo con i fratelli Albino e Leonardo Sacco, per animare un laboratorio in cui ridare dignità agli abitanti dei Sassi (Cfr. Federico Bilò ed Ettore Vadini, Matera e Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità, 2016). Il legame quasi ‘spasmodico’ del fiero meridionalista L. Sacco con la biblioteca è testimoniato nel mio cit. Assenze presenti ed è stato ribadito di recente nel ricordo commemorativo di Amerigo Restucci, Olivetti, una lezione sempre attuale, su La Gazzetta del Mezzogiorno del 3 marzo 2023. Per lo specifico intervento a favore dell’istituzione di una rete di moderne biblioteche sviluppato dalla Cassa del Mezzogiorno alla fine degli anni ’60 si veda: Saverio Monno, Politica culturale e istituzioni. I Centri di Servizi Culturali, in: S. Monno, Movimenti Artistico-Culturali in terra di Bari 1950-2000, Edizioni dal Sud, 2011.

[30] Vasta è oggi la bibliografia sul difficile cammino verso la sostenibilità delle biblioteche italiane. Segnalo, fra i tanti contributi: Giovanni Di Domenico, Sustainable. Libraries in the time of ecological crisis (notes in the margin of Going Green), su Jlis.it, gennaio 2020; Il paradigma della biblioteca sostenibile, a cura di Giovanni Di Domenico con Anna Bilotta, Concetta Damiani, Rosa Parlavecchia, Ledizioni, 2021; gli atti del convegno delle Stelline del 2020, già citato, dedicato a Biblioteche e sviluppo sostenibile; gli atti del 59° Congresso Nazionale dell’AIB (24-25 novembre 2016) sul tema Biblioteche sostenibili. Creatività, inclusione, innovazione, a cura di Maria A. Abenante e Pieraldo Lietti, AIB, 2018.

[31] Riguardo all’aspetto economico bisogna andare oltre la tradizionale economia aziendale a costi-ricavi-profitti e, in fatto di gestione, applicare con decisione i principi del New Public Management.

[32] Il neoistituzionalismo nell’analisi organizzativa, a cura di Walter W. Powell e Paul J. DiMaggio, Edizioni di Comunità, 2000.

[33] Hugues de Varine, Le radici del futuro, Clueb, 2005.

[34] A cavallo fra XX e XXI secolo una fucina di idee e pratiche importanti è stato il Laboratorio Ecomusei dell’IRES Piemonte e oggi le reti ecomuseali, supportate da apposite leggi regionali, sono attive in molte Regioni.


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