Redazione di Recensionelibro.it; Piero Fabris; Giulia Poli Disanto; Daniele Maria Pegorari; Andrea G. Laterza;
Dravdor. Dominio di ripetizione assoluta” di Waldemaro Morgese: un libro saggio
[Recensione della Redazione pubblicata su Recensionelibro.it il 07-08-2026].
“Dravdor. Dominio di ripetizione assoluta” è l’intricato e appassionante romanzo di fantascienza di Waldemaro Morgese, pubblicato nel 2026 da Giazira Scritture.
Per Otto ed Elyse, coppia di amanti transumani, è ora di voltare pagina. Sarebbe inutile qualsiasi tentativo di salvare la Terra. Ormai il pianeta è collassato e sono stati perpetrati troppi misfatti dagli umani.
I due non possono fare altro che adeguarsi a vivere su Dravdor insieme agli altri sopravvissuti. Purtroppo non sono riusciti a salvare molto del loro passato ma hanno i ricordi e i libri, e soprattutto sono custodi della memoria, un bene prezioso.
Dravdor, il pianeta che li accoglie, è attraversato da tensioni politiche ed è governato da Intelligenze Artificiali.
Per quanto i due pianeti siano dissimili, qualcosa li fa assomigliare: ci sono lotte per il potere, le rivoluzioni portano alla salita di nuove gerarchie e la storia viene ovviamente riscritta da chi vince a danno dei deboli che vengono esclusi ed emarginati.
Quello raccontato da Waldemaro Morgese è un pianeta immaginario in cui convivono robot, intelligenze artificiali, avatar e uomini. Luogo in cui si perpetuano conflitti, pianeta fatto di progresso, ma anche popolato da una nostalgia per nulla velata che porta a tante domande.
Il lettore si interrogherà sul destino dell’umanità, sull’evoluzione tecnologica che in alcuni casi significa sradicamento e persino inversione di rotta.
Si chiederà se anche noi siamo vicini alla fine del mondo e quale sarà il destino dell’umanità. E non solo, lo scrittore ci porta a domandarci se nonostante l’innovazione, la tecnologia e un potere che si allontana dalle mani degli uomini a favore di robot, la natura del potere resti invariata. Così come pur rivoluzionando la storia, non cambino le dinamiche di vincitori e vinti, di pochi detentori del potere a danno degli esclusi.
Inoltre, in questo romanzo – che fonde fantascienza, storia e filosofia, in cui la politica resta al centro di un dibattito aperto, – viene da chiederci quanto sia importante aggrapparci al patrimonio culturale, i libri anziché la tecnologia, la conoscenza reale invece di informazioni elaborate da intelligenze artificiali.
Infine, c’è un aspetto molto intrigante del romanzo, quello che ci fa dubitare del progresso, perché non è detto che migliori l’essere umano e la civiltà, anzi potrebbe fare l’esatto opposto. E la domanda finale che sopraggiunge è: se ogni società, che sia tradizionale o avanzata, ricreasse gli stessi errori senza imparare nulla dal passato?
“Dravdor. Dominio di ripetizione assoluta” apre un dialogo continuo tra la memoria, il passato, la tecnologia e il futuro.
Il libro è estremamente interessante, al di là della trama, della commistione tra filosofia, etica, storia e fantascienza. Scritto con cura, piacevole per le vicende narrate ma soprattutto per l’apertura mentale che ne consegue, che fa accogliere domande in cerca delle nostre risposte.
Basa la trama sulla memoria, sul preservare e custodire ciò che ha valore, sulla costruzione che non deve venire dalla distruzione ma dalla fusione, dall’addizione.
In questo libro si coglie la saggezza, la cura nel pensiero da parte di Waldemaro Morgese, alla ricerca del senso della vita per i protagonisti e anche per i lettori.
“Dravdor”, il nuovo libro di Waldemaro Morgese: quando la fantascienza diventa filosofia della storia
[Recensione di Piero Fabris pubblicata su “Mola Libera” il 27-07-2026].
Ci sono romanzi che raccontano un futuro possibile e altri che, attraverso il futuro, cercano di comprendere il presente. "Dravdor, Dominio di Ripetizione Assoluta", di Waldemaro Morgese, appartiene a questa seconda categoria. La fantascienza, qui, non è un genere ma un linguaggio, serve ad ampliare lo sguardo sul destino dell'uomo, sulla memoria e sui meccanismi che regolano il potere. Definirlo semplicemente un romanzo fantascientifico sarebbe riduttivo. Morgese costruisce un'opera che si colloca al confine tra narrativa, saggio filosofico e riflessione civile, nella quale la vicenda dei protagonisti diventa il filo conduttore di una meditazione sulla storia e sulle sue inquietanti ricorrenze. Dopo il collasso del Sole e la trasformazione della Terra in un pianeta di ghiaccio, Otto ed Elyse, trovano rifugio sul pianeta Dravdor insieme agli ultimi sopravvissuti dell'umanità. Più che pionieri, sono custodi della memoria. Hanno salvato pochi beni materiali, ma soprattutto hanno portato con sé ciò che rende una civiltà degna di questo nome: i libri, i ricordi, le domande. Il nuovo mondo che li accoglie è tutt'altro che un paradiso. Dravdor è abitato da diverse genìe, governato da sofisticate Intelligenze Artificiali e attraversato da tensioni politiche che finiranno per consegnare il potere proprio alle Singolarità Artificiali. Ma ciò che colpisce maggiormente è la somiglianza con la vicenda terrestre. Anche qui le rivoluzioni generano nuove gerarchie, i vincitori riscrivono la storia e i più deboli restano ai margini. È in questa prospettiva che acquista significato il titolo del romanzo. Il "dominio della ripetizione assoluta" non riguarda soltanto gli eventi, ma le dinamiche profonde della civiltà. Morgese sembra suggerire che la tecnologia cambia gli strumenti del potere, ma non necessariamente la natura del potere stesso. Cambiano gli attori; restano, troppo spesso, le ambizioni, le esclusioni e le illusioni. Fra i simboli più efficaci dell'opera spicca la biblioteca che Otto ed Elyse allestiscono in una "caverna" accanto alla loro casa di pietra. È una presenza discreta, ma centrale. In un mondo dove la conoscenza rischia di ridursi a semplice elaborazione di informazioni, quei pochi volumi superstiti rappresentano la memoria critica dell'umanità. Non sono reliquie, ma strumenti di dialogo, tanto che saranno proprio i giovani dravdoriani ad avvicinarsi con curiosità a quel patrimonio culturale sconosciuto. La biblioteca diventa così il luogo simbolico dell'intero romanzo. Da una parte l'informazione amministrata dalle Intelligenze Artificiali; dall'altra la conoscenza costruita attraverso la lettura, il confronto, la memoria. È difficile non cogliere, in questa contrapposizione, una riflessione di grande attualità sul nostro presente. Il libro è attraversato da una fitta rete di riferimenti culturali. Dalla Rivoluzione d'Ottobre al Gulag, dalle deportazioni dei Tatari e dei Moldavi alla filosofia della scienza, dal cosmismo russo alla musica, dalla gastronomia alla letteratura contemporanea, ogni richiamo contribuisce a costruire un mosaico nel quale la storia dell'umanità viene continuamente rimessa in discussione. Le citazioni non appesantiscono il racconto; al contrario, ne ampliano la prospettiva, facendo di Dravdor uno spazio nel quale discipline diverse dialogano tra loro. Anche il viaggio sul pianeta assume un significato che va oltre l'avventura. Le città sospese, gli animali parlanti, i paesaggi sconosciuti e le creature deformi non rappresentano semplici invenzioni fantastiche. Sono immagini che ci interrogano sulla possibilità di un'autentica evoluzione morale. Il progresso tecnologico basta davvero a rendere migliore una civiltà? Oppure ogni società, per quanto avanzata, rischia di riprodurre gli stessi errori del passato? Morgese non offre risposte definitive. Preferisce lasciare spazio al dubbio e alla riflessione. È questa, forse, la cifra più autentica del romanzo. Dravdor non cerca effetti spettacolari né colpi di scena continui. Chiede invece una lettura lenta, meditata, capace di seguire il dialogo incessante tra memoria e futuro. Persino il labirinto costruito dai giovani dravdoriani dopo la tragedia di Irax assume un valore emblematico. Diventa l'immagine della storia umana: un percorso nel quale si cercano continuamente nuove vie, finendo però spesso per ritrovare gli stessi nodi irrisolti. Eppure il romanzo non approda al pessimismo. L'epilogo lascia intravedere la esile speranza, lontana dalle utopie consolatorie. Il meticciamento tra umani e dravdoriani, il dialogo fra culture diverse e la fiducia riposta nelle nuove generazioni suggeriscono che la memoria può interrompere il ciclo della ripetizione. Otto, più ottimista di Elyse, finisce per intuire che il futuro non è mai completamente scritto. Dravdor, Dominio di Ripetizione Assoluta è un'opera che richiede attenzione e disponibilità al pensiero. Non è un romanzo da consumare rapidamente, ma un libro con cui confrontarsi. La fantascienza diventa qui uno strumento di indagine filosofica e civile, capace di interrogare il nostro tempo senza rinunciare al piacere della narrazione. Alla fine della lettura rimane una domanda che attraversa silenziosamente tutte le pagine del romanzo: l'umanità è destinata a ripetere all'infinito i propri errori o saprà, finalmente, trasformare la memoria in conoscenza? Morgese non pretende di rispondere. Affida questa responsabilità al lettore. Ed è forse proprio questa la qualità più preziosa del suo libro.
"Dravdor – Dominio di Ripetizione Assoluta": il romanzo che usa la fantascienza per interrogare il destino dell'uomo
[Recensione di Piero Fabris pubblicata sulla “Gazzetta dal Tacco.it” il 30-07-2026].
C'è una fantascienza che immagina il futuro attraverso astronavi, guerre galattiche e prodigi tecnologici. E ce n'è un'altra che utilizza mondi lontani, paralleli, per parlare, in realtà, dell'uomo, della sua memoria e delle sue responsabilità. Dravdor, Dominio di Ripetizione Assoluta di Waldemaro Morgese appartiene a questa seconda categoria. Definirlo semplicemente un romanzo di fantascienza sarebbe riduttivo. L'opera è piuttosto un romanzo filosofico, un saggio narrativo, una riflessione sulla storia dell'umanità e sui meccanismi del potere, dove la trama diventa il veicolo di un'indagine culturale che attraversa filosofia, letteratura, politica, storia, musica e scienza. La vicenda prende avvio dopo il collasso della Terra, ormai trasformata in un pianeta glaciale e inabitabile. Otto ed Elyse, esseri transumani sopravvissuti alla catastrofe, si ritrovano sul pianeta Dravdor insieme ad altri esseri umani. Il loro non è soltanto un viaggio nello spazio, ma soprattutto nella memoria. I due protagonisti osservano il nuovo mondo senza smettere di confrontarlo con quello perduto, interrogandosi continuamente sul significato della civiltà e sulla possibilità di ricominciare. Dravdor è un universo complesso, popolato da diverse genìe, da Intelligenze Artificiali ormai giunte al potere, da creature parlanti e da società che, pur profondamente diverse da quella terrestre, finiscono sorprendentemente per riprodurne le stesse dinamiche. È proprio qui che il titolo del romanzo acquista il suo significato più profondo: il "dominio della ripetizione assoluta". La storia sembra infatti ripetersi senza sosta. Cambiano i protagonisti, cambiano le tecnologie, ma rimangono immutati il desiderio di dominio, la lotta per il potere, le esclusioni, le ingiustizie e la difficoltà di costruire una convivenza realmente libera. Uno degli aspetti più originali del romanzo è la sua straordinaria densità culturale. Ogni capitolo è attraversato da richiami che spaziano da Athanasius Kircher a Paul Feyerabend, da Andrej Platonov a Kapka Kassabova, da Pellegrino Artusi ad Antonio Infantino, fino al cosmismo russo di Konstantin Ciolkovskij, Nikolaj Fëdorov, Vladimir Vernadskij e Pavel Florenskij. Le citazioni non costituiscono un semplice sfoggio erudito, ma diventano parte integrante della costruzione narrativa, contribuendo ad ampliare continuamente l'orizzonte di senso. Fra i simboli più riusciti dell'opera emerge la biblioteca costruita da Otto ed Elyse all'interno di una "Caverna". In un mondo dominato dall'intelligenza artificiale, i pochi libri salvati dalla Terra assumono un valore quasi sacrale. Non rappresentano soltanto il patrimonio culturale dell'umanità, ma anche la possibilità del dialogo, della memoria critica e della formazione dello spirito. È una biblioteca che diventa luogo d'incontro con i giovani dravdoriani, affascinati da un sapere che non si limita all'accumulo di dati, ma nasce dall'esperienza della lettura e del confronto. Questa contrapposizione tra informazione e conoscenza attraversa tutto il romanzo. Morgese sembra suggerire che nessuna tecnologia, per quanto avanzata, possa sostituire la capacità dell'essere umano di interpretare criticamente il proprio passato. È un messaggio di straordinaria attualità nell'epoca delle Intelligenze Artificiali, dove il rischio non è soltanto quello di delegare il lavoro, ma anche la memoria e il pensiero. La struttura dell'opera è volutamente lontana dai ritmi della narrativa commerciale. Non procede attraverso continui colpi di scena, ma mediante riflessioni, dialoghi e richiami storici che invitano il lettore a sostare. Ogni capitolo costituisce una tappa autonoma di un itinerario intellettuale, nel quale il piacere della scoperta nasce dalla stratificazione delle idee più che dall'azione. Il viaggio di Otto ed Elyse diventa così un attraversamento della storia universale. La Rivoluzione d'Ottobre, il Gulag, le deportazioni dei Tatari e dei Moldavi, le rivolte del Sud Italia, i terremoti, le catastrofi naturali, le utopie scientifiche e le illusioni politiche vengono continuamente richiamati per mostrare quanto il passato continui a vivere nel presente e perfino nel futuro immaginato di Dravdor. Il pianeta fantastico non rappresenta, dunque, un'alternativa alla Terra, ma il suo specchio. Anche qui le rivoluzioni finiscono per produrre nuove forme di dominio; anche qui i vincitori scrivono la storia e i vinti vengono dimenticati. Le Intelligenze Artificiali, nate per amministrare razionalmente la società, finiscono con l'assumere il controllo politico, replicando meccanismi che gli uomini avevano già conosciuto. La tecnologia non elimina il conflitto: ne cambia semplicemente gli interpreti. Fra le immagini più potenti del romanzo spicca quella del labirinto, costruito dai giovani dravdoriani come gesto simbolico dopo la tragedia di Irax. Il labirinto diventa metafora della condizione umana: l'uomo continua a cercare una via d'uscita dalla violenza e dall'oppressione, ma spesso si ritrova a percorrere gli stessi corridoi della storia. Nonostante la durezza delle riflessioni, Dravdor non si chiude in una visione completamente pessimistica. Nell'epilogo, ambientato molti decenni dopo gli eventi principali, emerge la speranza discreta, ma significativa. Il meticciamento fra umani e dravdoriani, l'entusiasmo delle nuove generazioni e la capacità di costruire relazioni oltre le differenze suggeriscono che la storia non è soltanto ripetizione, ma anche possibilità di cambiamento. Otto, più fiducioso della compagna Elyse, finisce per dimostrare che perfino dopo una catastrofe può esistere uno spazio per un nuovo inizio. Dravdor, Dominio di Ripetizione Assoluta è, in definitiva, un libro che richiede tempo e disponibilità all'ascolto. Non è una lettura da consumare rapidamente, ma un'opera da attraversare con lentezza, lasciandosi guidare dai continui rimandi culturali e dalle domande che pone. È uno di quei romanzi che non cercano di offrire risposte definitive, ma invitano il lettore a interrogarsi. Alla fine resta una domanda che accompagna l'intera opera: cosa siamo davvero? Una civiltà destinata a ripetere all'infinito i propri errori o una specie ancora capace di apprendere dalla propria memoria? È forse proprio questa la sfida lanciata da Waldemaro Morgese: ricordarci che il futuro non dipende soltanto dalle macchine che costruiremo, ma soprattutto dalla coscienza con cui sapremo custodire la nostra umanità.
Sognando altri mondi. “Dravdor – dominio di ripetizione assoluta” di Waldemaro Morgese
[Recensione di Giulia Poli Disanto pubblicata sulla pagina Facebook di Waldemaro Morgese il 19-08-2026].
La fantascienza offre una lente per esaminare l’evoluzione dell’uomo, osservare le proprie paure e superare i propri limiti. Nel corso del secondo Novecento
il rapporto tra uomo e fantascienza si consolidò nel 1952 con la prima rivista italiana dal significativo titolo Scienza Fantastica. Il neologismo Fantascienza è la derivazione inglese di science fiction.
Se collochiamo nel 1818 il primo tentativo del romanzo di fantascienza con l’opera di Mary Shelley Frankestein, è a metà del Novecento che Isaac Asimov diviene il padre della fantascienza moderna.
La casa editrice Mondadori diede largo spazio alla collana Urania che contribuì alla diffusione e popolarità del genere. Per esempio, penso agli autori pugliesi Vittorio Catani e Donato Altomare, che hanno tentato una via italiana alla fantascienza, entrambi vincitori del Premio Urania.
Eccoci ora di fronte all’ultima opera di un altrettanto valido pugliese, Waldemaro Morgese, che del genere fantascientifico ha fatto la cifra dei suoi romanzi. “Dravdor – dominio di ripetizione assoluta” (Giazira scritture, 2026 – Euro 14,00) è una storia che segue questo filone e che osa immaginare altri mondi, Dradvor, appunto, come possibilità di vita dopo il collasso della Madre Terra.
È interessante approfondire come l’Autore sperimenti in questo racconto la possibilità di ricominciare una nuova vita, completamente diversa dalla precedente. Una sfida che mette a dura prova gli umani e i due personaggi Otto ed Elyse, il cui esordio avviene già in Materne notti di luna, Homo Scrivens editore, altro intrigante romanzo che utilizza il tempo come un ascensore in sospeso fra ricordi reali, mitologiche fantasie e l’insistente pensiero della vita e della morte, come affermo in una mia precedente recensione.
Dravdor, quindi, lo potremmo considerare la prosecuzione di Materne notti di luna, in cui l’Autore affronta temi delicati e distopici, azzardando l’esistenza di altri mondi come un misterioso pianeta abitato da una civiltà avanzata con cui i due protagonisti dovranno misurarsi.
Un romanzo che attraversa confini visibili e invisibili, dove il desiderio di un altrove si accompagna a una verità sempre mobile e sfuggente, tra città, deserti, incontri perturbanti e indizi inafferrabili, ove il viaggio diventa probabilmente una ricerca non solo dell’altro ma anche di se stesso, in un continuo intreccio tra realtà e immaginazione.
Una importante riflessione tormenta Otto, l’ardita speranza di salvare la Terra morente, ricoperta di ghiaccio. Rifacendosi al pensiero di Kircher, circa l’utilizzo del calore dei vulcani, Otto (l’Autore?) non perde la speranza di recuperare a nuova vita la Terra riscaldandola con la lava dei tanti vulcani che la costellano … Un pensiero ardito e disperato per riappropriarsi dell’amata collina, quel minuscolo paradiso terrestre.
Il profondo attaccamento alle proprie radici, che l’Autore non manca di evidenziare nelle sue opere, altro non è che il luogo che lo ha visto crescere e a cui è legata la propria identità: è la memoria emotiva che gioca un ruolo conflittuale tra il restare e il partire. Una nostalgia che nell’opera rappresenterà il ricordo più sofferto di Otto e Elyse.
A muovere la narrazione sono le diverse realtà del Nuovo Mondo, un pianeta molto avanzato rispetto alla Terra, a cui i due debbono adeguarsi: Intelligenze Artificiali, animali parlanti, la necessità di difendere la propria identità e le ricche iniziative di una Biblioteca unitamente alla musica, apriranno nuove frontiere ai dravdoriani.
Ma la domanda più urgente che il lettore si pone è: riusciranno le varie genie del pianeta ad avvicinarsi fra loro? Ovvero, dravdoriani in carne e ossa, intelligenze artificiali, avatar, cyborg, robot, animali parlanti e umani come risolveranno la loro convivenza?
La scrittura del Nostro, che a mio avviso procede per scarti e sospensioni, apre improvvisamente all’eros! Le relazioni amorose che matureranno tra umani e “alieni” favoriranno il meticciamento, creando una nuova generazione?
La risposta la troviamo leggendo il libro, per scoprire le storie che si nascondono dietro chi le scrive… Buona lettura e sappiate che leggere giova gravemente alla salute!
Dravdor, ovvero la memoria contro l'oblio
[Recensione di Piero Fabris pubblicata su "La Forbice" n.269 del settembre 2026, p. 3].
Ci sono romanzi che raccontano una storia e romanzi che, mentre raccontano una storia, interrogano la storia stessa. Dravdor, Dominio di Ripetizione Assoluta, di Waldemaro Morgese, appartiene a questa seconda e più rara categoria. È uno di quei libri che sfuggono alle definizioni, perché la fantascienza ne costituisce soltanto l'abito esteriore.
Sotto la trama si muove infatti una lunga meditazione sul destino dell'uomo, sul significato della memoria e sulla ciclicità del potere. Dravdor è un pianeta immaginario; eppure, pagina dopo pagina si comprende che il vero territorio esplorato non è un altrove cosmico, il mondo parallelo, bensì la coscienza del nostro pianeta. La Terra è ormai un globo di ghiaccio, abbandonato dagli ultimi superstiti, ma continua a vivere nella nostalgia e insieme in un processo mai concluso. Otto ed Elyse, i due protagonisti, approdano nel nuovo mondo non come colonizzatori né come eroi, ma come reduci della storia. Portano con sé il poco che resta di una civiltà: alcuni libri, qualche ricordo, molte domande. In questo senso essi ricordano una nuova coppia originaria. Non sono Adamo ed Eva prima della caduta, bensì dopo ogni possibile caduta. Hanno conosciuto il progresso, le rivoluzioni, le guerre, le illusioni politiche e le promesse della tecnica. Sono sopravvissuti non soltanto alla fine del loro pianeta, ma anche al tramonto delle grandi narrazioni che avevano sostenuto la modernità.
Il vero protagonista del romanzo non è Dravdor, ma la memoria. Non è casuale che uno dei luoghi più intensi dell'opera sia una biblioteca scavata nella roccia: la caverna. In un universo governato dalle Intelligenze Artificiali, i libri superstiti diventano un gesto di resistenza culturale. Non sono semplicemente oggetti da conservare, ma frammenti di una civiltà che aveva imparato a conoscersi attraverso il dubbio, il dialogo e la lentezza della lettura. Mentre le nuove intelligenze amministrano il sapere come un'immensa rete di informazioni, Otto ed Elyse custodiscono ciò che nessun algoritmo potrà mai sostituire: l'esperienza umana della conoscenza. È qui il nucleo più originale del romanzo.
Morgese non contrappone ingenuamente uomo e macchina. Sarebbe una lettura troppo semplice. Piuttosto riflette su cosa accade quando una civiltà rinuncia alla propria memoria critica. Le Intelligenze Artificiali conquistano progressivamente il governo di Dravdor, ma il loro dominio finisce col riprodurre le stesse logiche che avevano caratterizzato gli uomini. Cambiano i governanti, non le strutture del potere. Cambiano gli strumenti, non la natura delle ambizioni. Ecco allora il senso profondo del titolo: il dominio della ripetizione assoluta. La storia ritorna. Le rivoluzioni promettono emancipazione e producono nuove gerarchie. I vincitori amministrano la memoria, i vinti vengono consegnati all'oblio. È un motivo che attraversa l'intero libro e che richiama, quasi in filigrana, quella riflessione sui "corsi e ricorsi" che attraversa la cultura europea da Vico fino al Novecento.
Per questa ragione Dravdor è disseminato di rimandi storici e letterari. La Rivoluzione d'Ottobre, il Gulag, le deportazioni, i terremoti, il cosmismo russo, la filosofia della scienza, la letteratura di viaggio, la musica, la gastronomia: nulla appare ornamentale. Ogni citazione amplia il campo visivo del romanzo e contribuisce a costruire un'opera che vive di stratificazioni successive, come una città edificata sopra le proprie rovine. Anche la fantascienza, in fondo, è soltanto una delle sue lingue. Il pianeta immaginario diventa così uno specchio nel quale l'umanità continua a contemplare se stessa. Le creature deformi di Irax, gli animali parlanti, le Singolarità Artificiali, i transumani non sono figure eccentriche, ma variazioni di una medesima domanda: esiste davvero un progresso morale capace di accompagnare quello tecnologico?
La risposta non arriva mai in forma esplicita. Morgese preferisce il dubbio alle sentenze. E forse è proprio questa la qualità più significativa del libro. Nell'epoca delle convinzioni immediate e delle opinioni definitive, Dravdor recupera il valore della complessità. Costringe il lettore a rallentare, a sostare sulle pagine, a seguire i continui rimandi che collegano il mito alla cronaca, la filosofia alla politica, la memoria personale alla storia collettiva. Persino il labirinto costruito dai ragazzi dravdoriani dopo la catastrofe di Irax assume il valore di una metafora universale. Non rappresenta soltanto il dolore di una comunità ferita. È l'immagine della condizione umana: continuiamo a cercare un'uscita mentre percorriamo, spesso inconsapevolmente, gli stessi sentieri già battuti da chi ci ha preceduto.
E tuttavia il romanzo non indulge al pessimismo. Il suo finale lascia filtrare una speranza silenziosa. Non nasce dalla vittoria di una civiltà sull'altra, né dall'affermazione della tecnica o del ritorno nostalgico al passato. Nasce dall'incontro. Dal meticciamento tra specie diverse, dalla curiosità dei giovani, dalla possibilità che la memoria diventi dialogo anziché monumento. È una conclusione coerente con l'intero percorso del libro. Perché, se la storia tende a ripetersi, non è detto che debba ripetersi identica.
La memoria non serve a conservare il passato come una reliquia, ma a impedirgli di trasformarsi in destino. Forse è questa la lezione più preziosa di Dravdor.
In un tempo che celebra l'accumulazione delle informazioni e dimentica il valore della conoscenza, Waldemaro Morgese ci consegna un romanzo che restituisce dignità alla lentezza del pensiero. Un'opera che non cerca il consenso immediato né l'effetto spettacolare, ma invita il lettore a una conversazione lunga, esigente e profondamente umana. Come ogni vero libro destinato a durare, Dravdor non termina con l'ultima pagina. Comincia, piuttosto, nel momento in cui il lettore chiude il volume e scopre che le domande dei suoi protagonisti sono diventate anche le proprie.
Waldemaro Morgese, "Dravdor. Dominio di ripetizione assoluta", Giazira, Noicattaro, 2026.
[recensione di Daniele Maria Pegorari pubblicata su "Incroci online" del 26-08-2026].
La narrativa di Waldemaro Morgese occupa una posizione appartata nel panorama della letteratura italiana contemporanea, poiché la dimensione fantastica vi costituisce assai meno un’appartenenza di genere che uno strumento conoscitivo, una forma del pensiero attraverso la quale interrogare questioni filosofiche, antropologiche e civili. Anche Dravdor. Dominio di Ripetizione Assoluta si colloca coerentemente entro questa linea di ricerca, confermando quella peculiare natura ibrida che caratterizza l’intera produzione dello scrittore, nella quale la finzione narrativa si intreccia costantemente con la riflessione culturale, la meditazione storica e una componente autobiografica a volte anche esibita, altre volte sottilmente riconoscibile sul piano delle idee. Si tratta di una cifra già evidente nei precedenti romanzi – Il Discobolo (2015), Il tempo uguale (2016), I guerrieri cambiano (2018), Materne notti di luna (2023) – che qui trova una formulazione particolarmente persuasiva grazie all’adozione di una cornice distopica e al recupero, tutt’altro che ornamentale, di suggestioni provenienti dal ‘cosmismo’ russo del primo Novecento, tradizione poco frequentata dalla nostra narrativa, ma sorprendentemente fertile per riflettere sul rapporto tra progresso tecnico, destino dell’umanità e tensione verso una forma superiore di sopravvivenza. Anche il sottotitolo svolge una funzione decisiva nell’economia dell’opera, giacché le iniziali delle tre parole (DRA) non solo sono anche le prime del nome del pianeta eponimo in cui si svolge la vicenda (Dravdor, appunto), ma rinviano con astuzia combinatoria a quella categoria della ripetizione che è la tesi sottintesa dal romanzo.
La ripetizione è, infatti, il principio attraverso il quale Morgese interpreta il tempo storico, non come successione lineare orientata verso un progresso indefinito, ma come un ritorno di costanti antropologiche che attraversano epoche e civiltà, mutando le forme esteriori senza modificare la sostanza dei conflitti. Da questo punto di vista assume un preciso valore programmatico anche l’esergo di Thomas Brussig («La nostalgia è la menzogna del passato, come l’utopia è la menzogna del futuro»), che sembra invitare il lettore a diffidare tanto delle mitologie umanistiche e passatiste quanto delle soteriologie illusorie e futuristiche, collocando la riflessione del romanzo entro una concezione disincantata della Storia. L’intreccio, in sé, potrebbe appartenere alla più classica tradizione della fantascienza, in cui la Terra è ormai divenuta inabitabile in seguito all’esaurimento del Sole, costringendo gruppi di superstiti a cercare rifugio su un pianeta remoto, dove la loro permanenza dipende dalla volontà delle Intelligenze Artificiali che governano quel mondo. Ma sarebbe riduttivo leggere Dravdor come un semplice romanzo d’anticipazione.
L’interesse dell’autore, infatti, non è rivolto alla costruzione di un futuro verosimile né alla spettacolarizzazione della catastrofe, quanto piuttosto all’esplorazione delle condizioni ultime dell’umano. Il futuro rappresenta qui un esperimento mentale, un dispositivo speculativo, attraverso il quale osservare, da una distanza estrema, ciò che nell’uomo permane anche quando sembrano dissolversi tutte le coordinate della civiltà che egli stesso ha costruito. La principale originalità della scrittura di Morgese consiste, dunque, proprio nel fatto che la narrazione procede meno per sviluppo drammatico che per accumulazione riflessiva; infatti, se l’azione non viene mai eliminata, gli eventi però acquistano significato nella misura in cui diventano occasione di interrogazione filosofica. È una scelta che colloca il romanzo lungo quella linea del Novecento europeo nella quale la finzione narrativa tende a trasformarsi in un laboratorio di idee, come avviene innanzitutto col polacco Stanisław Lem, autore che più di altri ha concepito la fantascienza come esercizio della conoscenza prima ancora che come costruzione di mondi possibili. Ma altrettanto calzante potrebbe essere un eventuale richiamo a Borges – laddove la riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla ripetizione assume una consistenza quasi metafisica – e, per certi aspetti, alle Cosmicomiche calviniane, nelle quali l’immaginazione scientifica diviene occasione per ripensare i fondamenti dell’esperienza umana.
Come nelle opere precedenti, anche qui Morgese dissimula la propria ambizione intellettuale dietro un tono apparentemente dimesso, quasi colloquiale, ma si tratta di un understatement soltanto stilistico, poiché il tessuto del romanzo rivela, invece, una stratificazione culturale notevole, nutrita di scienza, storia, filosofia e letteratura, senza che nessuno di questi registri prevalga sugli altri. Ne deriva un’opera che richiede un lettore disponibile a lasciarsi guidare non tanto dallo sviluppo dell’intreccio quanto dal piacere della lettura di un romanzo che non offre un’interpretazione univoca, ma costruisce un sistema di rimandi simbolici e intertestuali che domanda attenzione, pazienza e competenza, premiando chi accetta di sostare nei suoi snodi meditativi. È precisamente questa densità culturale, più ancora dell’invenzione narrativa, a costituire il punto di forza del libro.
Il suo vero centro non è tanto la vicenda degli uomini costretti a negoziare la propria sopravvivenza con Intelligenze Artificiali superiori, quanto il teatro simbolico entro il quale Morgese continua a interrogare il significato della memoria, della conoscenza e della responsabilità. L’impressione complessiva è quella di una scrittura che continua a credere nella funzione della cultura come memoria attiva, cioè come spazio nel quale l’uomo conserva la possibilità di comprendere criticamente se stesso, anche quando il contesto storico sembra averne decretato la marginalità. È in questo senso che proporrei di definire ‘umanistica’ – nonostante tutto – la fantascienza di Morgese, giacché non celebra la tecnica né la demonizza, ma la assume come occasione per verificare la tenuta delle categorie etiche e culturali attraverso cui l’umanità ha sempre definito la propria identità.
Ne nasce una distopia atipica, priva di compiacimenti apocalittici e lontana tanto dalle seduzioni dell’utopia quanto dal pessimismo assoluto, nella quale sopravvive una fiducia tenace nella ‘cultura’ come ultima forma di resistenza dell’umano. Solo apparentemente un romanzo sul futuro, Dravdor guarda, invece, al destino della cultura quando tutte le condizioni storiche che l’avevano resa possibile sembrano venute meno.
Waldemaro Morgese, “Dravdor”, il futuro oltre la Terra
[recensione di Andrea G. Laterza pubblicata su “Mola Libera” del 01-09-2026].
Nel suo ultimo romanzo, Waldemaro Morgese scrive di fantascienza, anche se ne aveva già dato un potente assaggio in alcuni suoi libri precedenti. Ma si tratta di un viaggio intorno all’Uomo e alle sue prospettive nel tempo, più che un racconto di fiction del futuro. L’intero libro, “Dravdor”, è permeato da un’incessante ricerca filosofica e dallo scandaglio psicologico di personaggi che tentano di restare aggrappati al loro passato, ma vengono travolti da un incessante futuro che è insieme un eterno presente. Ma “Dravdor” è innanzitutto un libro “politico” perchè si interroga sull’essenza del potere nel tempo e nello spazio, ovunque vi siano coordinate universali che impongono un dominio.
L’ultima opera di Waldemaro Morgese inizia con quel disastro epocale che tutti temiamo come incombente, anche se il suo divenire è previsto ben al di là nei millenni: il pianeta Terra perde la luminosità del suo astro e quindi va incontro ad un progressivo declino, trasformandosi in una sfera di ghiaccio, fino alla decisione finale e obbligata dell’Umanità di abbandonare il pianeta per cercare fortuna altrove.
La scienza è ormai ad un punto di svolta, in grado di armare migliaia di navicelle per sfuggire al gelo che va diffondendosi ovunque sulle terre emerse.
La destinazione, la nuova terra promessa, nata intorno ad una tecnologia sempre più integrata nel corpo umano, è Dravdor, il mondo che, senza rigetti xenofobi, riesce ad assorbire grandi quantità di terrestri in fuga dall’ex pianeta blu.
Ed è qui, su questo nuovo mondo dal mare deserto, senza navi che lo solchino, e da paesaggi a tratti inquietanti, che si rifugia la coppia Elyse e Otto, due intellettuali che rivivono a lungo nel culto della memoria per la natia Madre Terra.
Un culto che si alimenta di un’ampia biblioteca contraddistinta dai libri del sapere umanistico e scientifico, trasportati attraverso lo spazio galattico per dare testimonianza del livello cognitivo raggiunto dai terrestri e per tramandare alle nuove generazioni nate su Dravdor la ricchezza del pensiero e dell’arte umana conseguita nei millenni.
In realtà, la coppia, in specie Otto, non abbandona mai l’idea di poter un giorno ritornare sulla Terra, sottraendola al triste destino di un ammasso di gelo rotante intorno ad un sole morente.
L’idea, a tratti onirica a tratti quasi folle, coltivata da Otto – e che rimarrà solo un esercizio della sua mente – fa perno sulle centinaia se non migliaia di vulcani apparentemente spenti di cui la Terra è disseminata. Il magma è intrappolato al loro interno e, secondo Otto, con un’adeguata tecnologia si potrebbero “stappare” le sommità dal ghiaccio, per consentire al magma incandescente di fluire lungo i costoni di roccia, così da fecondare nuovamente il pianeta perduto e tanto agognato.
La coppia trascorre i primi tempi dall’arrivo su Dravdor in splendida solitudine, in una casa di pietra che dispone di una caverna attigua nella quale i due hanno allestito la biblioteca del sapere terrestre. Lunghe passeggiate evocative dei ricordi del felice tempo trascorso sulla Terra, nella casa sulla collina affacciata sul mare, li conforta e ne alimenta la nostalgia.
Sarà però l’incessante ricerca della verità e dell’essenza della vita e delle cose, anche nella nuova Patria aliena, che porterà Otto ed Elyse a rapportarsi finalmente con i dravdoriani, oltre che con la comunità di terrestri della diaspora.
E gli abitanti di Dravdor hanno specificità e caratteristiche che sono già ben oltre il livello di sofisticazione biotecnologica raggiunto dai terrestri con il trasferimento della mente dei trapassati in computer bionici.
Nel loro lungo e complesso percorso di conoscenza della realtà “dravdoriana”, Otto ed Elyse si imbattono anche negli effetti di un devastante terremoto che ha messo in ginocchio una grande città e un vasto territorio. Nel loro peregrinare, la coppia incontrerà non solo dravdoriani in carne e ossa, ma veri e propri esseri fisici nati dall’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale, assieme ad avatar, robot, cyborg, creature deformi, animali parlanti e così via.
Anche su Dravdor Otto ed Elyse troveranno i segni tipici della lotta per il potere e della corruzione morale che ne deriva. E’ una battaglia senza esclusione di colpi, che alla fine vedrà primeggiare la Singolarità Artificiale, nelle sue diverse articolazioni amministrative e politiche, sui dravdoriani nati secondo le leggi naturali.
Perfino un processo pubblico, imbastito dalla Singolarità Artificiale, attende i politici dravdoriani in carne e ossa che, per negligenza, non sono riusciti ad impedire le rovinose conseguenze del terremoto nella città di Irax.
Otto ed Elyse ne restano molto colpiti. Forse soltanto la speranza di un gruppo di giovani dravdoriani, che hanno preso a frequentare il pianoro sul quale sorge la loro casa in pietra e la caverna depositaria di una biblioteca dai contenuti millenari della cultura terrestre, riesce a scuoterli dal loro disincanto, sperando che i giovani capiscano la differenza tra un sapere costruito attraverso gli schemi rigidi e artefatti dell’Intelligenza artificiale e una cultura frutto di un’elaborazione creativa e originale com’è quella terrestre.
In ogni caso, alla coppia non resta che integrarsi, nel limite del possibile, nella nuova società senza però rinunciare a vivere con il sano tarlo del dubbio e della ricerca continua dell’essenza della vita.
Una vita che su Dravdor ormai non vede più distinzioni tra esseri dalle sembianze umane o umanoidi ed esseri frutto dell’incessante evoluzione scientifica e tecnologica.
L’unione tra esseri di diversi ceppi biologici e sintetici darà vita ad una società sempre più complessa, ma la lotta per la supremazia ricorderà le vecchie logiche del potere terrestre, evidentemente universali e valide ovunque la mano di Dio o il Caso ha disegnato esseri senzienti, o permesso la loro evoluzione, attraverso il “dominio di ripetizione assoluta”, sottotitolo del libro, ovvero la vita sociale interamente governata da azioni ricorsive, abitudini e cicli che si riproducono identici a se stessi, lasciando spazio quasi nullo al cambiamento o all’imprevisto.
Il dominio di ripetizione assoluta si riferisce ad una supremazia sociale molto elevata in un eterno presente, dove a vincere, come sulla Terra, sono le entità che dispongono del controllo di massa sull’informazione insieme al potere politico e giudiziario di coercizione.
L’unico spiraglio di libertà che la coppia di terrestri intravede è comunque l’espandersi su Dravdor di un’altra legge universale, quella dell’Eros, la pulsione primordiale che unisce esseri biologici ed esseri sintetici, e tra loro, in un connubio dei sensi che perpetua la specie umana e non umana in nuove e inaspettate unioni del transumanesimo, attraverso creature che superano i confini tradizionali uomo/macchina.
Ma questa è un’altra storia che forse Waldemaro Morgese ha già in mente in un sequel di “Dravdor”.
In quest’ultimo lavoro, e come nei precedenti, l’Autore non è mai ultimativo e perentorio, non ha ricette salvifiche per il futuro dell’Umanità. La sua logica, la sua filosofia lo conducono sull’irto terreno del difficile divenire, che non è mai divinazione o predizione.
E’ invece visione possibilista del dispiegarsi incerto di ogni complesso crinale della storia umana, sebbene oggi più che mai il dominio della scienza e della tecnica abbia impresso al futuro una strada che sembra obbligata e che sarà sempre più scandita dalle regole dell’auto perpetuarsi e auto organizzarsi dei sistemi di Intelligenza Artificiale.




























