LA CASINA IN CONTRADA BRENCA: RIMEMBRANZE SPARSE DELLA FANCIULLEZZA
di Waldemaro Morgese.
[pubblicato in: “Dimore e famiglie molesi dalla Città al Poggio”, a cura di G. Berlingerio-F. Massimeo-R. Lasalandra, LAB Edizioni, Altamura, 2023, pagg. 157-168].
«Le case dell’infanzia sono i luoghi dove i nostri corpi lasciano tracce indelebili»: ho pensato a questa frase pronunciata da una scrittrice di valore, Maura Maioli (anche finalista al premio Calvino 1995), impegnata a presentare il suo ultimo romanzo, Copper, in una libreria di Barletta. Infatti è così, ma queste tracce possiamo decifrarle solo noi e, quando non ci saremo più, non le decifrerà più nessuno a meno che altri, dopo di noi, non siano stati resi edotti e allenati per così dire a leggerle. Quindi solo in questo senso potrebbero essere tracce ‘indelebili’, per cui è sempre una questione di fortuna!
Brenca è il toponimo di una delle contrade del Poggio delle Antiche Ville: un’area rurale sita sul primo gradone murgiano, baricentrica fra Mola di Bari, Rutigliano, Noicattaro e Conversano.
Qui sorge, dal 1898, la mia ‘casina’ avita, ove abito in tutti i mesi dell’anno, godendo dell’incanto dell’inverno e del conforto delle altre stagioni.
Il significato di questo toponimo (Brenca) è incerto, in spagnolo indica il filamento di una pianta. È anche un cognome, diffuso qua e là in Italia. Una tradizione locale vuole che il toponimo abbia a che fare con ‘ombra’, luogo ombroso, ma non ci è chiaro il collegamento etimologico. Di certo però la contrada Brenca era, un tempo, ricca di boschetti e macchia mediterranea ed anche resa ombrosa dai grandi alberi di quercia, ulivo e carrubo. Oggi i boschetti sono diventati rari, la monocultura del tendone di uva da tavola – inquinante - avanza senza alcuna pietà e ulivi, querce e carrubi diminuiscono di numero perché sradicati per occorrenze le più varie anche miserevoli. Naturalmente questi mutamenti radicali (in peggio) non sono percepiti chiaramente nell’arco di una generazione, tuttavia se operiamo bilanci intergenerazionali il deterioramento del paesaggio agrario diventa terribilmente (e sconsolatamente) evidente!
Ma torniamo alle tracce lasciate dai nostri corpi, corpi di fanciulli e adolescenti. Sono tracce in molti casi immateriali perché hanno a che fare con i ricordi, ma qualche rara volta anche materiali, qualora siano riuscite a sopravvivere.
Cominciamo con l’energia elettrica. Brenca fu una delle prime contrade rurali molesi ad avere la linea elettrica, fin dagli inizi del Novecento, per l’interessamento di un signore di origini napoletane, di cognome Capriati, che era persona influente nella grande metropoli campana e che possedeva a Brenca una masseria. Cosa ricordo io? Ecco: ogni anno, agli inizi di settembre, quando ci trasferivamo nella casina mio padre tirava fuori con delicatezza da un cassetto una lampadina Edison da 60 watt e la avvitava all’esterno, sul fronte, nello spartano portalampade di ceramica bianca. Poi, a fine soggiorno, cioè a fine settembre, la svitava e riponeva nel cassetto. Così era illuminata la casina all’esterno! E spesso, c’è da dire, la corrente elettrica andava via: bastava un minimo campo magnetico creato dal cattivo tempo e restavamo al buio. Ci soccorrevano i lumi ad olio, sistemati magari su bellissimi lampadari che pendevano con i bulbi smaltati dal centro delle bianche volte a vela.
Ma ora vorrei, senza sistematicità, proprio sull’onda dei ricordi, descrivere l’inizio e la fine del nostro soggiorno nella casina, che cadeva per tutto il mese di settembre (le scuole cominciavano il primo ottobre, mentre prima di settembre era d’uopo trascorrere i mesi di luglio e agosto al mare, sugli amati scogli di Portecchia e Porto Colombo o presso i cosiddetti Sulfuri, oppure, per chi poteva, nella spiaggia di Calarena che veniva raggiunta con un torpedone puzzolente di nafta della Ditta Carenza).
L’inizio del soggiorno, dunque, coincideva con un rito molto impegnativo. Sistemavamo le masserizie fondamentali su un carro a grandi ruote trainato da un mulo, che copriva la distanza da Mola a Brenca in 3-4 ore: naturalmente salire sul carro era per me importante, ma non sempre riuscivo a convincere i miei genitori. La fine del soggiorno invece era segnata da un altro rito credo pagano (ma scoloratosi secolo dopo secolo): mio padre ci chiedeva di raccogliere nei campi rami e rametti, pezzi di tronco che, insieme alle fascine (conservate nel locale attiguo al lastrico solare), ci permettevano di costruire una grande catasta davanti al fronte della casina. Invitavamo tutte le famiglie, di ‘signori’ villeggianti e di contadini della zona e dopo il tramonto accendevamo un grande falò. Era il falò del commiato. Segnava la fine della nostra sia pur breve vita in campagna: ad essa tornavamo solo, nel caso, il giorno del Ferragosto o della Pasquetta. Quando veniva a formarsi la brace, tutto attorno al falò mia madre sistemava le mele cotogne che, una volta cotte, tagliava a fette, zuccherava e offriva ai presenti. Il rito del carro con il mulo e del falò con le mele cotogne si è ripetuto tante volte! Poi, come tutte le cose di questo mondo, da un certo momento in poi è svanito.
In ogni caso del mio soggiorno a Brenca nel mese di settembre in età fanciullesca io ho ricordi stranamente molto rapsodici.
Ad esempio non ricordo quasi nulla dei nostri pranzi, colazioni e cene. Di certo mia madre cucinava ottime pietanze, ma il ricordo non ce l’ho. Ricordo solo che un bel giorno fui invitato dalla famiglia contadina dirimpettaia e, con mio stupore, partecipai ad un pranzo in cui sulla tavola era stato sistemato un grande piatto tondo da cui tutti si alimentavano con grande naturalezza: mi spiegarono i miei genitori che questo piatto si chiamava ‘imperiale’ e mangiare così era normale nella tradizione contadina. Io ricordo di aver subito messo da parte la sorpresa e di aver mangiato con molto appetito! Ricordo anche la cottura del pane nel forno esterno a legna con la volta refrattaria, affidata alle mani sapienti della signora Agata (Agatuccia): queste pezze si mantenevano fresche per giorni e giorni ed erano gustosissime.
Magari posso ricondurre alla vita gastronomica del Poggio il fatto che esisteva nella contrada san Materno, contigua a Brenca, uno spaccio di generi di prima necessità prospiciente all’attuale strada provinciale 111, dove si vendevano a peso i maccheroni (i cosiddetti ‘ziti’), il pane, lo zucchero, il sale, il formaggio, le conserve, sicuramente altro che non ricordo…
Invece ricordo molto bene le lunghe passeggiate in sella alla mia fida bicicletta Edoardo Bianchi (con la fiera aquila sormontata da una corona quale logo) a cui avevo legato una banderuola triangolare di stoffa che raffigurava il logo della Petrol Caltex: di questa banderuola azzurra ero orgogliosissimo (mica capisco bene perché!). Ricordo anche una rovinosa caduta per aver urtato con la ruota anteriore della bici un ulivo che sporgeva da un muretto a secco. E ricordo anche un curioso uso della mia bicicletta: collezionavo francobolli e mi misi in testa di sistemarli in una sacca di cuoio e raggiungere con la mia bici tutte le casine della contrada per venderli. Qualche volto sono anche riuscito!
Ho accennato ai muretti a secco: Vittorino Andreoli, il famoso psichiatra, neurofarmacologo e scrittore ultraottantenne, li ha definiti in un libro recentissimo «tracce maestose di una civiltà perduta, rappresentano il noi di una volta e sono i segni lasciati da una umanità che non conosceva il profitto». Per molti decenni e decenni questi muretti preziosi anche per la loro funzione drenante si sono salvati ma poi anch’essi sono stati travolti dall’incuria e dal disprezzo a causa di ragioni futili: allargare il selciato dei fondi, usare la pietra sbriciolata come coibente e così via. Dal 2018 sono stati proclamati patrimonio immateriale dell’umanità ma avrebbero bisogno di una umanità molto più sensibile.
Ricordo bene anche immagini relative alla mobilia e agli arredi. Alcune specialmente: le assi di legno levigato e flessibile utilizzate per reggere i pagliericci dei letti; le spalliere e le pediere, di metallo verniciato di nero; i treppiedi su cui sistemare i bacili per le abluzioni mattutine; due grandi armadi, di cui uno molto particolare perché di legno giallo e nero con stampigliato a fuoco un timbro che ne certificava la provenienza veneziana; il comò sotto il quale, in un angolo, ‘viveva’ un riccio (sì, proprio un riccio!); i tipici comodini alti, con lo sportello per sistemarci i vasi da notte; le vetrinette di legno (aimè, tutte successivamente rubate).
Nel mese di settembre c’era anche il rito delle “visite di cortesia”: con mio padre, mia madre e la mia sorellina, vestiti tutti eleganti, ci recavamo a “fare visita” ad altre famiglie di villeggianti ma anche contadine. Ho il ricordo vivido di casine e ville (alcune delle quali oggi in rovina) elegantemente arredate e del rito del caffè, dei biscotti e della cioccolata offerta a noi piccoli. Ad esempio ricordo la casina Nacherlilla (o Nakerlilla), proprietà di un avvocato di Rutigliano, ove mio padre e mia madre si recavano più volte: evidentemente in questo caso non si trattava di semplici visite di cortesia ma di rapporti di amicizia veri e propri. Naturalmente portavamo con noi i regalini, che ci scambiavamo. Ma le visite riguardavano anche le dimore delle famiglie contadine, molto più spartane e con scarsi segni delle usanze urbane: io, ragazzino, non avevo chiaro il significato di queste differenze marcate, ma di certo capivo che visitavo due mondi diversi e questa sensazione, poco incisiva ma chiara, mi faceva un po’ fantasticare specie quando notavo oggetti e arredi di cui non avevo contezza nella mia vita in paese.
Comunque tutto mi sembrava meraviglioso: il mio dialogo con la natura, per quanto elementare, era esaltante. Le passeggiate lungo le stradine mi rinfrancavano e sovente mangiavo le carrube staccandole dalla pianta, che gustavo per il loro sapore vagamente simile a quello della cioccolata (la farina di carrube, del resto, oggi è stata riscoperta). Ma capii molto presto anche la precarietà e i pericoli cui va incontro la natura. Ad esempio avevamo sul retro della casina un rigoglioso albero di mimosa che ad un certo punto si seccò completamente per le avversità atmosferiche; sorte che toccò anche ad un robusto nespolo su cui ero solito arrampicarmi.
Del ménage igienico ricordo solo la precarietà (ma forse anche la capacità del riciclo…) dello smaltimento delle feci e orine: dai capienti, lunghi e lucidi vasi cilindrici di terracotta (i cosiddetti ‘prisi’), sistemati in un bugigattolo che fungeva da “bagno”, travasavamo giornalmente il contenuto sul retro di una costruzione a pochi metri dalla casina: la cosiddetta ‘rimessa’, oggi divenuta una biblioteca rurale, in una profonda fossa che periodicamente veniva disinfettata con calce viva. Mentre l’acqua per gli usi alimentari e della pulizia personale veniva tirata su da una cisterna sottostante la cucina con un secchio di rame e distribuita nelle pentole, nei cantari e nei bacili: tutto con parsimonia, perché non bisognava sprecare l’acqua piovana raccolta durante l’inverno nella cisterna. A proposito, anche in questo caso c’era un rito. Quando arrivavamo alla casina mio padre provvedeva subito a inserire un grosso tappo di sughero all’imbocco del tubo che collegava il lastrico alla cisterna, per poi toglierlo a fine estate onde ricostituire la riserva di acqua nella cisterna. L’acqua piovana, si noti, suppliva anche all’attuale uso di acqua minerale, che allora era molto limitato (magari si acquistavano solo le bottiglie curative di acqua Sangemini o Fiuggi, alquanto costose per verità).
A proposito della ‘rimessa’ ho questi ricordi. Era una costruzione di una quarantina di mq, poco distante dalla casina, con alte volte. Essa ha avuto una sua storia molto dignitosa. Inizialmente suppongo che sia stato uno spazio di servizio per deposito e per preparare il pane, perché aveva al suo interno, nella parte antistante, un grande forno a legna con una volta costruita con mattoni refrattari (oggi non c’è più, ma da ragazzino, pur se già dismesso, ricordo che ci giocavo “a fare il pane”). Poi divenne un garage per un’automobile, una delle poche esistenti a Mola (siamo negli anni 30). Dopo la seconda guerra fu una abitazione di fortuna per alcuni anni a beneficio di una famiglia di sfollati, che ben ricordo: sistemarono una tenda divisoria fra la parte retrostante adibita a “zona notte” e la parte antistante che oltre al forno aveva la cisterna con l’acqua piovana. Infine, ma solo intorno al 2015, è divenuta una biblioteca rurale.
Un altro ricordo vivo è la scuola rurale per le famiglie residenti in campagna, che al tempo della mia fanciullezza era allocata in una casina vicino alla nostra. Mia madre mi fece conoscere la maestra e suo marito. Il marito, nei pomeriggi con il freddo incipiente, quindi con il camino acceso, mi insegnò il gioco degli scacchi, per il quale mi appassionai talmente che, un po’ più grande, sentii il bisogno di acquistare manuali di gioco per impararne sempre di più i segreti.
In una casina vicina alla nostra viveva un attempato signore di cognome Contegiacomo. Spesso, con il permesso di mia madre, mi invitava a salire sul suo calesse per fare lunghe scorrazzate: ricordo indelebile, perché era bellissimo muoversi con il cavallo, sempre docile ai comandi del nocchiero! Fu talmente forte la commozione che mi infondevano questi piccoli viaggi che uno dei passatempi prediletti per me e mia sorella era quello di realizzare con un po’ di sedie e assi di legno un simulacro di calesse e fare su di esso lunghi viaggi, schioccando la frusta, con mia nonna materna (in gioventù la famosa soprano leggero Lina Palmieri) che faceva le veci del sig. Contegiacomo: viaggi da fermo, certo, ma non meno fascinosi!
Nel salotto della casina mio padre depositava cartucce, detonatori e polvere da sparo: lui praticava la caccia nei boschetti, con i suoi amici, e ciò non entusiasmava molto mia madre, che spesso lo rimproverava con la motivazione che fosse pericoloso per noi ragazzini pasticciare (anzi giocare) con questa roba! Per verità non ricordo l’esistenza del fucile da caccia, che di certo c’era ma evidentemente ben nascosto alla nostra vista.
In una delle stanze da letto della casina stazionava immobile e silenzioso, in un angolo, un riccio: nessuno lo toccava, era il quinto della nostra famiglia (non so se fratello o zio…). Ho spesso riflettuto su questa circostanza: durante la mia fanciullezza la relazione fra mondo umano e animale era più intensa, probabilmente. Del resto anche il nostro pastore alsaziano, Fritz, veniva trattato con tutti gli onori.
Le strade erano polverose e bianche. I cieli stellati brillavano in modo intenso. Ricordo con malinconia anche le giornate con la pioggia battente, che creava molte difficoltà ma era pur sempre di fascino. Il via vai e il vocio erano più intensi, specie nelle giornate prammatiche come Ferragosto o il lunedì dopo Pasqua: la contrada insomma era più abitata e più viva. Di sera le lucciole illuminavano l’oscurità; oggi sono scomparse, così come sono quasi scomparse le distese di papaveri rossi e i cespugli di more che ornavano i bordi delle stradine. La casina era anche degna di ospitare le nostre prime comunioni (la mia fu nel 1955), quindi le festicciole spartane con tutti i parenti e qualche amichetto.
Naturalmente i miei ricordi di vita nella casina di Brenca non sono solo questi, cioè quelli della mia fanciullezza. Dei ricordi successivi, numerosi e spesso interessanti, ho scritto e raccontato in più di una occasione. Inoltre i ricordi della piena giovinezza e dell’età matura da una certa data in poi (diciamo dalla metà degli anni 90) si intrecciano in modo particolare con le intuizioni visionarie che hanno accumunato alcuni di noi, proprietari di ville e non, sulla scorta della “nouvelle muséologie” francese e che hanno dato vita all’avventura ecomuseale nel Poggio. Ho anche molti ricordi della nostra casa di famiglia a Mola, il palazzo Morgese in via Di Vagno (prima via Roma). Ne scelgo solo uno. C’è mio padre che, armato di pialla, stucco, carta vetrata e vernice sta risanando alcune persiane, smontate e appoggiate sui cavalletti. Mi chiede: - Come mai non stai facendo esami? Rispondo: -Perché l’università di Bari non mi piace. Lui: -Allora dove vuoi andare? Rispondo: - A Pavia. Lui: - Difficile, ma possiamo mandarti a Roma, c’è una bella università, la Sapienza e poi lì ci sono i tuoi nonni materni. Fu così che mi trasferii alla Sapienza e incontrai il 68, oltre a completare gli studi.
Cosa posso concludere? Che oggi non può esserci più spazio per i ricordi, malinconici o esaltanti che siano. Oggi anche in campagna tutto si trasforma, tutto evolve e – ciò che conta - non sempre in bene. Quindi bisogna riflettervi attentamente e avere il coraggio necessario per contrastare le derive.

























