Casina Morgese

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BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE: recensioni

BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE: recensioni - Casina Morgese

Si riporta la recensione di Piero Cavaleri al volume di Waldemaro Morgese, Bibliotecari e biblioteche. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo, Edizioni dal Sud, Bari 2016. 

 

BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo

Questo libro di Waldemaro Morgese, che comprende un prologo di Maria Abenante e un epilogo di Maria Antonietta Ruiu, può essere letto secondo due prospettive.

La prima è quella dei concetti, la seconda quella dei significati.

Partirò dalla seconda prospettiva, brevemente ma non leggermente, perché è quella che può spiegare anche la prima.

Infatti essendo un libro composto da testi scritti lungo l’ultimo decennio, tranne uno che risale alla fine del secolo scorso, e su argomenti vari, il semplice elenco di questi ultimi non potrebbe dare in alcun modo la giustificazione del loro essere stati radunati e pubblicati oggi sotto il titolo Bibliotecari e biblioteche. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo.

Solo individuando i significati di tutte le pagine di questo libro possiamo capire la ragione e l’importanza della sua pubblicazione. Questi significati sono, a mio parere, l’impegno civile dell’autore, la fiducia nella possibilità di riuscire a modificare la realtà e la certezza della superiorità, sia morale sia pragmatica, del sapere, del conoscere, dell’essere consapevoli in tutte le sue forme e manifestazioni.

Oltre ai significati, altrettanto importante è comprendere chi è il destinatario dei testi, chi è che deve interpretarli per rendere reale il significato. Questo destinatario coincide idealmente con l’autore. L’autore è un intellettuale, forse gramsciano, sicuramente illuminista, che si rivolge a chi riconosce come proprio omologo per invitarlo a essere e ad agire per cambiare il mondo attraverso la diffusione del sapere e la capacità di utilizzare il sapere reificato nelle opere sia di tipo conoscitivo che di tipo espressivo. Questo è ciò che il libro ci indica, e lo fa usando alcuni concetti riferiti alla biblioteca, ai bibliotecari, agli altri operatori del filone produttivo della conoscenza.

Sullo sfondo rimangono invece i veri interlocutori dell’autore. Se l’autore si rivolge ai bibliotecari e agli altri operatori della conoscenza lo fa perché questi si rendano protagonisti di un dialogo/scontro con i detentori del potere. Questi, i politici, i dirigenti, i grandi manager, chi comanda e prende le decisioni strategiche, sono gli interlocutori che i bibliotecari devono individuare per costruire una nuova tipologia di biblioteche.

Dato il quadro generale, entriamo ad esaminare quali sono i principali concetti che emergono dai vari testi, testi, che ripeto, sono stati pubblicati o presentati durante un decennio e in forme diverse risultando perciò eterogenei se non tenessimo sempre presente durante la loro lettura ciò che abbiamo detto riguardo il significato generale dell’insieme.

Il primo concetto che emerge in molti testi è il cambiamento. Non la banale innovazione che spesso non è altro che la novità di una vetrina rinnovata ad ogni mutare di stagione, ma il cambiamento reale di elementi fondamentali della società. Morgese cerca, insistentemente e presentando casi diversi, di parlarci di ciò che realmente sta accadendo nella struttura profonda della società in cui viviamo. Il cambiamento che lo preoccupa e dovrebbe preoccupare tutti coloro che lavorano, che decidono, che pianificano nelle biblioteche è la possibile fine di un sistema in cui la coesione sociale sia sostenuta da una convergenza dei redditi e degli interessi della maggior parte della popolazione, sia attiva che ritirata dal lavoro per motivi d’età. In vari punti del libro ritorna il concetto di divaricazione nei destini delle persone. La divaricazione in atto tra chi guadagna molto e chi invece perde reddito è il cambiamento strutturale che mette in discussione il ruolo della biblioteca e che, al contrario, determina anche la possibilità di ricoprire un nuovo ruolo.

La nostra società, o almeno la società di molti paesi occidentali e di tutti i paesi che recentemente hanno imboccato percorsi di rapido sviluppo, manifesta una decisa tendenza a concentrare su pochi detentori di sapere (forse di potere) redditi e ricchezze, mentre masse sempre crescenti di esecutori (forse robotizzate o forse destinate a essere sostituiti da robot) vedono i propri redditi contrarsi e i propri diritti diminuire.

In una società di questo tipo la biblioteca, per come la conosciamo e per come la concepisce Morgese, è palesemente inutile. Avendo in gran parte perso il ruolo, quasi monopolistico, all’interno delle varie comunità di detentore dei documenti, servirebbe a ben poco quando i pochi potranno accedere facilmente a tutta la documentazione di valore di cui avranno bisogno, mentre i più saranno in grado e avranno necessità di utilizzare per svolgere le loro attività lavorative e condurre la propria vita di cittadini solo di poche informazioni fattuali e/o documenti elementari.

Morgese scommette che questa prospettiva non sia ineluttabile e che le biblioteche e, soprattutto i bibliotecari, possano e debbano avere un ruolo nel evitarlo.

Infatti se questa prospettiva fosse ineluttabile, allora il secondo concetto che ci viene ripetutamente proposto, la responsabilità sociale del bibliotecario (dell’intellettuale), sarebbe inutile.

Per l’autore invece inutile non è perché, di fronte alla possibile polarizzazione di due classi separate da barriere insormontabili, esiste un’alternativa, fatta di azioni positive per dare potere conoscitivo anche a chi sembra destinato a restare senza alcun ruolo, che, tra i molti, anche bibliotecari e biblioteche dovrebbero scegliere. Ecco il terreno su cui dovrebbero collocarsi le biblioteche e soprattutto i bibliotecari. La biblioteca sociale, la biblioteca welfaristica, la eco-biblioteca sono declinazioni diverse della biblioteca “impegnata”, che fa una scelta di campo a favore della diffusione a tutti del sapere e del saper utilizzare il sapere.

I bibliotecari, secondo Morgese, devono rendersi conto che nella società polarizzata non c’è bisogno del loro sapere se non sotto forma di un bene privatizzato.

Il ceto dominante farà proprio questo sapere distribuendolo tra le macchine (gli algoritmi) e figure specializzate non più pagate con risorse pubbliche e al servizio di tutti i cittadini, ma inserite in specifiche organizzazioni, anche pubbliche ma ad accesso riservato, comprese le scuole di élite. Il sapere dei bibliotecari in una società polarizzata sarà privatizzato oppure inutile.

Sarà inutile per i più, per coloro che dovranno svolgere funzioni robotizzate controllate dalle macchine in attesa di essere sostituiti dalle macchine. Questi più non avranno bisogno di sapere utilizzare le fonti per sviluppare pensiero originale e critico, perché questo tipo di pensiero non sarà necessario per svolgere l’unica attività di produzione di testi che gli sarà congeniale e utile: scrivere del proprio stato, delle proprie emozioni su Facebook o su Twitter.

Perché le biblioteche abbiano un futuro è necessario che la società imbocchi la strada opposta, che trovi in nuove forme di inclusione e di eguaglianza il destino del progresso scientifico e tecnologico. I bibliotecari non possono che scegliere questa seconda strada e decidere di essere protagonisti, pena la propria fine. Strano destino per una professione che per decenni ha rivendicato la neutralità di un sapere tecnico, dover ora scegliere di rischiare una scelta politica.

Waldemaro ci conduce di fronte a questa possibilità, a questa responsabilità e ci dà anche alcune idee su come agire.

Su questo piano nei vari interventi troviamo alcune fascinazioni, alcune proposte, ma soprattutto gli esempi della Teca.

Tra tutte queste proposte la più recente appare sicuramente quella dell’eco-biblioteca, che non deve intendersi riduttivamente come una biblioteca che rispetta l’ambiente oppure che propone raccolte sull’ambiente, ma ambiziosamente come la biblioteca che diviene casa della società che vuole capire i propri problemi (ambientali, ma non solo) e aiutare tutti ad acquisire conoscenze e capacità tali da poter partecipare attivamente alla produzione di beni e servizi. L’eco di eco-biblioteche va più in là dell’ecologia, fa riferimento diretto a òikos, la casa, la casa di tutti.

La proposta dell’eco-biblioteca supera sicuramente quanto Morgese proponeva nel lontano 1999, la biblioteca manageriale, che a sua volta superava quella basata sulla tecnica biblioteconomica, e anche quella welfaristica di vari altri interventi, ma di tutti tre i modelli precedenti salva ciò che di essi era essenziale, lasciandone cadere le rigidità e le sovrastrutture inutili. Del modello biblioteconomico sicuramente è la conoscenza dei documenti da parte dei bibliotecari che deve essere traghettata nella nuova biblioteca. Il modello manageriale consegna al nuovo il fondamentale concetto di accountability, di rendere conto ai contribuenti dei risultati ottenuti con le risorse (fiscali) impiegate. Il modello welfaristico porta la concezione di pro-attività per il miglioramento della società, di intervento a 360 per migliorare le persone e le loro possibilità di vivere bene e pienamente da cittadini. Tutti questi aspetti si sommano appunto nella eco-biblioteca che aggiunge ed estende la responsabilità verso l’intero ambiente a quella verso la società.

Possiamo dire che Morgese ci dà molte idee e le inquadra in una visione organica della società, delle biblioteche, dei bibliotecari, ma soprattutto indica a chi lo legge, soprattutto proprio ai bibliotecari, la necessità di elaborare delle conoscenze e idee per produrre continuamente un ambiente utile a che nascano nuove conoscenze e idee.

Infine, una meritata attenzione va dedicata anche ai due interventi di Abenante e Ruiu. Maria Abenante si fa interprete del pensiero di Waldemaro Morgese cogliendone e presentandone gli aspetti essenziali come può aver visto chi è stato all’interno del processo elaborativo che l’ha portato allo stadio attuale. La lunga frequentazione lavorativa e professionale con Morgese ha consentito ad Abenante di cogliere quelle che sono le motivazioni che hanno portato un dirigente pubblico a cogliere la possibilità di occuparsi di una biblioteca istituzionale per trasformarla in elemento di trasformazione sociale e culturale.

Ruiu invece ci propone un breve saggio che non si occupa di ciò che Morgese ha scritto, ma di dare una risposta, limitata a uno specifico caso, ma significativa, a ciò di cui Morgese vuole occuparsi: la possibilità delle biblioteche di cambiare la società in cui sono immerse. Il caso di cui si occupa Ruiu è l’anomalia dei tassi di lettura della Sardegna tra tutte le regioni del Sud (non inteso in senso strettamente geografico, ma socio-economico). Ruiu indica nell’esistenza di tante piccole biblioteche attive e nella professionalità di tante/i bibliotecarie/i di piccoli paesi una possibile spiegazione di questa anomalia. Là dove la biblioteca esiste realmente ed è parte del tessuto sociale, spesso come unica istituzione culturale, la società cambia e l’accesso alle conoscenze sociali (ai documenti) diviene un’abitudine diffusa.

[recensione di Piero Cavaleri pubblicata su "Biblioteche Oggi" n. 35 del luglio-agosto 2017, pp. 61-63].

 

 

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IL TEMPO UGUALE: recensioni a stampa

IL TEMPO UGUALE: recensioni a stampa - Casina Morgese

Si riportano, nell'ordine, le recensioni di: Daniele Maria Pegorari, Mary Sellani, Andrea G. Laterza, Teresa Gallone, Annalisa Boni.

 E IL BIBLIOTECARIO FA I CONTI COL WEB

Il romanzo di Waldemaro Morgese

Ogni libro di Morgese è una tappa di una riflessione autobiografica, fatta attraverso episodi di vita familiare, professionale, affettiva o politica, ma anche di avventure strampalate, arrampicate sulle pagine della letteratura creativa e saggistica più amata dall’autore. Protagonista di questo romanzo è il bibliotecario Sergio, ma le sue relazioni sembrano coinvolgere ugualmente gli affetti reali e le storie ricavate dai romanzi d’avventura, dai libri di viaggio, dai manuali di scacchi, dai trattati di fisica e dalle scatole di documenti che gremiscono la casa di campagna. I personaggi di Kipling, di Molnar, di Guido da Verona, di Svevo e altri si confondono nella mente di Sergio con le persone realmente incontrate da Morgese nei viaggi internazionali compiuti per lavoro o per motivi politici. Il ricordo delle esperienze politiche, col connesso bilancio delle utopie e dei tradimenti che hanno segnato tutta una generazione, è un tema che torna frequentemente nei libri di Morgese e non poteva mancare in questo romanzo sul tempo, sul suo svolgersi senza variazioni, «anno dopo anno, generazione dopo generazione».

In Sergio questo pensiero dà origine a un giudizio sull’insensatezza della Storia, in quanto il tempo sarebbe una convenzione umana e non possiamo esser certi di distinguere ciò che esiste da ciò che è frutto di fantasia. Ma si insinua, a un certo punto, il dubbio che la ‘derealizzazione’ del mondo sia un meccanismo di distrazione, un gioco – come gli scacchi – fondato su abilità geniali, che nasconde, però, l’impossibilità di incidere nel reale. Il dubbio si affaccia, non a caso, in una riflessione sulle virtualità del capitalismo finanziario e sui giochi di ruolo di alcune piattaforme web, a cui il bibliotecario si era appassionato.

Là dove tutto è possibile nulla accade realmente, là dove si ammettono diversi regimi di temporalità la somma dev’essere sempre zero: come il conto della ‘seconda economia’ lo salda l’economia reale, così il conto della ‘seconda vita’ lo paga la vita reale, fatta di donne e uomini in carne e ossa. Sintomatico è che per reagire allo sgomento che lo prende quando pensa alla finanza, Sergio decide di fare «una bella passeggiata» nella concretezza della sua «campagna». Ma è soltanto un attimo: di fronte ai dubbi sul bilancio politico e affettivo della sua vita, Sergio rimane sospeso, bloccato nella preparazione di un gesto che non compirà.

Inventare storie, in effetti, non è la stessa cosa che cambiare la Storia.

 [recensione di Daniele Maria Pegorari apparsa su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di giovedì 16 giugno 2017].

 

IL TEMPO UGUALE

Ogni nuovo libro saggistico o narrativo di Waldemaro Morgese, biblioteconomo ed editorialista del 1945, è la nuova tappa di una riflessione autobiografica inesausta, fatta attraverso un prisma. Alcune facce rivelano episodi della sua vita familiare, professionale, affettiva o politica; altre facce chiedono il soccorso alla fantasia e spingono i ricordi e le idee sociali oltre i limiti della prassi e dell’autobiografia, per farne romanzi brevi, avventure strampalate, arrampicate nella letteratura creativa e saggistica più amata. Invero anche i suoi libri di taglio professionale o giornalistico sono piuttosto ‘intimi’, scritti con la passione di chi ha messo in gioco se stesso per le cose in cui credeva.

Che abbia vinto o perso è un altro conto, quello che importa davvero è che, finché Morgese lavora ai suoi libri, noi avremo qualcosa su cui ragionare, come in una lenta, gratificante partita a scacchi. La copertina di questo romanzo riproduce proprio una scacchiera, con gli scacchi periclitanti o già abbattuti, allusiva non solo a una delle passioni del protagonista, l’ottantenne Sergio, ma anche ai movimenti e agli incastri di questa macchina narrativa, nella quale entrano, accanto ai non numerosi personaggi,  anche i romanzi d’avventura, i libri di viaggio, i manuali di matematica e i trattati di fisica, e anche i documenti classificati e custoditi nelle scatole che gremiscono la biblioteca della casa di campagna di Sergio. I personaggi di Rudyard Kipling, di Ferenc Molnar, di Guido da Verona, di Italo Svevo e altri ancora si muovono nella mente del vecchio bibliotecario e prendono la stessa consistenza delle persone incontrate nei viaggi che l’autore ha realmente compiuto durante la sua vita, dall’Albania agli Stati Uniti, ora per lavoro, ora per motivi politici. Il ricordo delle esperienze politiche, col connesso bilancio delle utopie e dei tradimenti che hanno segnato la generazione dei sessantottini, è un tema che torna spesso nei libri di Morgese e non manca nemmeno in questo romanzo sul tempo, sul suo svolgersi senza variazioni, «anno dopo anno, generazione dopo generazione» (p. 90).

E’ un pensiero che, in Sergio, si collega alla convinzione che non esista nemmeno la morte e non per una speranza metafisica, ma per il suo opposto, cioè per l’applicazione anche all’uomo della «formula» scientifica per cui «nulla si crea e nulla si distrugge» e «la materia si trasforma in energia» (p. 89). Questo principio dà origine al sorprendente punto di vista dell’io narrante che può continuare a raccontare ciò che accade anche dopo la morte.

Se il tempo è una convenzione umana, allora non ha senso distinguere ciò che esiste da ciò che è fantasia e i giochi di ruolo degli internauti su ‘Second Life’, di cui Sergio è appassionato, hanno la stessa dignità degli accadimenti storici. Tuttavia inconsapevolmente Morgese connota Sergio con le cifre dell’irresolutezza e dell’inconcludenza, se è vero che, tanto nella prima quanto nella seconda parte del romanzo, si colgono dei passaggi che non possono non colpire il lettore.

Nella prima parte, a proposito dell’ultima avventura virtuale creata per il suo avatar, Sergio scrive: «Il guaio era che questa storia non sapevo come concluderla. Infatti col mio spirito inquieto e sempre dubbioso, difficile a esaltarsi, non conclusi la storia in modo chiaro ed edificante, piuttosto incapsulai, per così dire, tutte le intricate vicende di Marcos in una bolla di indecisione» (p. 45). Mi pare che qui si insinui involontariamente il dubbio che la fascinazione dell’ex sessantottino per la virtualità, per la derealizzazione del mondo non sia che un meccanismo di distrazione, l’abile invenzione di un gioco intelligentissimo – come gli scacchi – fondato su abilità non comuni e talvolta persino geniali, che sublima il fallimento di un progetto, l’incapacità di incidere effettualmente. Il secondo passaggio che rafforza questa mia impressione riguarda l’improvvisa melanconia provocata da Marta, la giovane compagna di Sergio, quando gli dice: «Perché non trovi anche un gioco per me, per esempio usare il pallottoliere per guadagnare in borsa? Almeno la tua cultura sarà utile per fare un po’ di soldi» (p. 62). Qui inizia una breve riflessione sul capitalismo finanziario verso le cui virtualità il bibliotecario prova fastidio e stabilisce spontaneamente un collegamento con l’astrattezza delle piattaforme web.

Là dove tutto è possibile nulla accade realmente, là dove si ammettono diversi regimi di verità e temporalità la somma dev’essere sempre zero: come il conto della ‘seconda economia’ lo salda l’economia reale, così il conto della felicità della ‘seconda vita’ lo paga la vita reale, fatta di donne e uomini in carne e ossa. Sintomatico è che per reagire al «cruccio», allo sgomento che improvvisamente lo prende quando pensa alla borsa valori, Sergio decide di fare «una bella passeggiata nella sua campagna» (p. 63: in cui è riconoscibile il luogo dell’anima di Morgese, il ‘poggio delle antiche ville’ di San Materno).

Ma è soltanto un attimo: Sergio, come già il protagonista de Il discobolo (il romanzo di Morgese edito da FaLvision nel 2015, che era proprio un bilancio generazionale), è irresoluto, di fronte ai problemi complessi e ai dubbi sul bilancio politico e affettivo della sua vita, rimane sospeso, bloccato nella preparazione di un gesto che non compirà mai. Probabile che questo carattere dei personaggi di Morgese rivendichi il bisogno di sospendere il giudizio, come per una sorta di epoché che è l’habitus di una prudente moderazione, l’affermazione di un affrancamento dai condizionamenti politici, il sogno di costruire liberamente il proprio destino individuale, posto che sia diventato impossibile cambiare le sorti reali dell’umanità o anche solo di una porzione significativa di essa. Inventare storie, in effetti, non è la stessa cosa che cambiare la Storia.

[recensione di Daniele Maria Pegorari apparsa su “Incroci” n. 36 del luglio-dicembre 2017].

 

LA MENTE OLTRE IL TEMPO E I CONFINI

Di Waldemaro Morgese, saggista, scrittore ed editorialista di EPolis Bari, è uscito di recente “Il tempo uguale” (Les Flaneurs edizioni, 96 pagine, 10 euro), un testo che è la terza tappa di una trilogia narrativa a sfondo probabilmente autobiografico, dopo “Multitask” (Edizioni dal Sud, 2014) e “Città buie” (Il Grillo editore, 2015). E come i precedenti anche questo libro sembra fatto di libri, tanti sono i rimandi alla letteratura di tutti i tempi che si ritrovano nel racconto del protagonista, Sergio, lettore assiduo fin da bambino, cresciuto in un ambiente familiare colto, in una casa ricca di libri accumulati da generazioni. Nulla di meglio per accompagnare la formazione di un fanciullo che aveva fame di sapere e di avventure intellettuali, potendo contare sul privilegio privato di nutrire la sua mente nella vasta scelta tra letteratura alta, libri per l’infanzia, volumi di scienza, ed anche fumetti, tra i quali il preferito era Tex Willer. E se è vero, come diceva il grande Borges, che “i libri sono crocevia e confluenza di innumerevoli relazioni”, Il tempo uguale racconta episodi della lunga vita di Sergio, storie che lui rievoca durante gli anni trascorsi nel suo ritiro di campagna, e che si confondono quasi con le sue letture di altre storie, tutto preso com’era dal desiderio di osare nell’ignoto,

d’inoltrarsi in territori sconosciuti, giacché la lettura dona appunto il piacere di far assaporare anche ciò che appartiene ad altri, all’alterità. Finché, nell’età matura, quando ormai l’impegno di Sergio nella vita attiva è terminato, per non appiattirsi nel disincanto e nella mancanza di stimoli propri della senescenza, egli scopre, oltre il piacere della lettura, pure quello della “seconda vita” virtuale che l’informatica oggi può offrire attraverso la costruzione di storie fantastiche da collocare liberamente nel passato, nel presente o nel futuro: una specie di gioco imbastito con altri internauti con cui ipotizzare persino l’avvento di una specie umana resa immortale grazie a scoperte scientifiche avveniristiche, le quali consentono per esempio l’inserimento nel corpo umano di protesi artificiali in sostituzione di organi malati. Se dunque - come intuisce Sergio - la malattia e la morte possono essere vinte, ciò vuol dire che l’immortalità sconfiggerà anche il tempo.

Su questa base concettuale, fondata sulla possibilità della mente di navigare nei mondi virtuali, sta il significato del titolo del libro di Morgese, Il tempo uguale, dove il tempo non scorre in maniera lineare, per cui, forse, il tempo non esiste affatto, ma è solo una nostra percezione. Un fenomeno considerato in

fisica quantistica - secondo cui spazio e tempo non sono altro che energia allo stato puro, indistinguibile tra passato, presente e futuro - che consente dunque di osservare il nostro lascito, ovvero l’esistenza che continua nei ricordi che abbiamo abbandonato, e nella vita dei nostri cari rimasti dopo di noi. Tale è appunto

il finale del libro in cui Sergio si racconta dopo la sua dipartita, in un monologo immaginario verso il proprio figlio. Chissà, forse tutto ciò è un dispositivo inventato come strumento consolatorio, pertanto, a fine lettura, non sappiamo se il bisogno di raccontare dell’autore, come in genere l’arte di scrivere storie,

sia originato dalla volontà di ogni scrittore di amare la vita anche quando si sta per perderla, oppure dal timore di fare un bilancio vero e proprio, di intraprendere cioè un viaggio d’introspezione nella propria interiorità, in un movimento dal buio verso la luce, un chiaroscuro nelle crepe dell’esistenza con cui, prima o poi, tutti noi umani dovremo fare i conti. A questo punto conveniamo con Borges che, “siccome la nostra vita è un enigma, a risolverla vale soltanto un incanto o una fiaba”.

 [recensione di Mary Sellani apparsa su “EPolis Bari” del 15 dicembre 2016].

 

IL TEMPO UGUALE

Un provetto saggista passato con successo alla narrativa. Waldemaro Morgese, dopo aver pubblicato “Multitask”, “Città Buie” e “Il discobolo”, lo scorso 18 novembre ha presentato il suo nuovo romanzo “Il tempo uguale” (pagg. 90, Les Flaneurs Edizioni) presso la Libreria Culture Club Cafè di Mola, alla presenza di un ampio pubblico e la partecipazione di Antonella Linsalata, docente; Maria Michela Brunetti, pittrice; Vincenzo D’Acquaviva, scrittore; con le letture di alcuni brani a cura dell’attrice Paola Martelli.

Il libro, che si avvale dell’illustrazione dei preziosi disegni della prof.ssa Antonella Linsalata, si divide in due parti: “Le storie che mi hanno attraversato” e “Le storie dopo di me”.

La prima parte è un tuffo nella memoria di Sergio, l’io narrante, alter ego di W. Morgese. Una memoria che si dipana attraverso il vivo ricordo delle letture dell’infanzia e dell’adolescenza, molte ritrovate nella vasta biblioteca della casa di campagna.

Ed è quella biblioteca, autentico scrigno di un passato indispensabile per leggere il futuro, che consente a Sergio, ormai giunto alla vecchiaia, di riandare indietro nel tempo e di riannodare i fili di una vita vissuta si potrebbe dire, con un termine ormai desueto ma sempre efficace, da “intellettuale organico”.

Un intellettuale impegnato a capire e a parteggiare per le lotte degli ultimi, come nel periodo romano dei primi Anni Settanta, quando Sergio si schiera con i baraccati della borgata dell’Acquedotto Felice e ripensa a distanza di tanto tempo alle parole di un “prete combattente” e al suo anatema contro i ricchi dell’epoca. Le memorie di Sergio non si limitano ai libri dell’età verde, ma riportano alla sua mente viva di anziano, attivo e partecipe, i tanti viaggi vissuti nell’età matura. Due su tutti: quello nel Paese delle aquile, l’Albania, e quello in America.

L’Albania, vissuta da Sergio come la “madre affettiva” di tutti i suoi viaggi, viene descritta come un Paese bellissimo, ricco di paesaggi da capogiro, di incredibili reperti storici e di arte diffusa. Il suggello ai suoi viaggi, al di là dell’Adriatico, viene messo dall’incontro con il romanziere albanese Skender Drini e con le grandi platee di giovani italiani ad ascoltarlo grazie allo slancio organizzativo di Sergio.

Negli Stati Uniti, alle prese con un progetto multiculturale tra Canada e Russia, Sergio ritrova uno dei suoi ricordi più cari: in un teatro newyorchese, mentre assiste ad una pièce teatrale, si commuove pensando al nonno materno che, nel lontano 1924, diresse al National Theatre la “Sonnambula”, con la nonna soprano.

I ricordi tangibili di Sergio si intrecciano però con una seconda vita, un’esistenza parallela che si svolge nella mente dell’uomo: pur nella tranquillità del suo “buen retiro” nella campagna pugliese, egli non disdegna di intraprendere viaggi nel tempo e nello spazio, forgiando personaggi immaginari eppure per lui concreti. “Il vantaggio eccezionale è nella potenzialità immensa delle possibilità di vita dei miei personaggi: sono sovrumani, perché posso fargli fare qualunque cosa, possono essere i protagonisti di trame che costruisco a volontà. Se le fermo sulla carta o in un file, le loro vicende valgono quanto quelle vissute concretamente”.

Marcos è l’essere impermeabile alla dimensione spaziale, l’eroe trans-umano che cammina sul filo del tempo: dagli “anni di piombo, da solo, in un mondo popolato di dinosauri per poi proiettarsi nel Tremila.

In un’epoca dilatata dalla scienza verso l’immortalità, che ha ibridato gli uomini in esseri robotici simil-umani, Marcos è il post-umano vittorioso sulle malattie e la morte e allo stesso tempo il Robin Hood del futuro che lotta contro i custodi silenziosi dei segreti dell’ibridazione e i proprietari anonimi delle società tecnologiche padroni del trans-mondo, la società non più umana del Tremila.

I giochi della mente di Sergio devono però fare i conti con l’incedere dell’età: l’alter ego dello scrittore capisce che “ora il problema è di far decantare la mia vita, non tanto di implementarla o rinnovarla”.

Ed è così che, complice un amore improvviso per Marta, una giovane donna, Sergio ottiene un grande dono: un figlio. Spartaco, questo è il nome del bimbo: come auspicio per una persona fiera, coraggiosa, generosa, ribelle.

Quel bambino è la luce inaspettata che rischiara la vita di Sergio giunta alla sua ultima fase: “un figlio è luce pura, quindi rischiara tutto attorno, anche ciò che sembra già chiaro”.

Ed è quel figlio, che crescendo raccoglierà l’eredità intellettuale e morale di Sergio, a dare al protagonista del romanzo un’intima serenità. Quella che gli consente di travalicare il suo viaggio finale con una solida certezza: la vita continua nella memoria degli altri, in un tempo che non esiste, e che si snoda sempre uguale a se stesso per fecondare nuove esistenze.

[recensione di Andrea G. Laterza apparsa su “Città Nostra” n. 159 del dicembre 2016].

 

WALDEMARO MORGESE PRESENTA IL NUOVO ROMANZO “IL TEMPO UGUALE”

Collaborazione congiunta fra Libreria Barcadoro e Presidio del Libro di Rutigliano

Riprendono in veste nuova e interdisciplinare i consueti appuntamenti letterari patrocinati dalla Libreria Barcadoro, ora in collaborazione con il Presidio del Libro di Rutigliano. Protagonista dell’evento di giovedì 9 febbraio scorso lo scrittore saggista Waldemaro Morgese, già ospite lo scorso anno con l’opera “Città buie” (Il Grillo editore), ha presentato il romanzo breve “Il tempo uguale” (Les Flãneurs edizioni).

L’impeccabile lettura di Paola Martelli ha impreziosito l’incontro con il contributo di Antonella Linsalata, docente di Storia dell’Arte e illustratrice. L’evento, svolto presso il ristorante La Vite Bianca, è stato condotto e moderato dalla dottoressa Angela Redavid. Presenti anche Paola Borracci, responsabile del Presidio del Libro di Rutigliano e l’editore Alessio Rega.

L’incontro è stato aperto in medias res, privo della canonica introduzione, dalla lettura di uno stralcio dell’opera. Il passo ha presentato all’uditorio Marcos e Mara, rivoluzionari attori di una storia di assoluta bruciante passione. L’assenza di un preludio ha contribuito a catalizzare l’attenzione del pubblico e a immergerlo in un’atmosfera fluida, resa ancor più suggestiva dalla proiezione delle illustrazioni di Antonella Linsalata.

La presenza dei disegni, fatto inconsueto e innovativo, ha svelato la doppia natura dell’opera di Morgese, non un semplice romanzo accompagnato da illustrazioni ma intreccio fra parole e immagini. Incalzato dalla moderatrice, l’autore ha condiviso la sua intenzione di creare un “libro nel libro”, di far sì che il tradizionale sviluppo narrativo fosse materia di creazione di un ulteriore nucleo fatto di immagini. Parola e immagine si fondono e allo stesso si discostano, caratterizzate ognuna dall’individualità dei rispettivi autori e dal rapporto di questi con i personaggi dell’opera.

La liquidità del romanzo di Morgese si riflette anche nel protagonista, Sergio, uomo fatto di storie e creatore di storie, fermo fisicamente in un contesto quasi atemporale, il suo rifugio di campagna e lanciato con la mente avanti e indietro nella linea del tempo, alla continua ricerca di storie vere, inventate, perdute nella memoria. La razionalità e la fantasia del protagonista non si combattono fra loro ma si compenetrano. La capacità logica di Sergio è madre di speculazione che portano la mente lontano. La carica delle riflessioni ha bisogno di mezzi di espressione e di concretizzazione. Così nascono i personaggi del personaggio, creazioni del protagonista, simboli di viaggi in avanti e indietro nel tempo e nella memoria. A questo proposito Antonella Linsalata ha condiviso con il pubblico la sua propria visione del protagonista del romanzo di Morgese. A suo dire Sergio potrebbe essere ben rappresentato da una scacchiera, simbolo di razionalità. Sul piano della scacchiera i pezzi non sono posizionati ma in movimento e non monocromatici, metafora della fantasia in perenne fermento del protagonista. Questa visione è stata fermata in illustrazione e va a costituire la copertina del romanzo. Il lavoro di Antonella Linsalata non si è limitato alla copertina ma si snoda per tutta l’opera con la ricorrenza di figure topiche: la libellula variopinta, altro simbolo della fantasia di Sergio e animale ricorrente all’interno del romanzo, la figura materna, personaggio chiave, donna amata dal protagonista, il bambino, frutto dell’amore fra Sergio e la fanciulla. Nelle illustrazioni di Antonella Linsalata madre e figlio formano una monade separata dalla figura del padre, lontano ma sempre graficamente proteso verso gli altri due personaggi.

Pur essendo fermo, Sergio può viaggiare nel tempo. Il suo corpo è immobile nella biblioteca ed è proprio questo luogo a dargli allo stesso tempo fondamenta e mezzi per viaggiare. La cultura forma il senso critico e la curiosità, la carta stampata ferma il passato per sempre. Così il protagonista di Morgese vive saltando fra gli episodi del passato che la lettura gli rammenta e le riflessioni sul futuro che lo inducono a creare altre storie e a indovinare come il tempo si evolverà quando lui sparirà, quando l’uomo si estinguerà. Nelle illustrazioni di Antonella Linsalata ricorrono a questo proposito altre due immagini simbolo, i libri che si dispiegano verso l'orizzonte lontano e la mongolfiera. I libri vanno a rappresentare le fondamenta dell’individualità ma anche la spinta verso mete indefinite, quelle della fantasia e della speculazione, fuori dal tempo e dallo spazio. Qui l’illustratrice ha collocato il figlio di Sergio, diretta emanazione del padre, viaggiatore anche lui con la mente e con il corpo.

Dopo ulteriori letture di stralci del romanzo accompagnate dalle illustrazioni di Antonella Linsalata, la moderatrice Redavid ha spostato l’attenzione su ciò che a suo dire renderebbe attuale il romanzo di Morgese, gli accenni alla realtà virtuale e alla speculazione filosofico scientifica.

L’autore ha definito inevitabile la presenza della realtà virtuale perché parte del reale. La realtà della rete non è tangibile ma presente, ha le sue dinamiche e le sue leggi e permea la vita di ognuno. I personaggi creati da Sergio vivono vera vita nella realtà virtuale che rimescola e dà nuova vita alle sue speculazioni. Secondo Morgese la vita della rete non è nient’altro che dimensione di protezione dell’individuo e di reificazione delle proprie fantasie, complice anche l’assenza di tempo determinato e scandito. Di qui anche la presenza di riferimenti scientifici e filosofici all’esistenza e al ruolo del tempo nella vita umana e nell’universo.

Il gioco fra sviluppo diacronico della narrazione e speculazione proiettata verso un orizzonte temporale indefinito ha colpito Paola Borracci. Il responsabile del Presidio del Libro di Rutigliano ha definito il romanzo di Morgese come intreccio di generi, punto di partenza per riflessione che abbraccia varie discipline. In virtù di questa natura composita anche la presentazione dell’opera è stata organizzata in modo interattivo, capace di coinvolgere il pubblico in una fruizione di più ampio respiro.

Il procedere dell’evento non ha fermato la creatività di Antonella Linsalata che in conclusione ha mostrato un’illustrazione nata in itinere, una triade di personaggi legata all’immagine del libro.

[recensione di Teresa Gallone apparsa su “Rutiglianoonline” n° 6 del 18 febbraio 2017, pag. 5].

 

AVVINCENTI SCHEGGE DI MEMORIA CHE METTONO AI FERRI CORTI PROUST

Al centro dei ricordi, il rapporto tra l’io e la storia, il tempo privato e i tempi storici

 ‘Tempus fugit’, ‘non si ha più tempo’. Queste frasi fanno ormai parte della nostra quotidianità sebbene dovrebbero invogliarci a prendere e trovare il tempo utile e necessario per riflettere. Le riflessioni possono essere di varia natura e vertere sul nostro percorso personale e/o ponderare sul tempo storico che ci è dato attraversare.

Il rapporto speculare tra l’io e la storia, il tempo privato e i tempi storici è al centro dell’ultimo romanzo di Waldemaro Morgese ‘Il tempo uguale’. Il tempo è infatti il protagonista principale di questo scritto che è costruito intorno a Sergio, il narratore omniscente, e ai suoi ricordi che si snodano lungo un periodo che va dalla fine degli anni cinquanta fino ai nostri giorni. Questi ricordi, tuttavia, rimandano ad altri periodi storici quali l’impero romano o la seconda guerra mondiale. Queste schegge di memoria affiorano in superficie quando Sergio rievoca le letture fatte in varie fasi della sua vita.

I libri sono indiscutibilmente i deuterogonisti di questo romanzo abilmente costruito in due parti: la prima presenta otto capitoli, la seconda tre. Le letture del bimbo, del giovane e uomo Sergio offrono al lettore un doppio sapore che va aldilà della ‘madeleine’ di Proust. La valenza duplice giace principalmente sul legame intrinseco che esiste tra i ricordi/la memoria / le memorie della voce narrante e il Tempo. Il ricordare e raccontare svelano al lettore l’io privato di Sergio e il tempo/tempi storici legati alle diverse fasi della sua vita. Ai momenti storici si affiancano ugualmente molteplici luoghi: la casa familiare, Roma, l’Albania, gli Stati Uniti per terminare nella casa di campagna che diventa il locum per eccellenza in quanto depositario di tutte le memorie anche perché possiede una ricca biblioteca. Quest’ultima diviene il locum sacrum della casa e territorio prediletto dal figlio di Sergio avuto in tarda età. Qui il giovane si isola, legge, impara, riflette. I passaggi dedicati alle letture del figlio di Sergio fanno eco a delle riflessioni dello sfortunato poeta russo del secolo scorso Ossip Mandelstam. In una raccolta di sue considerazioni ‘Il rumore del tempo’, scritte nel 1923 in Crimea, egli consacra un capitolo alla biblioteca familiare. Mandelstam afferma che la biblioteca della prima infanzia è un compagno dell’intera vita di una persona. La disposizione degli scaffali, le varie collezioni di opere fanno parte dell’immaginario di un individuo. Mandelstam proferisce anche che, nel suo ricordo della biblioteca di famiglia, lo scaffale più basso offriva sempre un’immagine di caos: i libri sembravano essere adagiati su delle rovine ma via via che lo sguardo si spostava verso l’alto, i libri erano ben posti e ordinati.

Waldemaro Morgese ha anche immaginato un scenario post mortem in cui forse si ritrova un senso alle cose ritornando a leggere e a meditare. Tutti coloro che si sono formati grazie alle letture devono essere grati a Waldemaro per averci donato delle pagine squisite e un’illusione d’immortalità.

[recensione di Annalisa Boni apparsa su “Quotidiano di Bari” di venerdì 9 giugno 2017].

 

“IL TEMPO UGUALE” DI MORGESE CHE CI FA SOGNARE L’IMMORTALITÀ

Il rapporto speculare tra l’io e la storia, il tempo privato e i tempi storici è al centro dell’ultimo romanzo di Waldemaro Morgese, Il tempo uguale (Les Flaneurs Edizioni, Bari 2016). Il tempo è infatti il protagonista principale, costruito intorno a Sergio e ai suoi ricordi.

Le letture del bimbo, del giovane e uomo Sergio offrono al lettore un doppio sapore che va aldilà della ‘madeleine’ di Proust. Il ricordare e raccontare svelano al lettore l’io privato di Sergio e il tempo/tempi storici legati alle diverse fasi della sua vita. Ai momenti storici si affiancano ugualmente molteplici luoghi: la casa familiare, Roma, l’Albania, gli Stati Uniti per terminare nella casa di campagna. Quest’ultima, con una ricca biblioteca, diviene un locum sacrum, anche territorio prediletto dal figlio di Sergio avuto in tarda età. Qui il giovane si isola, legge, impara, riflette. I passaggi dedicati alle letture del figlio di Sergio ricordano le riflessioni dello sfortunato poeta russo del secolo scorso Ossip Mandelstam. In una raccolta di sue considerazioni, Il rumore del tempo, scritta nel 1923 in Crimea, il poeta consacra un capitolo alla biblioteca familiare: intesa come un compagno dell’intera vita di una persona.

Waldemaro Morgese ha anche immaginato un scenario post mortem, in cui Sergio sopravvive a se stesso (sotto forma di energia? non sappiamo). Oltre la morte forse si ritrova un senso alle cose ritornando a leggere e a meditare: siamo grati all’Autore perché ci ha donato pagine squisite e un’illusione d’immortalità.

[recensione di Annalisa Boni apparsa su “EPolis Bari” di venerdì 16 giugno 2017].

 

 

 

 

 

 

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IL TEMPO UGUALE: Florilegium-recensioni sulla pagina Facebook

IL TEMPO UGUALE: Florilegium-recensioni sulla pagina Facebook - Casina Morgese

Sul romanzo di Waldemaro Morgese IL TEMPO UGUALE (Les Flaneurs Edizioni, Bari 2016) è stato aperto dopo la pubblicazione un "Florilegium" di opinioni sulla pagina Facebook dell'Autore. Qui di seguito si riportano gli interventi ospitati nei "lanci" del "Florilegium". 

 Le recensioni sono, nell'ordine di: Giulia Poli Disanto, Marisa Vasco, Chiara Lo Conte, Antonella Linsalata, Stefano Gaudiuso, Antonio Campanile, Vincenzo d'Acquaviva, Vittorio Farella, Angela Redavid, Franci Marzano, Giovanni Lafirenze.

 

Giulia Poli Disanto, poetessa:

IL TEMPO VIRTUALE E AMBIGUO DI WALDEMARO MORGESE

C’era una volta...

Tutte le storie da me ascoltate da bambina iniziavano così. Il tempo racchiuso in quelle poche parole diventava all’improvviso misterioso e intrigante tanto che passato e presente si confondevano, catapultandomi nella magica atmosfera di una storia senza tempo, con una visione della vita del tutto personale.

Viverlo appieno o fermarlo il tempo, è una necessità che gioca un ruolo centrale nella nostra esistenza. Il suo valore scaturisce dall’uso che l’essere umano ne fa nel suo insieme, e rappresenta l’esperienza e la sostanza del nostro vivere quotidiano.

Il Tempo uguale, di Waldemaro Morgese, Les Flaneurs edizioni, è un interessante racconto che si srotola sul filo filosofico della memoria con un linguaggio pacato e scorrevole. Una storia che inizia secondo la narrazione tradizionale e prosegue con il genere fantastico, tanto da coinvolgere il lettore sin dall’inizio proprio per quell’invisibile filo rosso che lega, in modo virtuale, passato, presente e futuro.

È su quest’onda temporale che navigano i ricordi del protagonista Sergio, su quel c’era una volta con risvolti avveniristici e in compagnia dei suoi libri, della sua biblioteca, del suo abbecedario e dei suoi scacchi, testando l’intelligenza di tutti coloro che sono in grado di apprezzarne l’eredità spirituale.

Un’esistenza tramandata da padre in figlio, dove il tempo nel suo divenire, seppure sconfitto, acquista continuità e coerenza per ben tre generazioni. Rifugio luminoso e intimo, una casa in campagna ereditata dal figlio Spartaco che continuerà ad operare, seguendo le orme del padre. Cosicché, passato e futuro possono essere riscattati nel presente, luogo di accumulazione del ricordo e dell’anticipazione. 

Un lungo monologo interiore, quindi, quello di Sergio che porta a riflettere sull’ambigua esistenza del tempo e su una possibile vita virtuale anche dopo la morte. Da quest’essenza visionaria non mancano sentimenti positivi, come la speranza, l’amore, nonché la fede per un futuro senza tempo, dove la morte stessa ne fa parte, assumendo levità e accettazione perché “se passato presente e futuro sono indistinguibili semplicemente perché il tempo non esiste, allora è possibile viaggiare anche nel futuro e modificarlo…”.

            Il tempo, dunque, inteso come dimensione dell’anima – per dirla con Sant’Agostino – ma anche ambiguo e virtuale, a mio avviso, perché, alla fine, il tempo stesso ha il potere di cancellare tutto. Un discorso impegnativo, certo, dove non è esclusa una profonda riflessione filosofica nel chiedersi se il tempo esiste veramente oppure no. Una domanda intrigante dove la risposta rimane soggettiva.

Belle ed eleganti le illustrazioni e la copertina a cura di Antonella Linsalata, dove l’autrice si esprime secondo una personale interpretazione.

Una scelta che accende la curiosità e contribuisce a leggere il libro…

 

 

Marisa Vasco, scrittrice:

Il tempo, lo spazio, la memoria, sono temi che da sempre affascinano l’uomo, l’uomo che pensa, che riflette sul significato vero della vita. Filosofi e scienziati hanno tentato, osato avventurarsi alla ricerca di una spiegazione.

Newton dice che “Spazio e tempo sono entità assolute e universali, per qualsiasi osservatore”.

Nella concezione di Einstein, lo spazio e il tempo sono interconnessi tra loro. Essi formano un’unica entità a quattro dimensioni. Spazio e tempo non sono più assoluti ma sono relativi al sistema di riferimento dell’osservatore.

Potrei citarne tantissimi, non cambierebbe. Potremmo solo soffermarci a meditare, cercando di compenetrare questi concetti formulati da menti superiori o comunque dedicate a comprendere i significati più remoti della vita stessa.

Il magnetismo che questa problematica emana è davvero forte e coinvolgente e Waldemaro Morgese nel suo “Il tempo uguale” ha reso semplice, laddove il rendere semplice un ragionamento non è affatto facile, e quasi naturale, lo scorrere del tempo in modo non lineare e continuo, ma direi piuttosto parallelo, su più binari e in direzioni diverse, che si intrecciano e si accavallano come il nastro di un’autostrada.

In questo racconto il verso della freccia sulla linea del tempo non solo non va sempre dal passato al futuro, ma è possibile continuare sulla direzione scelta anche dopo la morte. Ci saremo…saremo presenti nella memoria di chi ci ricorda, ne parleranno come fossimo vivi perché siamo nelle cose, negli oggetti, nei ragionamenti, nelle abitudini, nei libri che abbiamo letto, in quelli che abbiamo scritto, nelle cellule dei nostri figli e in quelle dei nipoti.

L’energia di Sergio, il protagonista del racconto, anche dopo la sua morte aleggia nella casa di campagna, nella biblioteca tanto amata, vicino l’albero del melograno e la piscina proletaria. Circonda i suoi amici e i suoi libri. C’è.

E accanto a questo panta rei ci sono i valori, c’è la forza in cui Sergio ha creduto e quella con cui ha lottato. Dal quadro emerge un uomo sereno, perché pensa di aver fatto quello che poteva, quando poteva, malinconico perché si accorge dello scorrere del tempo e vuole ritrovare un atteggiamento, una sensazione, qualche cosa di se stesso che ha smarrito, che è ricoperta dalla nebbia del tempo. Ricerca nelle sue letture, nei suoi disegni da bambino, nei suoi pensieri antichi, di fanciullo assorto nelle riflessioni e nei ragionamenti, a volte più grandi lui. Non una foto può comunicargli ciò che non ricorda. Una foto, è ferma, stantia, ruba l’immobilità dell’attimo e non la dinamica del pensiero che l’attraversa. Piuttosto un libro. Una frase scritta che ha suscitato una reazione, una meditazione più critica, più profonda.

E nelle vite parallele si vede combattente al fianco dei vinti, o salvatore di antichi animali estinti o essere transumano, immortale che lotta sempre a difesa dei deboli, retaggio lasciatogli dalla sua stessa vita trascorsa accanto ai senza diritti contro le ingiustizie sociali.

E poi l’accettazione della vecchiaia, una meravigliosa “decantazione” della propria vita, come fosse un buon vino di botte, questo distacco dalle passioni che mi ha riportato a Socrate, alla sua saggia “Apateia”, fra i banchi del mio vecchio liceo, nel millennio passato…

Ed infine Spartacus, un dono lieve, giunto in punta di piedi, senza forzature, senza drammi, senza sconvolgimenti, come ci si sarebbe aspettati dalla nascita di un figlio a così tarda età. Sergio continua a ripetersi che la sua nascita è stata un caso, ma poi la scelta del nome, Spartacus, richiama ancora una volta il patrimonio spirituale di una lotta fiera, coraggiosa, di una vita in cui c’è la ribellione ai soprusi, gli fa considerare un figlio come luce pura che illumina e chiarisce anche ciò che sembra chiaro.

E’ tutto questo che Sergio gli lascerà o forse condividerà con lui. I suoi libri, tesori espugnati, il gioco degli scacchi, “così rigoroso e scientifico”, i suoi amici, le sue lotte, la sua casa di campagna con l’energia e la luce di intere generazioni rimaste lì a rischiarare il tempo e lo spazio.

 

 

Chiara Lo Conte, bibliotecaria:

Non è un caso che ad introdurre “Il tempo uguale” ci sia una bibliotecaria, perché questo testo è scritto da un bibliotecario/scrittore, tra i protagonisti c’è qualche bibliotecario ed in sé racchiude una biblioteca.

Attraverso le pagine si capisce pian piano quanto sia personale il concetto di biblioteca non solo per i libri che racchiude, ma anche e soprattutto per il significato che quei libri assumono nella vita, uno scrigno difficile da aprire agli estranei ma anche ai familiari, fino a quando la morte del protagonista non spinge il figlio a prendere contatto con quelle carte e quelle pagine, cosicchè la biblioteca diviene il contenitore della scoperta di luoghi reali, carte geografiche e città da visitare, nonchè legame indissolubile tra diverse generazioni.

Ogni esistenza è un intreccio di storie vissute, lette, raccontate, e quella di Sergio ne è particolarmente ricca. Le lotte al fianco dei deboli, i viaggi al centro della terra e sulle navi dei pirati (non meno reali anche se solo immaginati nella lettura), l’avventura della vita, degli incontri e della paternità: tutte queste storie fanno parte di Sergio, che le rievoca negli anni trascorsi nel suo ritiro in campagna, in compagnia di libri e amici. “Il tempo uguale” è il racconto di queste storie, e poco importa dove si trovi la voce narrante: forse il tempo non scorre in maniera lineare, e ci consente di osservare anche il nostro lascito, di sorridere nel comprendere che l’esistenza continua nei ricordi che abbiamo abbandonato e nella vita dei nostri cari. Da qui parte il concetto di tempo sempre uguale.

Sergio, il protagonista del romanzo ormai giunto alla vecchiaia, nella sua biblioteca attraverso le pagine dei suoi libri rivive la sua storia personale fin dalla tenera età passando attraverso fumetti, romanzi, appunti di frasi celebri strettamente legate a determinati periodi storici.

Il protagonista dice: "nella mia biblioteca ho anche un libro che non faccio vedere a nessuno ma che è giusto che conservi". Biblioteca come tesoriere/scrigno …: ciò mi ha fatto ricordare la celebre frase di Eliades Acosta Matos: “Quando tutto il mondo butta e distrugge, la biblioteca custodisce, perché restino impresse la memoria e l’essenza di un paese”.

Nel testo si analizza il concetto di tempo ricomposto attraverso piccoli indizi, appunti, libri, oggetti: "...Tutto ciò stava a simboleggiare il mio amore appassionato per il viaggio, l’uscire da sé, il rincorrere continuamente il diverso, luoghi  e persone sconosciuti…" dice Sergio, ma la verità è che il tempo inteso come passato, presente e futuro è forse solo una metafora, perciò alla fine ci chiediamo: perché il tempo vola quando ciò che sta accadendo ci piace e invece non trascorre mai quando ci stiamo annoiando?

Il nostro personaggio ci dimostra come alla fine la nostra esistenza dura anche dopo la morte: ciò è possibile finchè ci sarà qualcuno in grado di ricordarci e di leggere ciò che abbiamo lasciato scritto su qualsiasi supporto………da qui il concetto di viaggio nel tempo…….

Sergio piano piano da lettore diviene anche scrittore ed i suoi personaggi cominciano a intrecciare vite, seconde vite, fantasie attraverso un modo nuovo di viaggiare, quello virtuale: "il tempo fluisce senza interruzioni quindi la realtà è un continuo panta rei. Ma c'è chi sostiene che il tempo non esiste, che spazio e tempo sono la medesima cosa". 

 Nel mondo virtuale spazio e tempo sono la stessa cosa perché entrambe non esistono, eppure per noi diventano fin troppo veri nella realtà quotidiana dell’on-line.

Riflettendo, in questo romanzo, già dal titolo “Il tempo uguale”, si sottolinea che lo scandire dei secoli non ha mai modificato nella storia una costante, ossia che il vero viaggio parte sempre dal virtuale. Mi spiego meglio: c’è sempre la fantasia a spingerci a voler vedere posti nuovi, ad immaginare scenari inesplorati, a realizzare storie che oggi ci sembrano fantascienza ma che il tempo trasformerà in realtà….

"Mi piaceva molto volare nel futuro", dice Sergio mentre crea nuovi mondi fantastici.

Eppure la realtà ci riporta sempre coi piedi per terra e una delle poche certezze è il sopraggiungere della morte. Così sarà anche per Sergio, marito di una giovane donna e padre di un giovanotto di nome Spartaco: "In fondo la famiglia cambia, è un concetto che non combacia più con i pupazzi del presepe". 

Anche Sergio ha vissuto due vite, quella reale in cui si confronta con la bellezza e la difficoltà di gestire una paternità in tarda età e la vita virtuale delle letture nella sua biblioteca. Questo pensava la moglie Marta fino a quando il funerale di Sergio apre nuovi inaspettati punti di vista soprattutto in Spartaco che scopre un papà amato da "un meraviglioso campionario di umanità autentica". 

Meravigliose le illustrazioni del romanzo che si soffermano a sottolineare il punto focale del narratore e trasformano interi capitoli in quadri magistralmente sintetici già nei sottotitoli.

 

Antonella Linsalata, docente:

"Il tempo uguale" ...dove la flessibile sfumatura della realtà irrazionale, libera...sciolta nei movimenti e negli intenti ...si intreccia alle puntuali ...campiture ...razionali...rigide...rigorose e inflessibili del nostro essere... ha costituito ...un'occasione ...unica ...per creare ...con linee e colori ...per fissare basilari immagini che…leggendo il libro ...ho immaginato e assaporato come un sereno spettatore che a fine giornata....visiona un bel film....
Libri volanti ...scacchi esplosivi...dinosauri duttili ...figure robotiche...rivoluzionarie ...passionali ...mescolate a ricordi che emergono nella memoria ...come iceberg dalle forme capricciose ed articolate ....sono state fantasiosamente elaborate dalla mia creatività, che ha reso visibile ...reinterpretato un mondo, attribuito un volto ...alla narrazione ...del mio caro amico Waldemaro!!

 

Stefano Gaudiuso, studioso:

A PROPOSITO DEL TEMPO UGUALE

Scrive Alceste Santini, nella premessa a “I tre tempi del presente” (Alessandro Natta – Edizioni Paoline, Anno 1989), con dichiarato riferimento a Agostino di Ippona che i tre tempi della vita sono contemporaneamente nell’anima. Si dovrebbe dire:” Il presente del passato” per indicare la memoria storica, Il presente del presente ossia la visione dell’oggi con i problemi nuovi che viviamo, Il presente del futuro che rende viva l’attesa per significare che il nostro destino è come lo costruiamo.

Credo che Waldemaro Morgese nel suo “Il tempo uguale”, non so quanto volutamente, si sia anche lui “ispirato a Sant’Agostino nel nuovo racconto che, devo dire magistralmente (come con i precedenti “Multitask” e “Il discobolo”) ricostruisce la sua esperienza con continue scorrerie tra passato, presente e futuro, anche con largo uso della fantasia, ma con frequenti riferimenti a persone e situazioni concretamente verificabili. E suggestive sono tanto la copertina quanto le illustrazioni, curate dalla brava Antonella Linsalata, che accompagnano, arricchendole, le pagine del racconto, scritto nel “buen retiro” della avita villa di campagna dove sono i suoi libri, i ricordi, gli amori, autodefinendosi “un solitario ma non una persona sola”.

Il tempo uguale” è, naturalmente scritto molto bene e, al di là  di alcuni pentimenti rispetto a convinzioni sostenute anche con impegno militante in un periodo non certo trascurabile della sua vita (parlando dell’Albania  e di Enver Hoxha, Sergio condanna a giusta ragione il dittatore e intende, così, “onorare…il popolo così punito e martoriato durante i decenni di una dittatura crudele tenuta in piedi in nome di ideali calpestati, ma in cui –questo il problema- anche io ho creduto negli anni della gioventù”), Waldemaro rimane un idealista. Se ne ha conferma, a mio avviso, nella proposta, sia pure “impacciata”, di chiamare “Spartaco” il figlio “non previsto né voluto”, ma molto amato. E, d’altra parte, senza quegli ideali (certo, traditi nei Paesi del cosiddetto “socialismo reale”, in cui, forse, si è posta acriticamente una eccessiva fiducia), Waldemaro-Sergio si sarebbe mai impegnato per le lotte a favore dei baraccati a Roma e dei marinai a Mola nei primi anni ’70 del secolo scorso, durante il prolungato sciopero per il contratto di lavoro?  E la sensibilità verso i temi ambientali, che pure nel suo racconto trovano ampio spazio, sarebbe stata la stessa? Il rivoluzionario schiavo Spartaco, poi, è la proiezione di sé nel figlio e la casa di campagna, già del padre e del padre di suo padre “ora di Spartaco, e la mia biblioteca erano sul serio un luogo delle meraviglie e di incessante precipitazione del tempo, quello che si snoda sempre uguale a se stesso, non isolata testimonianza ma legame fra generazioni e occasione di vivace fecondazione nel tentativo (narcisistico?) di replicare somiglianze”.

Concludo ancora con A. Natta: “Questo dell’intreccio dei tempi, di ciò che del passato sentiamo e vogliamo resti vivo nel presente, e del nuovo che anche da quell’eredità dinamicamente vogliamo far scaturire, perché valga e impronti il futuro, non è solo un problema dell’individuo, finché vita lo regge. E’ anche, lo sappiamo, un problema politico di primaria grandezza: quello del rapporto fra tradizione e innovazione, o, se si vuole, della comprensione del proprio passato e del passato di altre formazioni sociali e politiche e chi più comprende più sarà in grado (come avvertiva Gramsci) di creare nuova storia”. Ad majora, caro Sergio/Waldemaro.

 

Antonio Campanile, docente:

Carissimo Waldemaro,

intanto scusa il ritardo con cui ti rispondo.

Ti ringrazio molto del tuo invito, che purtroppo sono costretto a declinare, un po' perché non ho mai fatto recensioni, un po' perché - ti confesso - il tuo romanzo non mi ha preso tanto.

Purtroppo sono fatto così, essendo un lettore per così dire umorale. Probabilmente non sono riuscito ad entrare nel tuo stile narrativo, che mi è parso forse troppo razionale per i miei gusti. 

Non me ne volere se sono così franco, ma trovare altre scuse sarebbe stato poco onesto. Per inciso, in un gruppo di lettura di Rutigliano cui faccio parte, discutemmo qualche tempo fa di un romanzo, "Gli anni al contrario", di Nadia Terranova. Ebbene, anche quel libro non mi ha preso per niente. Eppure sta girando...

Non mi resta che salutarti rinnovando la mia stima nei tuoi confronti.

A risentirci!

 

 Vincenzo d’Acquaviva, scrittore:

MORGESE E IL SUO TEMPO UGUALE                                               

Tra gli ultimi lavori pubblicati da Waldemaro Morgese, “Il tempo uguale” [Les Flâneurs, Capurso (BA), 2016] è sicuramente il più intrigante sotto diversi profili. In primo luogo per le immagini significative di Antonella Linsalata ivi contenute - egregiamente illustrate dall’autrice nella serata della presentazione del volume, nei locali della libreria Culture Club Café di via Van Westerhout, in Mola di Bari - per la visione atemporale di vicende vissute e, perché no, da un punto di vista squisitamente psicologico.

Il volume consta di due parti e ripercorre, in chiave autobiografica, le esperienze vissute dall’autore, a partire dall’infanzia, per proseguire con alcune situazioni che inducono il lettore a una attenta riflessione sulla propria condizione e vicenda umana.

Nel leggere la prima parte, dedicata all’infanzia, non ho potuto fare a meno di ricordare i fumetti dell’epoca (anni Cinquanta e oltre) che anch’io leggevo avidamente: Il Grande BlekCapitan MikiTexlIntrepidoIl Monello, solo per citare quelli che andavano per la maggiore. Di più. Quei giornaletti avevano anche un valore intrinseco di scambio. Per es., lIntrepido o Il Monello, valeva tre Grande Blek o Capitan Miki.

L’autore ci accompagna nei suoi viaggi in Albania, negli Stati Uniti, e in terre sconosciute. A proposito del paese delle aquile dove, oltre a non avere visto nessun rapace, si sofferma a parlare di una mappa turistica del Paese posto sulla sponda opposta dell’Adriatico. Una mappa che conserva alla stregua di un ex voto per onorare quel “popolo così punito e martoriato durante i decenni di una dittatura crudele tenuta in piedi in nome di ideali calpestati, ma in cui - questo il problema - anche io ho creduto negli anni della gioventù”. Un’ammissione di rara onestà intellettuale, che rende onore all’autore.

In America, Morgese, si è recato in occasione della pubblicazione di un volume, “Dear America”, di un nostro compianto connazionale, Thomas Sgovio. Costui lascia gli Stati Uniti - dove il comunismo non trova cittadinanza - optando per l’Unione Sovietica e scopre, a sue spese (viene fatto prigioniero per le sue idee comuniste e condotto in una sorta di Arcipelago Gulag) che il Paese comunista per eccellenza, da lui idealizzato, è di gran lunga peggiore di quello precedente.

Faccio un volo pindarico nella lettura e ritrovo Sergio, il nome del protagonista del libro, immerso in situazioni al limite dell’assurdo, dove la malattia e la morte possono essere vinte e, per converso, ciò implica che l’immortalità sconfiggerà anche il tempo. Quindi lo scopro impegnato in un mondo virtuale dove, appunto, il tempo non esiste. Lo spazio e il tempo rappresentano unicamente una sorta di energia allo stato puro, indistinguibile tra passato, presente e futuro. Come se l’esistenza di ognuno continuasse nei ricordi che siamo costretti ad abbandonare, ma che vogliamo conservare. Una miriade di ricordi che i più fortunati potranno vantare di rivivere nei loro eredi.

Con questo andamento paradossale il libro si avvia verso un finale, macabro per taluni versi, in cui Sergio si racconta, dopo il suo transito terrestre, in un monologo immaginario in cui il protagonista diventa il proprio figlio, Spartaco. Ma chi è Spartaco, se non proprio il protagonista nella doppia veste di genitore/figlio!?

Sostanzialmente, il tempo uguale ripercorre alcuni episodi significativi della vita di Sergio (il protagonista/autore) che, dal suo ritiro nella campagna molese, rievoca gli anni trascorsi nella lettura sistematica di molti autori che hanno segnato la sua maturità intellettuale. Una maturità che si avventura nell’indagare realtà sconosciute, posto che la lettura consente un coinvolgimento che diventa piacere della scoperta della vita ‘altra’.

A dispetto di quello che sostiene fantasticamente l’autore, senza esserne davvero convinto, e cioè che il tempo è diseguale, può essere dimostrato da una serie di aforismi temporali che, in occasione della presentazione, ho avuto modo di leggere, alla presenza di un folto pubblico. Ne riporto solo i più significativi: “Quando un uomo siede vicino ad una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività”; “Il tempo è un’illusione” (Albert Einstein). “Quanto dura un minuto, dipende da quale lato della porta del bagno si è” (Arthur Bloch, La seconda legge di Zall).

 

Vittorio Farella, politico:

Ripercorrere le tappe della propria esistenza, scorrendo le righe del diario della propria vita, non per suggellarne un bilancio consuntivo, in un’operazione a cavallo fra il nostalgico e l’esaltazione dei momenti rilucenti, ma “come scelta di un supremo distacco” e proiezione verso una seconda vita.

L’immaginario di un tempo senza confini, fuori e senza più tempo, verso l’immortalità.  Il racconto, affascinante e coinvolgente dell’amico Waldemaro, ti trascina in mondi fantastici che dal vissuto si proiettano nel desiderato, in quanto avrebbe potuto essere e in ciò che l’umanità potrebbe divenire, in un post-mondo o trans-mondo senza più umani, dominati dalla tecnologia dei robot con intelligenza artificiale, nuovi padroni del mondo: ma costruiti e guidati da chi?

L’eterna lotta tra il bene e il male, ripercorsa nei secoli e nello scenario del divenire, intrisa del proprio vissuto e nel segno di un “testimone” per il futuro, attraverso l’anelito di una “consegna” ai propri discendenti: l’eredità del proprio passaggio terreno ritrovata rovistando “fra le carte della biblioteca di famiglia”.

Così “anche dopo la nostra dipartita, se ce lo siamo meritato”, saremo ancora protagonisti e il tempo non avrà più significato.

Il tempo non esiste, come davanti ad un computer: passato, presente e futuro si fondono in un caleidoscopio dai mille riflessi, in un intreccio senza più riferimenti temporali.

Ottima narrazione con vari spunti di riflessione.

 

Angela Redavid, insegnante:

Definire il “Tempo Uguale” di Waldemaro Morgese non è affatto semplice, perché è un “pot-pourri” di più generi di romanzi: dal romanzo di formazione al romanzo d’amore, dal romanzo storico - realistico al trattato filosofico sul tempo e lo spazio.

Morgese, in questo romanzo, mette in dubbio che il tempo esista, ma parla di immortalità e memoria: un’esistenza può continuare a vivere anche dopo la morte, attraverso i ricordi delle persone care.

Protagonista assoluto del romanzo è Sergio, amante dei libri e del gioco degli scacchi. Ha una vita molto dinamica: viaggia in Albania, in America. E’ un libertino; si innamora di una donna molto più giovane di lui ed insieme hanno un figlio che chiameranno Spartaco.

Il testo si divide in due parti e presenta un epilogo finale. Mentre nella prima parte sarà descritta la vita del protagonista, nella seconda parte sarà narrato tutto quello che accade dopo la morte del protagonista.

Con un forte richiamo autobiografico, in questo romanzo, si parla di tanti libri, libri anche leggeri ma non per questo meno importanti e incisivi nella formazione di una persona, come “Topolino”, “Il giornalino di Gian Burrasca” e il fumetto “Tex Willer”.

A mio parere è un romanzo che scardina i principi consolidati e che mostra la fragilità della vita, la sua mutevolezza... ci fa riflettere sul transumano, sulla virtualità. E’ un romanzo che rigetta Dio, ma pregno di grande solidarietà per i più deboli e che crede fortemente nel valore della libertà.

Bisogna essere alquanto “moderni” per approcciarsi al romanzo di Morgese, perché niente è deciso, ma tutto è in continuo divenire!

 

Franci Marzano, casalinga per scelta: 

Del romanzo "Il tempo uguale" mi ha molto interessato la parte relativa alle "storie" virtuali di "Second Life" che vive Marcos, l'alias del protagonista Sergio. Anche perché chi scrive ha praticato il mondo di SL (si legga Gianluca Nicoletti, “Le vostre miserie, il mio splendore”, Mondadori, Milano 2007).

La storia d'amore struggente tra Marcos e Mara che Sergio vive in una seconda vita virtuale mi riporta alla mente la figura di Abele Moonwalker che aveva posto su un treppiede una tela con il ritratto di Francesca Maria Zabelin ormai virtualmente deceduta.

Spesso si recava davanti alla tela per porgerle fiori e cimeli. Questa scena mi dava pena e gioia insieme. Gli mandai allora una messaggera, Blu Schwarz, che gli ricordò che il suo amore era vivo e vegeto nel mondo reale pronta ad incontrarlo.

Abele Moonwalker disse che non avrebbe potuto amarla nel mondo reale ma solo lì in quanto vittima di una malattia degenerativa e dei fans.

La vera identità di Moonwalker rimane per me a tutt'oggi un mistero ......forse era Michael Jackson negli ultimi anni di vita?

Posso capire dunque il protagonista del romanzo di Morgese, Sergio, e la sua potente soddisfazione quando si accinge a varcare le porte di questi mondi virtuali.

Ma i mondi virtuali non li elogio anzi li considero paradisi artificiali come droghe o abusi di alcool.

I fruitori di conseguenza li definirei viziosi e non vittime. Preferisco e suggerisco paradisi naturali e salutari quali possono essere i libri, la musica, un bel film, una passeggiata.

Le piattaforme virtuali sono di grande supporto invece a malati terminali, gente costretta a vivere in un polmone d'acciaio e quant'altro.

Queste sono le riflessioni che mi preme trasmettere, anche stimolata da bel libro di Waldemaro Morgese che è accattivante e si inerpica per plaghe inconsuete.

 

Giovanni Lafirenze, scrittore, presidente ANCVG:

IL TEMPO UGUALE DI WALDEMARO MORGESE

"Gianni sei pronto? Tra due ore dovremmo essere già a Campomarino"

"Certo dammi il tempo di controllare se non ho dimenticato nulla".

Mia moglie è già sull’uscio di casa, saluto i ragazzi, e con celerità mi avvio verso di lei. Ad un tratto il mio sguardo è attratto da uno scaffale della libreria, in particolare da un libro distrattamente posato su altri due tomi. Leggo il titolo: “Il tempo uguale” autore Waldemaro Morgese.

"Gianni stiamo aspettando solo te, intendo io e l'ascensore", mia moglie ride.
Delicatamente raccolgo il romanzo, lo inserisco in uno scomparto della borsa porta PC.

Raggiungo mia moglie, l’abbraccio, dopo due ore trascorse a conversare in auto siamo già a Campomarino. Due giorni di mare, amici, pizze e jogging, finché una mattina decido di non seguire il gruppo a mare.

C’è di più, non voglio neanche dedicarmi a biografiadiunabomba (il mio sito web), non so che fare, anzi sì, decido di leggere il romanzo di Waldemaro.

Già le prime pagine catturano curiosità ed attenzione, la vicenda che leggo è il racconto del passato di Sergio, personaggio piuttosto anziano nato dall’impressionante fantasia dell’autore. Le pagine che sfoglio sembrano penetrare la mente. Sergio racconta la sua adolescenza, ma pagina dopo pagina il romanzo pone anche me lettore al fianco del personaggio, addirittura ascolto le sue parole. Sergio continua a parlarmi dei libri a lui tanto cari, della sua casa con piscina e biblioteca. Non solo, Sergio narra dei suoi impegni sociali in quel di Roma dei suoi viaggi all’estero. È affascinante il suo dire: il tempo che interseca passato, presente e futuro.

Vedo altri due personaggi: Marcos e Mara due giovani idealisti inghiottiti da un labirinto concettuale all’interno del quale comprendono che il mostro che per anni hanno temuto e cercato altro non è che il riflesso di una società “indifferente”.

Il racconto continua, Sergio conduce Marcos tra dinosauri, umanoidi e robot (passato e futuro). All’improvviso appare una giovane signora di nome Marta, è la sua donna, da questa unione nasce Spartaco.

Le appassionanti e travolgenti vicende vissute, tra logica e fantasia a dispetto del tempo si susseguono velocemente, inebriandomi sempre più…
"Gianni, Gianni non mi hai sentito entrare? Che stai combinando, dormi?"

"No, leggevo un romanzo"

"Quale?"

"Il Tempo Uguale di Waldemaro Morgese"

"Il mio autore preferito".

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IL DISCOBOLO: recensioni a stampa

IL DISCOBOLO: recensioni a stampa - Casina Morgese

Si riportano, di seguito, le recensioni di: Daniele Maria Pegorari, Antonio Giampietro, Mary Sellani.

IL DISCOBOLO

Dopo Città buie (Il Grillo editore, Gravina, aprile 2015), tre racconti brevi che hanno come scenario l’amara condizione del Sud letta attraverso la vita dei tre giovani protagonisti: l’appassionata bibliotecaria Nora, il saggio ufficiale di Marina Achille, il trasgressivo viaggiatore Moby. Dopo Multitask (Edizioni dal Sud, Bari, settembre 2014), “vita scritta da lui medesimo” con sottotitolo “Una vita complicata fra liberalismo e laburismo”, che abbraccia quasi un cinquantennio, con prologo di Ennio Corvaglia ed epilogo di Nicola Saponaro. Dopo il “trittico degli amori” affidati ai tipi delle Edizioni dal Sud: L’amore per la cultura (giugno 2011), L’amore per la politica(settembre 2012), L’amore per l’economia (dicembre 2013), sillogi di editoriali scritti per il quotidiano di strada EPolis Bari. Ora Waldemaro Morgese si cimenta con un romanzo che è un delicato memoir ma nel contempo anche il racconto, spesso brioso, di una intera generazione.

 Ospitiamo qui la “bandella” scritta per il libro da Daniele Maria Pegorari, professore di letteratura italiana contemporanea nell’Università degli studi di Bari, ringraziando l’Autore e l’Editore FaLvision:

 Un giovane pugliese alle prese con la sua iniziazione intellettuale nella Roma ribollente sulla soglia del Sessantotto. Le goliardate (anche erotiche) di una gioventù che sembra non dover mai finire. Un tempo di rivolte in cui a dividere l’estrema destra dall’estrema sinistra – anche fino al sangue, se necessario – era davvero un tiro di dadi. Poi il ritorno del giovane nella grande città del Sud che appare sempre troppo piccola se hai passato qualche anno nell’Urbe.

E quella giovinezza che, invece, è scivolata via e, al suo posto, ha lasciato un ‘eroe’ dell’impegno quotidiano nella politica, nel lavoro e nel sogno di un’economia diversa. Ma per essere eroe davvero non basta il rigore metodico, il distacco scettico, la collaborazione leale: devi avere una fede cieca, un coraggio da leone e un carattere intrepido, mentre Marco appare invincibilmente attratto da un destino di ‘antieroe’, schivo e diffidente com’è. Di lui non si può certo dire che non si trovasse al posto giusto nel momento giusto, solo che il ruolo che si è scelto è sempre stato quello di osservatore della grande storia che gli scorreva davanti, piuttosto che di protagonista. Attratto dal teatro d’avanguardia e dalla sua Fiat 500 decapottabile, pronta a trasformarsi in palco mobile per i comizi operaisti, Marco si trasformerà in un pragmatico uomo d’apparato. In fondo è sempre stato così, teso fra due opposte energie, quella dello slancio e quella dell’inerzia, come di chi carichi il colpo finale e poi si blocchi indeciso, come il ‘discobolo’ che ammirava nei libri di arte classica al liceo, ritratto nella fissità che precede l’ultimo lancio del disco.

Naturalmente ricchissima di dettagli autobiografici – dagli studi letterari alla carriera nel partito comunista, dalle cronache teatrali alla fondazione di biblioteche e musei – questa gustosissima narrazione di Waldemaro Morgese è, però, ancor più un romanzo generazionale: accanto ai suoi già numerosi libri di economia e di pubblicistica, quest’opera è quella che meglio racconta la sbornia ideale (e non solo ideologica) che esaltò e segnò per sempre i giovani pugliesi degli anni Sessanta e Settanta, e che pure dovette passare al momento del loro inserimento nella prassi del lavoro e della responsabilità istituzionale.

Pasolini, proprio per definire il tracollo del sogno (o era un incubo?) del Sessantotto, contrapponeva il “trasumanar” dell’ideale all’ “organizzar” dell’azione, non più compensati da quella sana ‘filosofia della praxis’ che Gramsci aveva predicato e di cui rimanevano ormai solo pagine ingiallite. Morgese racconta questo trapasso dall’interno, con un registro in cui all’invenzione si mescola il saggio (non breve è il catalogo di letture che se ne potrebbe ricavare!) e al palmares dei bersagli colpiti si accompagna una sorniona richiesta di indulgenza per quel disco non lanciato.

                                              [Recensione di Daniele Maria Pegorari apparsa su "Città Nostra" del febbraio 2016, p. 13]. 

 

 

IL DISCOBOLO

«Con la bellezza e la comprensione del passato ci si può armare di maggiore coraggio per traversare i mari perigliosi del cambiamento. La ricerca dell’identità ci aiuta perché si è sostenuti da una forza collettiva comune». Sono parole che pensiamo possano ben riassumere ciò che questo nuovo libro di Waldemaro Morgese ci offre. Il discobolo, immagine da un’antichità mitica, proteso in un gesto infinitamente incompiuto simbolo di una «complicata impotenza», è il punto di partenza e di arrivo del romanzo. Esso può essere interpretato, come suggerisce lo stesso autore nell’epilogo che significativamente è posto in apertura e non in chiusura del libro, in due modi: da un lato un riscatto prossimo a venire, ma che in realtà non arriva mai, e dall’altro la convinzione che forse ciò che non si è fatto

è meglio che non sia stato fatto. Il protagonista di questo romanzo, Marco, è un figlio del Sud il quale, provata la delusione cocente di una terra che non lo comprende (nello specifico un esame universitario fallito), decide di andare a studiare fuori, a Roma, dove prima di tutto ha l’obiettivo di laurearsi. Il nome della sua regione non compare mai, ma vi sono riferimenti che ci permettono di identificarla con certezza (come la scelta dello scrittore suo primo argomento di tesi, Luigi Chiarelli di Trani) e, addirittura, di individuare il suo paese natale, Mola di Bari, attraverso il riferimento a Enzo Del Re, incontrato dal protagonista un giorno in un teatro romano. Marco ha intenzione di finire l’università e rientrare nel suo paese per cambiare il corso della storia del suo popolo, ed è questo che lo spinge a frequentare, quasi per caso, ambienti politici e personaggi che gli appaiono sui generis, come quelli di “Servire il popolo”, troppo estremi e vuoti però per lui. La sua vera presa di coscienza politica avviene durante le operazioni di soccorso per il terremoto

del Belice a cui partecipa come volontario. Egli, che fino a quel momento si era fatto trascinare dagli eventi più che da un attivismo consapevole, si rende allora conto di essere di sinistra e, tornato a Roma, comincia a partecipare alle manifestazioni e contestazioni del movimento studentesco. Quello di Marco è un ercorso di crescita e di maturazione vibrante, come sono tutte le vite intense e passionali, che passa anche da un «viaggio della memoria alla ricerca dei luoghi concreti della sua fanciullezza», da gesti semplici ma significativi, come il radersi la barba e ritornare ad avere la

faccia pulita, e, infine, dal gettare via l’eskimo ormai impresentabile per tornare «normale». In questo percorso formativo rientra anche un viaggio che il protagonista compie in Unione Sovietica, luogo che però lo delude: «La patria del socialismo non aveva fatto a lui e ai suoi compagni una buona impressione». Tornato nella sua terra, seppur conservando una determinazione estrema e risoluta, Marco rientra in schemi di vita più ordinari e prosegue in una triplice direzione: da un lato, per qualche tempo, la scuola e poi un lavoro da funzionario nell’amministrazione pubblica, da un altro, l’insegnamento annuale all’università, e, da un altro ancora, il partito. Il discobolo è un racconto

che vuole restituire ai lettori, soprattutto giovani, un esempio di normalità straordinaria: si tratta, in fondo, della storia di tanti dei nostri padri, vissuti in un mondo a tratti sull’orlo di una guerra definitiva, un fortissimo scontro tra ideologie, ma in cui erano ancora presenti certezze capaci di far credere che non esistessero obiettivi irrealizzabili, ma solo mondi possibili. E anche oggi, che il tempo terribile della precarietà intacca le vite di ogni figlio di queste generazioni, nonostante il riconoscimento di un certo fallimento, questi uomini ci vogliono dire che è il recupero della memoria a rappresentare il baluardo contro l’annientamento di utopie che non restano tali, ma fecondano «nuove realtà». Dunque lo scorrere del tempo, il passato, è «un fenomeno dolce, conciliatore, una realtà immanente, per nulla perduta e inutile, anzi inserita nel presente e ammaestratrice del futuro». Così anche se l’impegno di Marco nel partito regredisce ed egli si rinchiude in una operosità privata, un’ultima forma di resistenza e di lotta resta quella sua buona abitudine di leggere e studiare, «confrontare il fare con il pensare». E non è un caso che il libro si chiuda con l’immagine idillica di un Marco anziano immerso nella sua biblioteca personale, i cui scaffali, di legno pregiato, sono stati incavati nelle pareti della sua casa di campagna da un amico falegname ottantenne. Ci troviamo di fronte a un romanzo che, seppure conservi il sapore di una narrazione autobiografica – impossibile non scorgere lo stesso autore nel profilo di Marco –, non può essere ridotto a una mera rappresentazione personale, sebbene raccontata con incantevole distacco. Ci pare si tratti, piuttosto, della riproposizione di una testimonianza, del tentativo di recupero di una forza collettiva che, se riscopre la propria pura autenticità, può ancora portare gli uomini di questo nostro Sud a essere i protagonisti di un mondo diverso.

[Recensione di Antonio Giampietro apparsa su “incroci” n. 34 del luglio-dicembre 2016, pp. 143-145].

 

Un libro di memoria ma senza nostalgia

IL DISCOBOLO, IL NUOVO ROMANZO AUTOBIOGRAFICO DI WALDEMARO MORGESE

Un libro di memoria ma senza nostalgia questo nuovo romanzo autobiografico di Waldemaro Morgese, Il discobolo (Falvision editore, 77 pagine, E10,00), in cui egli rievoca la sua storia narrata in terza persona sotto il nome di Marco, un percorso di vita che va dal periodo giovanile fino alla maturità. Un arco esistenziale che appartiene verosimilmente a una generazione, quella nata alla fine della seconda guerra mondiale, in un’Italia tutta da ricostruire, e che rappresentava la frontiera per un riscatto morale e materiale, in particolare per il Sud da cui lui proveniva. Un libro come guida personale e sentimentale che è servito all’autore per fare un bilancio del suo impegno generoso nella politica, nel sociale, nel lavoro e nel sogno di un’economia né capitalistica né collettivistica. Da ragazzo pugliese partito dalla sua Molfetta [in realtà Mola di Bari, n.d.r.] per iscriversi a Roma alla facoltà di lettere dell’università ricorda la sua iniziazione intellettuale in quella città ribollente alle soglie del Sessantotto, mentre la capitale gli offriva un palcoscenico privilegiato di possibilità d’incontri importanti, di cosmopolitismo, di attività artistiche, e persino di avventure inedite con personaggi stravaganti, i quali però non riuscirono a distoglierlo dal suo senso del dovere e dello studio.

In quel magma giovanile incandescente, ove tutti i confini sembravano scompaginati, in cui destra e sinistra erano diventate contigue, scoppiò l’evento che più lo segnò, e attraverso il quale si chiarì le idee, indirizzandolo decisamente verso la sinistra: il terremoto del Belice in Sicilia. Senza un attimo di esitazione si arruolò nei gruppi di volontariato che si formarono in tutto il Paese per andare in soccorso delle zone terremotate, dove vide con i propri occhi lo sfasciume del Mezzogiorno d’Italia ed apprese per la prima volta dell’esistenza della mafia. Tornato a Roma entrò nel movimento studentesco che esaltò i giovani pugliesi degli anni Sessanta e Settanta, per poi passare al momento del loro inserimento nel mondo del lavoro e della responsabilità istituzionale. E racconta episodi significativi che descrivono, tra l’altro, i vizi e le viertù di un’Italia pretenziosa ma in progressivo involgarimento.

Conseguita la laurea, Marco, abbandona l’eschimo e torna nella sua terra non più da “rivoluzionario” ma da antieroe, schivo e diffidente com’è, per dedicarsi alla “filosofia della praxis”. Gli idoli erano ormai caduti e si ritrovava a leggere avidamente le pagine di Albert Camus sull’uomo in rivolta e a convenire con lui quando così scriveva: “Certo, la rivoluzione bisognava salvarla come suprema possibilità conferita all’essere umano per dare un senso vero alla vita, ma si deve trattare di un esempio di equilibrio, di una forma di creatività esaltante, che libera le menti e i cuori, ed anche le condizioni materiali, non di superfetazioni intrise di sangue, ghigliottinamenti, uccisioni, torture e imprigionamenti concentrazionari o di milioni di morti in nome di guerre assurde”.

Marco interpretava in questo modo lo scrittore visionario premio Nobel e concludeva che per vivere degnamente non bisogna respingere nessuna sfida della vita, ma ingaggiarle tutte, qualunque sia l’esito congetturabile. In ogni caso, dopo aver vissuto e costruito tanto, ma anche fallito molti progetti, l’ultima sua consolazione fu vivere nell’avita casa di campagna immerso in una biblioteca che aveva voluto organizzare e condividere con chiunque fosse interessato ai suoi percorsi intellettuali: unico fil rouge che lo collegava al mondo esterno. Nel segno della saggezza di Marco Tullio Cicerone che intravide l’immensa virtuosità del giardino unito alla biblioteca. E’ a questo punto che si svela la metafora del discobolo che dà il titolo al libro. Perché in fondo Waldemaro-Marco è sempre stato così, teso fra due opposte energie, quella dello slancio e quella dell’inerzia, come di chi carichi il colpo finale e poi si blocchi indeciso, come il discobolo appunto, che lui ammirava nei libri di arte classica al liceo, ritratto nella fissità che precede l’ultimo lancio del disco. Un bilancio dunque tutto sommato soddisfacente.

[Recensione di Mary Sellani apparsa su “Quotidiano di Bari” di giovedì 11 febbraio 2016, pag. 9].

 

 

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CITTA' BUIE: recensioni

CITTA' BUIE: recensioni - Casina Morgese

Si riportano, nell'ordine, le recensioni di: Piero Fabris, Nicola Fanizza, Giuliana Kreis, Antonio Giampietro, Carlotta Panaro, Mary Sellani, Andrea G. Laterza, Teresa Gallone. 

Un esempio di come i libri non servono a fare solo citazioni 

 TRE PERSONAGGI PER ANDARE OLTRE IL BUIO

 "Città Buie" di Waldemaro Morgese (Il Grillo Editore;  pagg.72; € 10,00) è la possibilità di compiere un periplo illuminante nelle nostre città.

Non si tratta del semplice viaggio negli aspetti loschi e degradati  delle periferie dell'anima e di certi contesti urbani che, con schiettezza l'autore  descrive, offrendosi  come un disturbo alla "DISSONANZA COGNITIVA" di chi appunto non vuol vedere, quanto una crociera esplorativa, una ricerca di soluzioni, magari  semplici suggerimenti per costruire; una spinta  capace a mostrare la rotta per educare, ridare splendore a una umanità votata al declino.

I tre personaggi descritti nel testo compiono realmente e metaforicamente un viaggio in se stessi e nelle realtà  sempre più ampie; sono il simbolo di una gioventù alla ricerca di soluzioni e vie di riscatto per realizzarsi, per essere protagonisti della propria esistenza e contribuire in maniera costruttiva a realizzare aree urbane a misura di Uomo.

Waldemaro Morgese ha realizzato, con quest'opera, un inno alla Cultura come mezzo per riconoscere il bello, il buono e il giusto. Nora, Moby e Achille (i protagonisti del libro) grazie a uno studio serio scoprono  e usano i libri come bussola, mappa per uscire dall'ignoranza e guardare lontano, al futuro. Essi  compiono in forme diverse percorsi "senza confini" che li porteranno a rispecchiarsi, a meditare, a costatare amaramente cosa siano certi "Quartieracci", ma  nessuno di essi penserà di arrendersi, nessuno di loro è un vinto. In essi vi è la consapevolezza che le biblioteche sono telescopi e microscopi del sapere, ovvero una risorsa per alimentare profondamente la memoria collettiva e guardare al domani.

 [recensione di Piero Fabris apparsa su "Città Nostra" del giugno 2015, pag. 25].

 

Città buie/L'ultimo romanzo di Waldemaro Morgese: la cultura ci riscatta

SE LA NOSTRA BUSSOLA E' UN LIBRO

"Città Buie" di Waldemaro Morgese (Il Grillo Editore, pagg.72, 10 euro) è la possibilità di compiere un periplo illuminante nelle nostre città.

Non si tratta del semplice viaggio negli aspetti loschi e degradati  delle periferie dell'anima e di certi contesti urbani che, con schiettezza l'autore  descrive, offrendosi  come un disturbo alla "DISSONANZA COGNITIVA" di chi appunto non vuol vedere, quanto una crociera esplorativa, una ricerca di soluzioni, magari  semplici suggerimenti per costruire; una spinta  capace a mostrare la rotta per educare, ridare splendore a una umanità votata al declino.

I tre personaggi descritti nel testo compiono realmente e metaforicamente un viaggio in se stessi e nelle realtà  sempre più ampie; sono il simbolo di una gioventù alla ricerca di soluzioni e vie di riscatto per realizzarsi, per essere protagonisti della propria esistenza e contribuire in maniera costruttiva a realizzare aree urbane a misura di Uomo.

Waldemaro Morgese ha realizzato, con quest'opera, un inno alla Cultura come mezzo per riconoscere il bello, il buono e il giusto. Nora, Moby e Achille (i protagonisti del libro) grazie a uno studio serio scoprono  e usano i libri come bussola, mappa per uscire dall'ignoranza e guardare lontano, al futuro. Essi  compiono in forme diverse percorsi "senza confini" che li porteranno a rispecchiarsi, a meditare, a costatare amaramente cosa siano certi "Quartieracci", ma  nessuno di essi penserà di arrendersi, nessuno di loro è un vinto. In essi vi è la consapevolezza che le biblioteche sono telescopi e microscopi del sapere, ovvero una risorsa per alimentare profondamente la memoria collettiva e guardare al domani.

[recensione di Piero Fabris apparsa su "EPolis Bari" di mercoledì 13 maggio 2015, pag. 20].

 

 

CITTA' BUIE

Nel mese di luglio, sono tornato nel mio Paese, nella casa dove sono nato tanti anni fa. Da Milano ho portato qualche libro, il portatile e la voglia di recuperare l’assenza di tutti questi anni che mi separano dall’infanzia e dalla prima giovinezza. Ho trovato sempre meno amici. Molti sono andati via. Sono andati via per vivere altrove oppure sono andati nel cimitero per riposare per sempre.

Ho incontrato anche alcuni amici che avvertono la morte dietro al collo. I decessi in questi ultimi anni sono aumentati per l’insorgenza di neoplasie che hanno investito per lo più l’apparato digerente. Da qui l’accusa rivolta ai proprietari della discarica che è presente nel territorio di un paese vicino. Questi ultimi sono stati rinviati a giudizio, poiché – questo dice l’accusa – avrebbero inquinato le falde acquifere che vengono utilizzate per irrigare la frutta e la verdura.

Tutto ciò ha penalizzato i contadini che possiedono i poderi nelle zone contigue alla discarica. I consumatori, quando si recano al mercato, sono preoccupati per la loro salute: comprano, infatti, solo la frutta e gli ortaggi che provengono da fondi ritenuti «sicuri», ossia da colture ubicate in aree agricole distanti dalla discarica.

Nel paese che mi ha visto nascere ho parlato solo con i vecchi. I quali mi hanno detto che anch’essi non conoscono i giovani e che parlano solo fra loro. Penso che i giovani, come sempre, più che ai loro padri assomigliano al loro tempo. Un tempo ansiogeno e volgaruccio, un tempo che – come nel resto della penisola italiana – è di attesa.

Nondimeno ciò che mi ha maggiormente colpito è stato il sensibile aumento dei cani che vengono portati a passeggio dai loro proprietari. Quello del cane depresso o del gatto schizzato è diventato, purtroppo, l’argomento principale negli incontri con i parenti e con gli amici di famiglia. Sicché, per affrancarmi da quei noiosi rituali, ho preferito darmi alla lettura.

Nel vivo chiarore delle giornate passate al mare, ho letto l’ultimo libro di Waldemaro Morgese Città buie – Il Grillo Editore, Gravina, 2015, euro 10,00 –, che si articola in tre brevi racconti. Si tratta di un libro di rara bellezza, di un libro in cui l’autore si mette in gioco, di un libro a tratti sofferto, di un libro che ci restituisce con tono lieve e con accenti autobiografici gli opposti di cui il Sud è costituito, di un libro che tutti i meridionali dovrebbero leggere per avere un’immagine corretta di loro stessi.

Morgese invita gli abitanti del Sud a guardarsi allo specchio, li invita ad osservare, nei loro stili di vita e nelle loro fattezze, quei particolari che rischiamo di farli sentire un po’ più brutti di quello che pensano ma che hanno il merito di restituirli a loro stessi, aprendo nuove chance, nuove linee di fuga, nuove vie esistenziali.

Nora, Moby e Achille – i protagonisti dei tre racconti – si sentono responsabili della bellezza del mondo. Vogliono che le città in cui vivono siano splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non sia deturpato nè dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore d’una ricchezza volgare. Nondimeno ciascuno di loro si rende conto che il Sud è un ossimoro: sono consapevoli di vivere in luoghi bellissimi che tuttavia sono spesso deturpati dall’incuria e a volte persino dalla spazzatura; sono altresì consapevoli che la generosità manifestata da alcuni individui è solo di facciata poiché è finalizzata a promuovere il loro prestigio sociale. Di fatto quegli stessi individui alimentano con i loro comportamenti pratiche ai limiti della legalità.

Nel primo racconto, la protagonista è Nora, una bibliotecaria che ha la passione per la lettura e il teatro, è impegnata nel sociale e dà lezioni gratuite e non richieste agli studenti che frequentano la sua biblioteca.

Probabilmente per deformazione professionale, ha il vizio di catalogare qualsiasi cosa. Ritiene che ogni sua scelta deve essere ponderata; scheda persino i suoi pretendenti e tuttavia non riesce a vedersi accanto a nessuno dei ragazzi che frequenta.

Intanto la città marina in cui lavora diventa sempre più opaca, sempre più invivibile per il dilagare della criminalità organizzata, per l’incanaglimento delle relazioni e per il passato che non passa (la parte maledetta della nostra tradizione). Viene colpita in modo particolare da un evento drammatico: nella stazione ferroviaria, un ragazzo si era lanciato sotto il treno, poiché suo padre non accettava che il figlio fosse omosessuale.

Nora si sente triste, avverte un forte disagio esistenziale e, appena ne ha la possibilità, si trasferisce in una biblioteca ubicata in collina.

Lì le sembrava di vivere in un tempo senza tempo ed era ancora possibile instaurare relazioni autentiche e cordiali. Lì, finalmente, stringe un’«intima amicizia» con Arturo, un maturo proprietario di una casina tutta bianca. Amavano spesso conversare, facevano passeggiate lunghissime «respirando il profumo del pino da frutto» e spesso Nora restava a cena con lui «sotto un cielo terso e fittamente stellato».

Con l’aiuto di Arturo, Nora si impegna nella tutela del territorio, progetta la costituzione di un ecomuseo con l’obiettivo di proteggere le bellezze di quelle terre e si attiva per riunire i contadini e gli abitanti del luogo in un’associazione per sostenere il progetto ecomuseale.

Ciò che legava Nora al proprietario della casina bianca era l’inquietudine che a volte scorgeva sul suo volto. Arturo diceva che la «vita è tutta una sequela di incertezze» e ciò nondimeno cercava il senso della sua vita. Di fatto cercava di comunicare con gli altri e nel contempo amava ritagliarsi uno spazio di intimità segreta. Arturo – dice Nora – le aveva confidato che «quando voleva capire meglio il mistero della vita e della morte era solito sedersi davanti ai ritratti dei suoi antenati per entrare in dialogo profondo con loro e ripercorrere gli scampoli a lui noti delle loro esistenze».

Nora avrebbe potuto apprendere tante cose da Arturo, ma un evento accidentale spezzò la sua vita. Nora considerava quella morte come un accanimento del destino. Arturo per lei era uno delle tante persone che sono come il vento. Sembrano esistere soltanto per andarsene.

Nel secondo racconto, il protagonista è Moby, che ha una storia difficile alle spalle. E’ figlio di una ragazza madre e, per di più, ha vissuto la sua infanzia in un contesto affettivo attraversato da disagi esistenziali. Moby è un ragazzo dai piedi nervosi: infatti, appena diventa maggiorenne, decide di andare via per giungere fino ai confini del mondo. Nondimeno, cambiando il luogo di residenza, Moby non riuscirà a risolvere i suoi problemi esistenziali e, venuto a sapere che suo padre si era fatto vivo e lo cercava, deciderà di tornare a casa.

Infine, nel terzo racconto, il protagonista è Achille, il quale si rende conto di non provare alcun amore per la sua ragazza, decide di lasciarla e di partecipare al concorso per entrare nell’Accademia della Marina militare, che è situata a Livorno. Qui, durante i tre anni di corso, si impegna nello studio, supera brillantemente gli esami, consegue il brevetto di ufficiale di marina e diventa un autentico lupo di mare. Quando non è in giro per il mondo, Achille manifesta il suo vivo interesse per tutto ciò che consente di ricostruire un tessuto di pensieri e di conoscenze degne. D’altra parte non riesce a dissimulare la sua insofferenza nei confronti delle dinamiche degradanti che investono lo spazio sociale e l’assetto urbanistico del suo quartiere.

I protagonisti dei tre racconti cercano ognuno a suo modo – attraverso il viaggio, lo studio e le relazioni – di pervenire alla loro sovranità, sono individui che esprimono bisogni sociali autentici, bisogni che sono opposti e complementari: il bisogno di sicurezza e quello di apertura, il bisogno di certezza e il bisogno di avventura, quello di organizzazione del lavoro e quello del gioco, di unità e di differenza, di solitudine e di comunicazione.

Le città del Sud – dice Morgese – sono troppo buie. L’antidoto non viene individuato nella nostalgia e nella memoria di un mondo perduto o in un piano identitario da rivendicare, bensì nelle forme di sociabilità che qui ed ora sono già disseminate sull’esergo del sistema (la collina): ossia nei nuovi modi di vita domestica, nelle nuove pratiche di vicinato, di istruzione, di salvaguardia del territorio, di presa in carico dei bambini e delle persone anziane, dei malati, ecc.

In fin dei conti Morgese dà ragione a Franz Kafka quando asseriva che conviene «lasciar dormire il futuro come merita. Se lo si sveglia prima del tempo si ottiene un presente assonnato!».

[recensione di Nicola Fanizza apparsa il 3 ottobre 2015 sul sito web letterario "www.nazioneindiana.com"].

 

Il libro dell’autore molese, all’esordio nel campo della narrativa, presentato al Culture Club Café

LE “CITTA’ BUIE” DI WALDEMARO MORGESE

La presentazione di “Città buie” si è svolta al Culture Club Café di Mola alla presenza dell’autore Waldemaro Morgese, con l’attrice Paola Martelli, Vitangelo Magnifico, Franco Catalano, Margherita Sciddurlo, Laura Redavid.

Waldemaro Morgese, un passato di dirigente e fondatore della Teca del Mediterraneo, nonché di docente universitario, ha già pubblicato numerosi pregevoli testi fra cui “La sottile linea verde”, la trilogia sull’amore per la cultura, per la politica e per l’economia, ed ultimo “Multitask”, una autobiografia. Ma quest’anno è al suo debutto nel campo della narrativa, con tre racconti riuniti sotto il titolo di “città buie”, pubblicati da Il Grillo, in una veste editoriale assai curata. La distribuzione è seguita da Domenico Sparno del Culture Club Café di Mola. Morgese – un giano bifronte, lettore/scrittore, credo, dal giorno che ha imparato a leggere e scrivere – ha immaginato tre personaggi, una donna e due uomini, che, diversissimi fra loro, sono accomunati dall’amore per la lettura ed altrettanto forte repulsione per il degrado delle città in cui si trovano, o si sono trovati, a vivere. Di qui il buio del titolo. La “storia di una bibliotecaria di provincia” racconta di Nora, che ha come dimora abituale e di elezione non una casa di bambola, ma appunto, una biblioteca.

Moby di “Ai confini del mondo” sin da ragazzo è ben determinato a eludere il destino che prevede nella sua cittadina di provincia e a seminare gli amici cui deve il soprannome ispirato al cantante USA. Ci riesce, sulla scia dei romanzi di Verne che tanto gli erano stati cari nell’infanzia: fin troppo dovremmo dire da moralisti, visto le esperienze in campo erotico ed altro ai limiti del lecito.

“Achille nell’ordinaria follia” appare rispetto agli altri due personaggi il meno folle quanto ad utopia. Lui “mite e saggio” (studi brillanti e carriera in Marina) trova negli amati libri e nei viaggi la forza e il coraggio di sperare in un avvenire meno oscuro per i luoghi di origine. Mara ibseniana, Moby melvilliano e l’omerico Achille: nomen omen?

Curiosamente, le tre storie si concludono tronche, senza sfumare. Ma un epilogo, quasi una grande parentesi graffa, comprende l’interrogativo sul futuro dei tre protagonisti, lasciando la speranza in uno spiraglio di luce che possa proteggere loro e rischiarare le rispettive città buie.

[recensione di Giuliana Kreis apparsa su “Fax settimanale”, Mola di Bari, del 23 maggio 2015, pag. 20].

 

CITTÀ BUIE

Quelle di Waldemaro Morgese qui raccolte sono storie capaci di raccontare un mondo concretissimo, moderno, restituendocelo, però, velato da un profondo senso di liricità e, a tratti, di nostalgiche mancanze. Conoscendo il percorso umano e professionale dell’autore, non sorprende che il primo racconto compreso in questo volumetto sia la Storia di una bibliotecaria di provincia. Nora, la protagonista di questo racconto, è una donna dalle ‘citazioni dotte’, che parla a tutte le persone che vanno a prendere libri in biblioteca, rivolgendosi a esse, ogni volta, quasi estraniandosi in un flusso di coscienza. Ella si lascia andare alla narrazione della sua vita come in un romanzo di formazione o piuttosto romanzo psicologico, di cui l’autore racconta in terza persona facendo però spesso uso dell’indiretto libero o inserendo pezzi in linguaggio diretto. Nora è una donna scossa da diversi eventi che mostrano la durezza di vivere in una città del sud dove regna la criminalità. Morgese mette in scena una bipolarità tra città e campagna, che riemergerà in tutto il libro. La città dove Nora è nata è percorsa dal malaffare, invece il luogo dove lavora, un paese a venti chilometri a sud da essa, possiede una parte collinare idilliaca. Il protagonista del secondo racconto, Ai confini del mondo, è Moby, chiamato così perché grande fan del cantante americano. Si tratta della storia di un ragazzo che ha vissuto una giovinezza di stenti e che a scuola si arrangia come può. La madre, di una «bellezza procace subito sfiorita», lo aveva dato alla luce quando il padre era già fuggito. Moby sogna di andar via, così lavora il fine settimana e durante le vacanze per racimolare i soldi che gli servono per partire. Egli è felice, ma ha paura dell’ignoto a cui sa di andare incontro. Anche in questo racconto si ripropone un’alternanza di immagini: da un lato il quartiere problematico dove Moby vive e dall’altro l’idillio mitico della campagna, del paesaggio immacolato dei pescatori. Il racconto si articola attorno al viaggio che Moby compie: egli infatti attraversa la Foresta Nera, poi la Russia e lo stretto di Bering per stabilirsi in Alaska, in una città moderna. In questo luogo, rapito dal sesso e dalla vita convulsa, spende tutti i soldi che guadagna, ma lo riporta alla realtà la telefonata che un giorno riceve dalla madre, la quale gli comunica che suo padre vuole conoscerlo: il senso delle radici, oltre che la curiosità, lo portano a scegliere di tornare indietro. Prevalgono, in definitiva, la consapevolezza delle origini e il richiamo identitario. In Achille nell’ordinaria follia, troviamo il protagonista che, assieme alla donna con cui condivide la passione per la musica e il ballo, Mara, vive in un mal messo quartiere di periferia. Achille lascia il lavoro da apprendista falegname ed entra come cadetto in accademia, intraprendendo un viaggio di mesi che lo porta lontano dalla città dove è nato e da Mara, che lascia. Achille è un uomo molto curioso, amante degli astri e dell’universo. Per l’autore è chiaro come la scelta di praticare il bene comune, che è una scelta di vita, può rischiarare la città o anche la campagna, che oggi non è più troppo distinta dalla visione urbana. Quello che presentiamo è un libro di viaggi, sia fisici che introspettivi, che porta i protagonisti a sondare le periferie del proprio mondo: «Le periferie, infatti, non sono soltanto un luogo ‘geometrico’ (i quartieri più lontani e segregati), ma una realtà più complessa, qualitativamente e concettualmente: può essere periferia anche una città tutta intera se i suoi standard sono pessimi» (p. 61). La narrazione è disseminata di notizie di attualità e notizie storiche, le citazioni letterarie sono molto presenti ed efficaci. Stupisce, inoltre, la capacità con cui Morgese fa emergere, nella mente dei lettori pugliesi, i nomi dei luoghi che descrive attraverso precisi riferimenti, senza però mai nominarli direttamente.

 [recensione di Antonio Giampietro apparsa su "incroci" n. 33 del gennaio-giugno 2016, pagg. 135-136].

 

Un romanzo di Waldemaro Morgese

ECCO COME SOPRAVVIVERE ALLE NOSTRE «CITTÀ BUIE»

Le città buie di Waldemaro Morgese (Il Grillo editore) ci offre uno spaccato della condizione degradata delle città del Sud.

Il libro si articola in tre storie, ognuna delle quali racconta il riscatto sociale dei rispettivi protagonisti: un’anziana bibliotecaria, un viaggiatore senza meta e un ufficiale della Marina.

Chi attraverso il viaggio, chi attraverso la mente, ognuno di loro si mette in salvo dall’ignoranza e dalla miseria che li circonda; alla fine però l’istintiva forza delle radici prende il sopravvento.

Nora dispensa lezioni gratuite e non richieste ad ogni avventore della sua biblioteca. Probabilmente per deformazione professionale, ha il vizio di catalogare qualsiasi cosa, compresi i suoi pretendenti, in modo che ogni sua scelta sia accuratamente ponderata.

Nora si arricchisce di cultura e teatro, ma soprattutto si rifugia tra le colline della campagna, che la ispirano in ogni gesto della sua vita. Ma la malavita arriva pure lì.

Poi c’è Moby che appena gli è possibile volta pagina; zaino in spalla e via: l’importante è che sia una meta lontana dalla sua realtà.

Con una storia difficile alle spalle vissuta in un contesto grigio, si guadagna con il sudore della fronte, una via di fuga e una vita più semplice. Ma veramente si può sfuggire ai problemi semplicemente cambiando superficie geografica?

Infine è la volta di Achille che lascia l’ordinarietà di un modesto impiego e di un amore sbiadito per diventare un lupo di mare.

Lui stesso è orgoglioso del salto di qualità che riesce a fare: da giovane abitante costretto a convivere con l’insofferenza urbanistica del suo quartiere, a uomo culturalmente vivace sempre in giro per il mondo.

Così Morgese dà voce a tre personaggi che non riescono a rimanere indifferenti di fronte a una realtà che li riguarda in prima persona e che dovrebbe interessare un po’ tutti.

Prodigatosi assiduamente in favore della sua città, Mola di Bari, e in generale della sua regione, il saggista pugliese traspone nero su bianco il declino della città moderna, a cui probabilmente ha più volte assistito in prima persona.

D’altronde è inutile parlare e scrivere di una farfalla, se non ne hai mai vista una: citando Rosa Balandi, ti può venir fuori una cosa graziosa e piacevole, una poesiola o un raccontino, ma non vera.

Il libro vuole essere una sorta di incoraggiamento ad assumere un atteggiamento positivo, almeno per guardare nella direzione del cambiamento. Anche se le città forse sono troppo buie, e come dice Morgese «non possiamo fare altro che sperare».

[recensione di Carlotta Panaro apparsa su Corriere del Mezzogiorno” di sabato 18 luglio 2015, pag. 11].

 

{Il libro}. La sua prima prova nel campo della narrativa

“CITTÀ BUIE” DI WALDEMARO MORGESE

Di Waldemaro Morgese, saggista, editorialista, studioso di economia aziendale, costruttore di attività noprofit, è uscito in questi giorni il suo ultimo libro, Città buie (Il Grillo editore, 72 pagine, 10 euro), che è la sua prima prova nel campo della narrativa – in cui però, precisa, lui non inventa nulla, registra semplicemente fatti e personaggi presi dalla cronaca reale. Nel testo infatti racconta tre storie che descrivono la problematica condizione umana nei moderni contesti urbani. Tre storie di vita, da quella dell’appassionata bibliotecaria e operatrice musicale, Nora, segnata da un amore sfortunato ma ugualmente vitale e propositiva nel suo cammino esistenziale, a quella del trasgressivo viaggiatore Moby col sogno di lasciare il triste luogo in cui era nato per raggiungere i confini del mondo, per esempio l’Australia (in realtà l’Alaska, n.d.r.), infine a quella di Achille, ufficiale di Marina, con l’inclinazione per la lettura, il sapere, la musica e il ballo. Sono esempi di giovani volenterosi accomunati dalla fiducia nella possibilità – soprattutto attraverso la cultura – di migliorare la collettività in città rese buie dall’ignoranza e dall’ignavia dei singoli cittadini. Perché la città non è soltanto fisicità, ma anche umanità presente con i suoi valori, umori, capacità di vivere i luoghi in simbiosi e plasmarli secondo criteri di Armoniosa convivenza. Una città in cui siano ben evidenti i segni inalienabili della civiltà del vivere, non i quartieracci bui e abbandonati a se stessi, come quelli dove Morgese colloca la narrazione dei suoi tre personaggi. I quali, giustamente, preferirebbero abitare in una città garbata, pulita, con i cittadini che depositano correttamente negli speciali contenitori le diverse spazzature, con strade ben asfaltate e addobbate di verde, con musei e biblioteche frequentabili anche di sera. Una città governata da amministratori competenti e responsabili, in cui la politica debba operare solo come controllo e non come spartizione di poltrone, con gli addetti agli uffici di ogni tipo educati e disponibili con gli utenti, con i mezzi di trasporto pubblico puntuali ed efficienti, e, auspicabilmente, priva di microcriminalità. “L’insofferenza urbana, sottolinea Morgese a questo proposito, è stata innumerevoli volte studiata dai sociologhi. Le periferie non sono soltanto un luogo ‘geometrico’ (i quartieri più lontani e segreti), ma una realtà più complessa, qualitativamente e concettualmente: può essere periferia anche una città tutta intera se i suoi standard sono pessimi”. E cita “ragazzi di vita”! insieme al successivo “Una vita violenta”, due famosi libri di Pier Paolo Pasolini, in cui il poeta-scrittore parla appunto di periferie urbane cresciute in modo disordinato, sporche, precarie, pericolose, dove vive gente votata alla morte, o destinata ad essere assorbita nel vortice altrettanto immondo della città “pulita”.

La speranza dell’autore – si legge nell’epilogo del libro – è che, come i protagonisti del racconto vorrebbero apportare con il loro generoso entusiasmo un cambiamento luminoso nelle loro città buie, così l’amore per la cultura e la passione civile da parte di chi ci governa dovrebbe rischiarare le nostre città in funzione del benessere comune.

[Recensione di Mary Sellani apparsa su “Quotidiano di Bari” del 15 maggio 2015, pag. 9].

L’approdo di Waldemaro Morgese alla narrativa

CITTÀ BUIE

Il prolifico e acuto saggista veste i nuovi panni del romanziere, in un’opera prima che rischiara le tante oscurità del contesto sociale con il riscatto individuale dei tre protagonisti.

Waldemaro Morgese ci ha abituato ai suoi snelli ma densi saggi nei campi dell’economia, della cultura, della politica. Forse non occorre ribadirlo, ma giova: nei tempi in cui, per dirla con Umberto Eco, anche gli imbecilli hanno diritto di parola attraverso i social network, Morgese porta la luce della ragione e dell’intelletto ad illuminare gli angoli bui di quelle città, piccole e grandi, dove spesso prevalgono la supponenza dell’ignoranza, l’attivismo festaiolo fine a se stesso, la maschera della falsa allegria.

Sono tre le storie che compongono “Città buie” (Il Grillo Editore): quella di Nora, la bibliotecaria; quella di Moby, il viaggiatore; quella di Achille, l’ufficiale di Marina.

Tre racconti che si saldano nel desiderio di riscatto, nella voglia di protagonismo consapevole, nella speranza di una vita migliore.

Consiglio questo libro in particolare ai più giovani: in esso troveranno non l’erudizione (sebbene non manchino le citazioni colte e coerenti con il testo), ma la possibilità di capire che il futuro si costruisce giorno dopo giorno con la forza della volontà e la passione per le proprie scelte.

Nora, Moby e Achille sono cresciuti in ambienti sociali e familiari svantaggiati, in “quartieracci” difficili e problematici. Potrebbero seguire l’onda del conformismo e dell’abitudine e, quindi, lasciarsi andare ad un destino ineluttabile di marginalità, di inedia sociale e culturale. Invece no: essi hanno dentro quel sacro fuoco che li induce a cercare la crescita individuale in un percorso anche difficile e tortuoso, ma alla fine appagante.

Nora, delusa in gioventù da una storia d’amore finita male, ha però in sé le risorse psicologiche per reagire al distacco e crearsi una ricca vita interiore. Si realizzerà in una lavoro da bibliotecaria in un comune a “venti chilometri a sud della sua città, in parte adagiato sulla costa, in parte arrampicato sul primo gradone di alcune basse colline, sino a raggiungere i centocinquanta metri di altezza”. Non è difficile scorgere la nostra Mola in questa descrizione: con un “lungomare progettato da un architetto straniero, con una sfilata di altissime palme e dove c’era perfino una libreria-caffè gestita da un ex-calciatore”.

Nora si scontra con la durezza di alcuni fatti di cronaca nera (l’assassinio di una giovane estetista, la protervia dei clan malavitosi provenienti dal capoluogo, il vandalismo infame) e trova rifugio nel declivio collinare, nella natura ancora in parte intatta – anche se sottoposta agli attacchi dell’agricoltura intensiva e di una vecchia cava trasformata in discarica abusiva -, e nell’amicizia con il maturo proprietario di una “casina” tutta bianca. E’ lì che, da cittadina consapevole, si dedica a prendersi cura di se stessa e dell’ambiente che la circonda assieme a persone che non si arrendono.

Moby, invece, vive la sua gioventù in uno dei quartieri più difficili della grande città capoluogo. E’ figlio di una ragazza madre e seduto alla panchina di una squallida piazzetta sogna di andare via. Lontano, in un lungo viaggio fino ai confini del mondo. Impara l’inglese, lavora quel tanto che basta a mettere da parte i soldi per l’avventura e parte: consapevole che soltanto attraverso il viaggio potrà mettersi alla prova, crescere, uscire dal ghetto (anche mentale) nel quale è costretto a vivere. Scrive Morgese: “C’è chi intraprende un viaggio per suggellare la necròsi della propria precedente esistenza, ‘tagliando i ponti’ senza mete né ricordi. Ma si può viaggiare per imparare o per allontanarsi dal presente, come Moby, o anche proiettati verso una speranza, come il fiume di profughi che tenta di sfuggire ad una sorte avversa e a una patria sterile”.

Moby osserva la realtà del suo quartiere e vi scorge i germi della dissoluzione. “Non voleva attendere che la sua città migliorasse, aveva fretta di andare lontano, senza una meta precisa, ma solo per marcare la distanza dai posti degradati in cui era cresciuto”. Ma è in cima al mondo, quando è arrivato e vissuto per un non breve periodo in Alaska, che una sorpresa lo attende e lo richiama, dal suo passato e dal suo sangue, a tornare indietro, con la consapevolezza di “poter partire e ripartire tante altre volte recandosi ovunque”. Il viaggio ha fatto di Moby un uomo.

Achille è “un giovane buono e molto comprensivo, uno studente volenteroso e un ragazzo romantico”. L’amore con Mara, con la quale condivide la passione per il ballo, ad un certo punto finisce e così Achille decide di darsi un futuro nella Marina Militare, coniugandolo ad una solida formazione culturale. “Aveva compreso che le mostrine, ossia l’autorità, per meritare la considerazione altrui devono basarsi sul valore e sulla competenza; gli ignoranti al massimo possono avvalersi del potere, che è poca cosa”.

Ora Achille – grazie alle sue buone letture e ai suoi studi approfonditi -, è in grado di capire le dinamiche sociali, e questo gli procura dispiacere e stordimento di fronte “all’ordinaria follia” nella quale vede avvolto e avvinto il “quartieraccio” della città nella quale è cresciuto.

“Lì la situazione restava drammatica, contrassegnata dalle diseguaglianze e ingiustizie, per cui gli abitanti continuavano ad imbruttirsi nella lotta per la sopravvivenza”.

Allo stesso tempo, Achille è contrariato dal clima da “panem et circenses” che domina nei centri grandi e piccoli dell’intera regione, con sagre e kermesse di ogni tipo in “un’orgia pantagruelica di gente che ambiva a suonare, mangiare, cantare, leggere, scrivere e parlare bene”. Achille si chiede: “ma le feste sebbene esprimano un bisogno ancestrale di condivisione e abbandono sono proprio necessarie? Si tratta sempre di manifestazioni effimere, ma non sarebbe più intelligente mettere su musei, archivi, biblioteche, teatri?”.

In ogni caso, per Achille “il rinnovamento non può venire dall’alto, come dimostrava il fatto che con l’unificazione il Meridione non si era affatto riscattato, ma solo dall’azione coraggiosa di chi vive in mezzo al popolo, lo conosce bene e sa coinvolgere i giovani”.

Achille, a dispetto del degrado e della povertà umana che contraddistingue la sua zona di nascita, pensa a quel parroco di un quartiere difficile di Napoli: “costui, costruendo con ragazzi spesso disadattati e colpiti dall’abbandono scolastico una vita comunitaria fatta di sensibilità per la cultura, l’arte, il teatro, la musica, aveva riqualificato il quartiere”.

Le tre storie ci insegnano che c’è sempre una possibilità, che la vita è un caleidoscopio immenso, anche se fuggevole. E, in ogni caso, che la forza di volontà può servire a forgiare le nostre vite (se il destino ci è benevolo e ci dà una mano), ma non sempre può condizionare i contesti sociali dai quali si proviene o nei quali si vive.

Le dinamiche delle società sono sovente troppo complesse perché una realtà possa mutare anche con un forte impegno personale: è necessaria un’azione corale e coraggiosa e, soprattutto, è determinante l’esempio che promana da figure autorevoli e carismatiche.

Eppure, il messaggio di Waldemaro Morgese è chiaro: “non possiamo, quindi, fare altro che sperare, fortissimamente sperare, ma anche spenderci per aggiungere un po’ di luce”.

[recensione di Andrea G. Laterza apparsa su “Città Nostra” del luglio-agosto 2015, pagg. 21-22].

 

CITTÀ BUIE, IL NUOVO ROMANZO DI WALDEMARO MORGESE

Oggi il mio cammino di ricerca nella letteratura pugliese tocca nuove sponde. Il mio approdo si chiama “Città buie” (il Grillo editore). Padre dell’opera che andrò a leggervi è Waldemaro Morgese, molese di nascita, già direttore della “Teca del Mediterraneo”, presidente dell’AIB Puglia.

Come l’autore ha accennato durante la presentazione dell’opera nel giugno scorso, la narrativa contemporanea è bipartita: da un lato il filone fantastico cerca di evadere dalla realtà per raccontarne una nuova, dall’altro il filone realistico che narra la realtà e cerca di fornire strumenti per modificarla. Waldemaro Morgese racconta la contemporaneità attraverso i suoi personaggi realmente “viventi” nel contesto urbano.

“Città buie” rientra nel più generale “ritorno alla realtà” nella letteratura attivo nella nostra epoca, quella che Romano Luperini ha definito “ipermoderna” o “neomoderna”. Nel romanzo di Morgese infatti l’attenzione è tutta volta verso il referente, la realtà esternaurbana vista e vissuta attraverso la prospettiva dei tre personaggi protagonisti. Lo stesso autore ha dichiarato di aver tratto ispirazione da fatti veri di cronaca appresi dalla lettura quotidiana dei giornali. Si deduce da questo e dalla lettura dell’opera, quanto la datità cruda del reale e la sua rappresentazione sia il perno della fatica letteraria di Waldemaro Morgese.

Ho fatto riferimento alle parole dell’autore a proposito della volontà di incidere sul collettivo contesto esterno (in questo caso attraverso la parola letteraria) perché di questa si fanno portatori i protagonisti di “Città buie”. Il romanzo è infatti tripartito: tre protagonisti, tre conseguenti storie, tre modi di vivere e tre approcci/reazioni alla realtà in cui vivono. Il trait d’union è rappresentato dalla cruda urbanità dilagante in tutti i suoi aspetti e concretizzazioni.

Andiamo nel dettaglio. La protagonista della prima tranche del romanzo è Nora, “bibliotecaria di provincia”. Nata in un “quartieraccio” (attenzione, questa parola torna formularmente ad accomunare i tre personaggi), Nora si laurea in Lettere e fa la bibliotecaria in un paese a metà fra il mare e la collina. Ciò che la caratterizza è, a mio parere, un atteggiamento di resistenza attiva e gentile. Già dalle prime pagine la si trova impegnata a “spiegare quanto importante fosse la cultura, soprattutto ai giovani che frequentavano la “sua” biblioteca […] negli anni successivi però quei ragazzi avrebbero fatto tesoro delle sue riflessioni. Nora ne era certa”.

Non solo. Morgese in flashback racconta la storia della non più giovane bibliotecaria, mettendo in evidenza come dai suoi primordi nel mondo abbia opposto alla crudezza del quartieraccio di nascita una gentile quanto ferma opposizione raziocinante. Nora prende ad analizzare il suo ambiente di nascita, le realtà umane che la circondano direttamente, la logica le impone di superare i mali personali con un procedimento graduale perché “altrimenti si resta sospesi in un limbo”.

Questo modus vivendi si proietta sul contesto esterno in sfacelo e dunque Nora reagisce, non attraverso la negazione e la fuga ma forte della spendibilità concreta della sua formazione. La “bibliotecaria di provincia” fa del suo bagaglio culturale medium per modificare positivamente la sua realtà. Non c’è in Nora l’alterigia dell’accademico, ma la volontà forte della cultura di migliorare il microcosmo che le appartiene. Di qui i suoi interessi proiettati verso il folclore, la geografia e l’architettura mediterranea, gli esempi umani positivi visti come sprone e protezione del suo “impegno […] come operatrice culturale e cittadina consapevole”.

Il secondo personaggio che si incontra è Moby, antinomico rispetto a Nora. Lei è apertura positiva e proficua, lui è chiuso e poco incline alla comunicazione. Entrambi con il quartieraccio alle spalle, l’una sicura della spendibilità della propria cultura letteraria acquisita con passione, l’altro studente distratto attratto dalle discipline tecniche. Nora è radicata nel suo territorio ferma sull’obiettivo della sua rivoluzione gentile, Moby è pronto a tagliare le proprie radici non appena ne ha la possibilità. La letteratura fornisce a Nora gli strumenti per agire in loco e, al contrario, è per Moby primo contatto con il concetto di viaggio.

Da bambino compie il suo primo percorso verso l’ignoto per e con la letteratura, precisamente grazie a Jules Verne. Diversamente da Nora, cittadina positivamente attiva, Moby “non voleva attendere che la sua città migliorasse, aveva fretta di andare lontano […] solo per marcare la distanza dai posti degradati in cui era cresciuto”. L’opposizione al mondo “buio” del ragazzo del quartieraccio non è quella della matura bibliotecaria. Moby sale letteralmente sulla cima del mondo ma la sua ascesa è in realtà una catabasi nei reconditi risvolti di sé. Nessuna resistenza attiva e sorretta dalla logica. Moby è puro impulso fisico portato agli estremi sino alla rottura, il richiamo delle radici e la conseguente intenzione di “ritrovare il pieno controllo di se stesso”.

La dialettica stanzialità/mobilità si risolve nel terzo personaggio del romanzo di Morgese, Achille. Ben lontano da quello omerico, Achille è solido, assolutamente non condizionato da moti sentimentali, fatto salvo il suo amore di gioventù che comunque accantona con tranquilla rassegnazione. Quest’ultimo personaggio ha in sé peculiarità dei primi due, declinate in modo originale. Achille ha la medesima tensione di Nora verso la cultura e lo studium inteso non solo come applicazione agli studi ma come impegno costante. Anche lui viaggia, abbandona il quartieraccio di nascita come Moby e mostra una grande passione per le materie tecniche e il ragionamento logico quantitativo.

Quella di Achille però non è una resistenza positiva e gentile all’oscurità della città ma un tentativo riuscito per grande volontà di opporsi al suo proprio buio ed emergere di conseguenza da quello della città, da lui analizzata come generale realtà in degrado in cui cercare di non fare più ritorno. Non c’è in Achille lo slancio fisico della gioventù verso il nuovo né la volontà di bonificare il terreno putrescente delle proprie radici. Achille è l’ego solo che da solo cerca di lasciare le sponde oscure della sua origine per non farvi mai più ritorno.

Il romanzo di Morgese non “finisce”. Il buio della città non è vinto e non vince. Nora, Moby e Achille vivono a libro chiuso, schegge emblematiche dell’umanità che vive l’oscurità della realtà.

Waldemaro Morgese non spinge il lettore a immaginare una conclusione per loro ma invita a sperare e a spendersi come loro, in modi molteplici, per dar luce al buio.

[recensione di Teresa Gallone apparsa l’8 luglio 2016 su www.rutiglianoonline.it]

 

 

 

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MULTITASK: recensioni a stampa

MULTITASK: recensioni a stampa - Casina Morgese

Si riportano, di seguito, le recensioni di: Mary Sellani (Quotidiano di Bari), Dionisio Ciccarese, Vitangelo Magnifico, Mary Sellani (ContrAppunti), Luigi Lupo.

{Libro} Lo svolgimento cinquantennale del percorso intellettuale di Waldemaro Morgese

“MULTITASK – UNA VITA COMPLICATA FRA LIBERALISMO E LABURISMO”

Non è facile incasellare in un ruolo ben definito Waldemaro Morgese tante sono le professionalità maturate nel suo lungo iter lavorativo, in cui, insieme ai cambiamenti della propria vita, ha cambiato anche esperienze e competenze: dalla grande utopia del teatro alla passione politica, dallo studio dei fondamenti dell’economia aziendale, alla difficile prova di “civil servant”, dall’amore per la cultura alla costruzione di biblioteche e di ecomusei, fino all’esperienza di editorialista e saggista. E’ per questo che, raccogliendo ora in una biografia lo svolgimento cinquantennale del suo percorso intellettuale, l’ha intitolata “Multitask – una vita complicata fra liberalismo e laburismo” (Edizioni dal Sud, 122 pagine, 12 euro).

Un’autobiografia scritta con il legittimo desiderio di lasciare una testimonianza soprattutto alla generazione a lui coeva, quella degli anni Sessanta caratterizzati da grandi trasformazioni della società, ed in cui fiorirono tra i giovani nati subito dopo la seconda guerra mondiale ideali di uguaglianza, progresso e libertà. Inoltre Morgese ha contribuito alla riflessione più moderna della questione meridionale con una sua proposta pedagogica nella formazione di una nuova classe dirigente e di conciliazione tra merito individuale e riformismo in senso solidaristico.

Di solito le biografie narrano le gesta di grandi personaggi che magari coincidono con eventi capaci di mutare il destino di un popolo, ma la storia è fatta anche di microstorie che pur non avendo nulla di epico assumono un fine esemplare, didattico, quando, per esempio, ci portano a conoscenza di uomini e donne comuni che però con i loro talenti, le loro virtù, le loro nobili passioni, lasciano comunque un segno nella collettività in cui sono vissuti.

La virtù più encomiabile nella storia di Waldemaro Morgese è senza dubbio il suo impegno civile, una virtù coltivata oltretutto da grande erudizione la quale gli ha permesso di intraprendere con successo percorsi innovativi in campi diversi. Una multiforme attività di cui ha dato buona prova anche perché rafforzata dall’imperativo morale di sostenere con coraggio le proprie ragioni e la propria indipendenza di giudizio. Scelte guidate dunque da alcune “stelle polari” che hanno indirizzato il suo cammino fino ad oggi. Sul piano delle idee infatti egli si riconosce nella formula “Lib-Lab” (Liberale-Laburista), per cui, ad un certo punto, abbandona la militanza nel Pci (innamoramento giovanile di un’utopia) per abbracciare i valori del liberalismo, filosofia politica che si fonda soprattutto sul rispetto dell’individuo, della sua dignità, senza però scindere questi valori dal concetto di solidarietà. Una solidarietà da non intendersi però come assistenzialismo integrale, come rivendicazione di diritti senza doveri. Perciò, fra le sue stelle polari, vi sono anche i valori dell’efficienza, della lotta ad ogni forma di spreco, dell’uso produttiva delle risorse “date”.

Un merito speciale che qui ci piace ricordare è il suo lavoro di Direzione della Biblioteca del Consiglio Regionale Pugliese, dove l’impegno di “costruttore noprofit” ha favorito in prima persona, senza intermediari, la diffusione di una cultura al servizio della promozione di nuove élites “illuminate” – di diversa estrazione ed interessi – in grado di misurarsi con i temi della competitività nel pubblico, della qualità della ricerca e della “degerarchizzazione organizzativa”. “La Teca del Mediterraneo – afferma Ennio Corvaglia nel prologo del libro – è venuta perciò esaltando una funzione dell’identità culturale lontana dal riduzionismo di tanta sociologia ed aperta alle inevitabili differenze, così connaturate ad una regione come la Puglia, crocevia storico di popoli e nazioni”. Infine, nell’epilogo, Nicola Saponaro afferma che il saggio di Morgese è scritto da “un intellettuale più scomodo che organico, da un filosofo delle scienze economiche, e il suo libro mi sembra quasi un manuale degli errori da non ripetere”.

[recensione di Mary Sellani apparsa su “Quotidiano di Bari” di mercoledì 26 novembre 2014, p. 9].

 

 Libri. Autobiografia «Lib-Lab» dell’ex direttore della Biblioteca Regionale

UNA VITA «MULTITASK» DAL TEATRO ALLA POLITICA

W. Morgese nel giardino dell’impegno

Multitask, che poi sarebbe di qualcosa o di qualcuno pronto a intervenire e contaminarsi con diversi sistemi di vita, di pensiero, con diverse forme di linguaggio. Qualcosa o qualcuno capace in definitiva di prodursi sul palcoscenico di svariati «teatri» esistenziali, di recitare più ruoli «in commedia», nella commedia della vita evidentemente, delle professioni eventualmente. Preso il termine dal mondo dell’informatica, Multitask è il titolo che Waldemaro Morgese ha voluto dare a questo suo libriccino (Edizioni dal Sud, pp. 120, euro 12,00), il cui sottotitolo Una vita complicata fra liberalismo e laburismo dà conto subito di una valenza testimoniale che punta ad andare oltre la semplice dimensione autobiografica.

Cos’è poi in fondo un’autobiografia? Un apostrofo rosa fra le parole m’amo? Si spera di no. Certo non lo è nel caso di Morgese, la cui scorribanda a ritroso dagli anni ’60 a questo primo scorcio dei 2000, con una fin troppo secca e lucida razionalità accompagna la vicenda più intellettuale che esistenziale di un «uomo qualunque» del Sud, lungo un percorso speso fra impegno politico, operosità professionale, visionaria utopia lib-lab.

Il testo di Morgese, preceduto da un prologo denso e succoso di umori sociologici di Ennio Corvaglia, seguito da un epilogo più corrivo e amicale di Nicola Saponaro, dà conto dei «loschi» precedenti teatrali del Nostro, quando a metà degli anni ’60 scriveva di teatro, fiancheggiando le avventure del CUT/Bari, su riviste di settore quali «La Rassegna pugliese» prima, i «Quaderni del Cut/Bari» poi. Da Mejerchol’d a Majakovskij a Brecht, furono le prime avvisaglie di quella passione per l’impegno e la riflessione sulle «umane cose a noi d’intorno» che poi lo doveva portare a «fare politica» nel Pci, nello stesso tempo a occuparsi di faccende di economia, bilancio e programmazione quale civil servant negli uffici della Regione Puglia. Fino al cimento forse più importante, e più produttivo sul piano operativo, quale direttore e propulsore della Biblioteca del Consiglio regionale, quella Teca del Mediterraneo che proprio Morgese doveva portare a risultati rimarchevoli.

Seguendo, come dire, l’indicazione che Voltaire suggerisce al suo Candido al termine di tante peripezie – vale a dire «coltiva il tuo giardino» -, anche Morgese, al termine della sua peripezia a ritroso, stabilisce una sua biblioteca rurale in campagna, dalle parti della nativa Mola di Bari. Ciò sulle orme anche di Cicerone: si hortum cum bibliotheca habes, nihil deherit (se hai un giardino con una biblioteca non ti manca niente). Insomma un «uomo qualunque», ma Multitask.

[recensione di Pasquale Bellini apparsa su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di giovedì 18 dicembre 2014, p. 35].

 

Nell’ultimo libro di Waldemaro Morgese la sua storia di intellettuale e servitore dello stato

UNA VITA COMPLICATA E MULTITASK

Una vita complicata fra liberalismo e laburismo: l’autore avverte il Lettore sin dal sottotitolo di copertina del libro. Un libro il cui titolo rivela solo in parte la densità, la profondità e l’ampiezza del contenuto interamente autobiografico, ma per nulla autocelebrativo: Multitask. Nessun generico riferimento a fatti e situazioni, perché nel percorso di studio, di viaggio e di vita, ogni “fermata” è scandita da documenti, testimonianze, oltre che da ricordi. Un percorso avido di conoscenza, costellato di risultati, ma per nulla privo di contrasti.

Chi conosce l’autore, Waldemaro Morgese, troverà molte conferme su una personalità moderata, ferma ed equilibrata. E al tempo stesso vulcanica. Chi non lo conosce scoprirà la differenza tra la difficoltà di “fare le cose” e la semplicità di “rappresentarle” facendo credere che esistano davvero.

In questo senso Morgese è un po’ fuori dal mondo di oggi: racconta le cose solo dopo averle fatte. La memoria e lo studio del passato sono stati potenti generatori dei concreti progetti dei suoi “presenti”, con entrambi gli occhi puntati verso prospettive in cui le sue realizzazioni avrebbero incontrato le future generazioni.

Una ricerca inesauribile costellata di tanti “amori” (giusto per riprendere una trilogia editoriale recentemente curata dall’autore: politica, economia e cultura) che in questo Multitask (122 pagine, Edizioni dal Sud, 12 euro) ha le sembianze di una vita ricca di interessi persino apparentemente contrastanti, ma in realtà armonicamente miscelate da un impegno che desta ammirazione. L’amore infinito sbocciato fin da giovanissimo per il teatro e le sue utopie, la passione e la spinta verso una politica non solo vicina, ma autenticamente “utile” alla crescita economica e culturale della società, l’impegno civile da servitore dello Stato con una produzione programmatica e organizzativa di cui oggi si è persa traccia, lo studio e l’insegnamento dell’economia aziendale con un orientamento capace di incidere sulle dinamiche economiche del nostro territorio, l’esperienza di editorialista che ha richiamato in età matura le esperienze giornalistiche giovanili sperimentate nel mondo della cultura.

Negli alti e bassi che costellano la vita di tutti, Morgese tiene la barra dritta orientandosi con i punti cardinali dell’impegno civile e dello studio che ne hanno costruito una personalità eclettica, composita, multiforme. Le sue competenze partite dalla passione per il teatro sono applicate al complesso mondo dell’agricoltura in cui la tradizione ha per troppo tempo contrastato con l’innovazione relegando la Puglia a ruoli marginali e a economie residuali. C’è una militanza politica che segna gli anni giovanili di Morgese. L’esito di un impegno da sessantottino lo porta nel Pci in cui, ancora una volta, ebbe il ruolo di innovatore. Tra i primi comprese la svolta berlingueriana e un viaggio a Mosca gli suscitò molte riflessioni sulle reali condizioni dell’Unione Sovietica e sulla vita reale di quella popolazione. Una militanza che ampliò il suo sistema di relazioni e lo portò a un impegno sul territorio partendo ovviamente dalla sua Mola. Non fu priva di contrasti (come non lo sono state altre sue attività) la sua esperienza politica per una ragione tanto semplice quanto…naturale. A guidarne l’attività in tutti i campi è sempre stato il suo “codice genetico” di intellettuale aperto alla conoscenza, all’ascolto e alla riflessione. Un corredo troppo distante da quello della politica con la p minuscola.

Il concetto di dogma è quanto di più distante esista nella sua visione del mondo e della vita. Pronto a mettersi in discussione e a mettere in discussione. La sua è la scelta scomoda di un intellettuale raffinato e onesto che lontano dai riflettori e dalla politica effimera ed evanescente ha lasciato il segno: dall’agricoltura alla Teca del Mediterraneo (alla cui direzione si deve, tra l’altro, il merito di un’apertura al territorio che non ha avuto precedenti in Italia). Una vita complicata, appunto. Ma intensa e densa. Con un’inesauribile amore per il proprio territorio e con l’idea che l’unico riscatto possibile di una comunità transiti attraverso l’affermazione della cultura. Con uomini di questa statura è doveroso sentirsi in debito.

[recensione di Dionisio Ciccarese apparsa su “EPolis Bari” di martedì 23 dicembre 2014, p. 20].

 

Riflessioni su una vita al servizio della società

“MULTITASK”, L’AUTOBIOGRAFIA DI WALDEMARO MORGESE

Multitask, una vita complicata fra liberalismo e laburismo (Edizioni dal Sud, Bari, 2014; pp. 122; Euro 12,00) è l’ultima opera di Waldemaro Morgese, presentata a Mola, il 20 novembre scorso, nella sala del Castello ad opera della Libreria Culture Club Cafè e della Casa Editrice, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale. Hanno dialogato con l’autore Stefano Gaudiuso e lo scrivente.

Sono tanti i motivi che spingono qualcuno a scrivere un’autobiografia. Penso che lo si faccia per se stessi, quando, ad una certa età, si sente l’esigenza di realizzare una sorta di inventario della vita e del lavoro svolto. La si può scrivere per riflettere sui risultati ottenuti, ma anche per far conoscere agli altri come è stata spesa un’intera esistenza. “Nessuno vive un’esistenza così banale da rendere inutile il tentativo di raccontarla”.

Riportando in premessa questo concetto dello scrittore Enrico Brizzi, Waldemaro Morgese è evidente che lo ha fatto per tutti questi motivi e ha dedicato il libro al nipotino, Marco Ottavio Waldemaro, nato il 27.12.2012, “Augurandogli una vita un po’ più semplice di quella di suo nonno, ma comunque ugualmente determinata nell’osare, creare, donare e soprattutto pensare con la propria testa”.

Multitask non è la vita romanzata di Waldemaro. Inutile cercare nel testo dati bibliografici e vicende famigliari; ma, come recita in titolo, è la fedele – ed onesta – riproposizione dei tanti impegni politici, amministrativi e didattici svolti dall’autore a partire dalla fine degli anni sessanta quando, sessantottino universitario a Roma, aderiva alle frange più estremiste della sinistra del Paese ed addirittura pensava di passare alla clandestinità. Le buone letture di Pier Paolo Pasolini e di Giorgio Amendola lo dissuasero e lo indussero all’attività politica nel Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer. Da qui una interessante ed impegnatissima attività di militante politico, prima come segretario della Sezione del PCI di Mola (con l’aumento dei seggi del partito alle elezioni del 1975 e l’elezione della prima donna nel Consiglio Comunale molese) e poi come funzionario regionale responsabile della Commissione Agricoltura, di organizzatore della Biblioteca regionale e di realizzatore di Teca del Mediterraneo. L’esperienza acquisita durante l’espletamento dei tanti compiti ed incarichi assegnatigli (in inglese multitask, da cui il titolo del libro) lo porteranno a collaborare con valenti docenti con incarichi di insegnamento prevalentemente di economia nelle diverse sedi universitarie pugliesi.

Waldemaro non abbandonerà mai la sua grande passione per il teatro: si laurea a Roma con una tesi su tale argomento e inizia il suo racconto del secondo capitolo (Il teatro: la grande utopia) con la lotta condotta dagli universitari molesi per salvare il nostro abbandonato “Van Westerhout” da una probabile demolizione per farlo risorgere come prestigioso contenitore culturale.

Dalla lettura dei sei capitoli che compongono il libro si apprendono molte cose dell’attività svolta da Waldemaro che anche chi lo conosce bene ignora. Si scopre che ha influenzato e scritto proposte di leggi e regolamenti per la Regione; che ha dialogato con esponenti politici nazionali di primo piano come Emanuele Macaluso e Luciano Barca su temi di agricoltura. Intanto, si conquista la stima dei politici della parte avversa che gli offrono incarichi fiduciosi della sua onestà intellettuale pur sapendo che non è facilmente addomesticabile. Anzi, sanno, come scrive in epilogo Nicola Saponaro, che Waldemaro più che essere un intellettuale organico è un intellettuale scomodo. E tale lo sarà nel partito quando deluso del passaggio del PCI a PDS abbandonerà vecchi compagni per allontanarsi gradualmente dall’attività politica. Siccome non sa stare inoperoso, si farà promotore ed organizzatore nel Poggio di San Materno dell’Associazione delle Antiche Ville, dell’Ecomuseo e della Biblioteca Rurale della Casina Morgese. Quest’ultima è divenuta il suo buon ritiro, dove legge, riordina le sue carte e scrive libri. E riflette sui risultati ottenuti e arriva a scrivere: “…non è che la mia figura possa essere accostata a quella di Don Quijote de la Mancha... il “folle” cavaliere che mostra al lettore il problema di fondo dell’esistenza, cioè la delusione che l’uomo subisce difronte alla realtà…?”.

A questo punto lasciamo al lettore il piacere di conoscere meglio, se non scoprire, Waldemaro Morgese attraverso i sei capitoli del libro più il prologo di Ennio Corvaglia, docente di Storia contemporanea e del Risorgimento all’Università di Bari, e l’epilogo di Nicola Saponaro, drammaturgo e pubblicista, ai quali si aggiunge la bellissima copertina con il ritratto dell’autore realizzato da Giuliana Calvani, degna figlia del grande Bruno.

 [recensione di Vitangelo Magnifico apparsa su “Città Nostra” del dicembre 2014, pp. 24-25].

 

 STORIA E MICROSTORIE DI WALDEMARO MORGESE

«Multitask – una vita complicata fra liberalismo e laburismo» (Edizioni dal Sud, 122 pagine, 12 euro) è un memoriale di Waldemaro Morgese, in cui è condensato lo svolgimento cinquantennale del suo percorso intellettuale, una biografia scritta da lui medesimo non per vanagloria ma con l’intento di lasciare una testimonianza utile anche a nome di tutta una generazione, nel tempo della quale egli stesso si è formato: la generazione degli anni Sessanta che si confrontò con le trasformazioni della società uscita dalla seconda guerra mondiale, oscillante tra la spinta individualistica-consumistica, e quella riformistica di solidarietà sociale; tra la società dell’uguaglianza e quella della valorizzazione del merito individuale. E, da uomo del Sud, Morgese si è applicato nello stesso tempo alla riflessione sullo sviluppo del Mezzogiorno con la sua proposta pedagogica imperniata sul tentativo di conciliare quelle spinte contrapposte, tra socialismo e liberalismo, nella formazione di una nuova classe dirigente.

Morgese non è certo l’eroe di una grande storia, quella fatta di eventi capaci di cambiare il destino di un popolo, che giustifichi dunque la scrittura di un’autobiografia – come egli stesso con onestà tiene a precisare in apertura del primo capitolo. Ma la storia è fatta anche di microstorie che pur non avendo nulla di epico assumono una certa nobiltà, un fine esemplare, didattico, quando narrano le «gesta» di uomini o donne comuni che con le loro virtù lasciano pur sempre un segno nella collettività in cui sono vissuti. La virtù più ammirevole nella microstoria di Waldemaro Morgese è la sua passione civile, nutrita di grande erudizione: qualità che gli ha permesso di intraprendere con successo percorsi esistenziali in campi diversi, come la critica teatrale, l’impegno politico volontario nel partito comunista, il funzionariato pubblico non burocratico ma aperto alle teorie economico-amministrative più moderne, l’insegnamento universitario di economia aziendale, la costruzione di organizzazioni noprofit, il mestiere di bibliotecario, di operatore museale, di editorialista. Insomma una multiforme attività cui si addice bene l’immagine di individuo-multitask, in cui ha dato piena prova della difficile arte di «civil servant».

Un’attività poliedrica la sua, rafforzata inoltre dall’imperativo categorico (kantiano) di sostenere con coraggio le proprie ragioni e le proprie scelte di libertà. Scelte guidate da alcune «stelle polari» che hanno indirizzato il suo cammino fino ad oggi. Sul piano delle idee infatti egli si riconosce nella formula «Lib-Lab» (Liberale-Laburista), per cui a un certo punto abbandona la militanza nel Pci (innamoramento giovanile di un’utopia) per abbracciare i valori del liberalismo, filosofia politica che si fonda innanzitutto sul rispetto dell’individuo, della sua dignità, senza però scindere questi valori dal concetto di solidarietà. Una solidarietà da non intendersi come assistenzialismo integrale, come rivendicazione di diritti senza doveri. Pertanto, fra le sue stelle polari, vi sono anche i valori dell’efficienza, della lotta ad ogni forma di spreco, dell’uso produttivo delle risorse «date». Un merito speciale che qui ci piace ricordare è il suo lavoro di direzione della Biblioteca del Consiglio regionale pugliese, dove l’impegno di «costruttore noprofit» ha potuto in prima persona, senza intermediari, favorire la diffusione di una cultura al servizio della promozione di nuove élites «illuminate» - di diversa estrazione ed interessi –in grado di misurarsi con i temi della competitività nel pubblico, della qualità della ricerca e della «degerarchizzazione organizzativa». «La Teca del Mediterraneo – afferma Ennio Corvaglia nel Prologo del libro – è venuta perciò esaltando una funzione dell’identità culturale lontana dal riduzionismo di tanta sociologia ed aperta alle inevitabili differenze, così connaturate ad una regione come la Puglia, crocevia storico di popoli e nazioni». Infine, nell’Epilogo, Nicola Saponaro sostiene che il saggio di Morgese è scritto da «un intellettuale più scomodo che organico, da un filosofo delle scienze economiche, e il suo libro mi sembra quasi un manuale degli errori da non ripetere».

[recensione di Mary Sellani apparsa su “ContrAppunti” del gennaio 2015, p. 6].

 

 Biografia «raccontata da lui medesimo» fra arte e società

WALDEMARO MORGESE, UN INTELLETTUALE «MULTITASKING»

Una vita vissuta in maniera sempre attiva ed impegnata, misurandosi con tutti gli aspetti dell’universo culturale. Dal teatro alla politica passando per il ruolo di funzionario burocratico e la sperimentazione di contenitori online. Un’esperienza «multitasking» quella di Waldemaro Morgese che si racconta nel suo libro edito da Edizioni dal Sud. Multitask. Una vita complicata fra liberalismo e laburismo – titolo del volume – racchiude la sua variegata esperienza che lo ha visto coniugare teoria e pratica, riflessione ed impegno civile. Con un occhio particolare rivolto al Mezzogiorno. Su cui concentra il dibattito centrato sul dialogo tra la spinta individualistica, figlia della società dei consumi, e l’intervento pubblico per aspirare alla solidarietà sociale. E proprio nel sud d’Italia poteva essere vincente un tale modello di socialismo con la necessità di fuoriuscire dall’arretratezza e far crescere nuove élites.

Il racconto autobiografico di Waldemaro Morgese si coniuga con gli ideali di una generazione che ha vissuto l’impegno politico mediando tra il soggettivismo e l’aspirazione alla solidarietà sociale. Ma da quella lotta comune condivisa, come spiega nel prologo, Ennio Corvaglia, Morgese è emerso con tutta la sua dimensione soggettiva. Ha sentito così il bisogno di dedicarsi alla comunicazione politica, di fondere scienza e politica nel partito come nelle istituzioni. Il suo impegno, però, è sempre stato incentrato sul piano culturale.

Il ruolo di direttore della Biblioteca del consiglio regionale gli ha permesso di promuovere lo sviluppo di nuove elites «illuminanti». Mentre risale alla direzione della «Teca del Mediterraneo» il progetto I quotidiani della tua Puglia in classe. Diede, nel 1994, in qualità di responsabile dell’ufficio «Biblioteca e Documentazione» del Consiglio regionale, all’utilizzo dei fondi per la comunicazione istituzionale. Lui la interpretò in maniera differente dalla solita produzione di spot televisivi. Concentrò le risorse a disposizione – circa 1 milione – nella promozione di attività preordinate alla divulgazione dei principi e dei valori dello Statuto Regionale. Nacquero così strumenti che ancora oggi caratterizzano la comunicazione dell’ente regionale: il periodico «Puglia notizie», il sito web del Consiglio regionale, la diretta streaming delle sedute, l’Infopoint del consiglio.

Il libro traccia le tappe di questa mente sveglia e raffinata riportando anche numerose missive, elaborate da Morgese e rivolte a politici ed esponenti delle istituzioni. Tra queste, quella rivolta all’allora segretario del Pci, Massimo D’Alema, relativa all’elaborazione di leggi sui temi del decentramento, del rafforzamento dei poteri autonomistici, del recupero di efficienza e produttività degli apparati burocratici pubblici. Come docente del corso in «problematiche funzionali del bilancio regionale», propose, nel 1990, una personale visione del federalismo fiscale.

Negli ultimi anni, si è dedicato a produrre editoriali, con una chiave «concettosa e colta» per il settimanale Gazzetta dell’Economia, diretto da Dionisio Ciccarese. Impegnato anche nell’associazionismo no profit, nel 1997 diede vita, insieme ad altre dieci persone «di buona volontà», alla Onlus «Le Antiche Ville» che sosteneva la rifunzionalizzazione delle aree rurali secondo criteri di sostenibilità. Tra cui la sua «avita casina rurale» di fine Ottocento, il cui centenario fu celebrato con un convegno nel 1998.

[recensione di Luigi Lupo apparsa su “Corriere del Mezzogiorno” di martedì 3 marzo 2015, p. 11].

 

 

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ARGO SUGLIA: UN RICORDO

ARGO SUGLIA: UN RICORDO - Casina Morgese

 

di Waldemaro Morgese

 

E le cicale? E il vento?

Non ci sono più cicale

tra le pietre bianche della mia casa.

Se n’è andato il silenzio.[1]

 

  1. Pietro, il padre

Argo Suglia (Mola di Bari, 23 agosto 1921 - Roma, 16 febbraio 2018) crebbe in un ambiente familiare particolare, influenzato dal padre Pietro, non solo amabile ma anche forte personalità totalmente immersa nel mondo essoterico del cosiddetto “ermetismo terapeutico” fondato da Giuliano Kremmerz (1861-1930), al secolo Ciro Formisano, nativo di Portici.

Il maestro di Pietro fu iniziato a sua volta da Pasquale de Servis (Izar Bne Escur) che lo accolse nel Grande Oriente (ovvero Ordine) Egizio, una non meglio identificata organizzazione di rito massonico. Si noti che l’ermetismo egizio è di tradizione ultramillenaria: si diffuse in Magna Grecia attraverso la scuola pitagorica e nel napoletano[2].

Kremmerz nel 1896 fondò la “Fratellanza Terapeutico-Magica di Miriam” (scuola di medicina occulta a beneficio dei fratelli e sorelle affiliati, posti nella condizione di diventare terapeuti[3]), editò alcune riviste di dottrina, diffuse i principi della medicina ermetica e promosse alcune accademie operative a Napoli, Bari (qui risiedeva la figlia Gaetanina), Roma, Taranto, La Spezia. L’accademia di Bari era denominata Accademia di Pitagora, quella di Roma Accademia Vergiliana: tutte ebbero vita difficile per causa dell’ostilità del regime fascista.

Durante gli anni post-seconda guerra mondiale, caratterizzati da un vivace contrasto fra le varie anime della Fratellanza, che dura tuttora, Pietro (subito dopo la fine della seconda guerra) fu nominato preside dell’Accademia Vergiliana, in cui erano nel frattempo confluiti gli affiliati dell’Accademia di Pitagora, posta in sonno: nella capitale infatti si trasferisce dopo un periodo di servizio come geometra negli uffici napoletani delle Ferrovie dello Stato.[4]

  1. Una personalità poliedrica

In Argo si fondono, per tutta la durata della vita, molteplici impulsi creativi. Potremmo indicare in questa caratteristica la peculiarità profonda della sua personalità, il quid che ne ha fatto una persona in qualche modo dotata di carisma.

Conoscitore della dottrina ermetica, poeta, attore, scrittore di testi teatrali, insegnante di dizione e tecniche attoriali. Anche regista: ad esempio assistente per lo spettacolo Il soldato bombolone di Vincente Simon, un libero adattamento da Bertold Brecht.

Ha avuto anche una spiccata  inclinazione  identitaria perché legato alla sua città di nascita (Mola), ove ebbe modo di tornare su mia richiesta e iniziativa il 9 settembre 2000 per uno spettacolo da mattatore (pur avendo l’età di quasi ottant’anni) in cui dette prova di  brillante maestria dinanzi ad una folta platea presso la casina Morgese in contrada Brenca (Poggio delle Antiche Ville): Povero enjambement, una carrellata poetica nei secoli con Dante, Prévert, Leopardi, Lorca, Francesco d’Assisi, Saffo, Jacopone, Osborne, Montale, Lunetta (suo grande amico), Brecht, Suglia stesso. Come scritto da lui: “una smarrita antologia in ricerca del chiarore e dei silenzi degli oracoli antichi della voce”. [5]

  1. La bohéme

Ma torniamo indietro. Dopo una breve attività alle dipendenze della compagnia telefonica romana TE.TI, che si sciolse nel 1964, cominciò per Argo una vita in perfetta simbiosi con il variegato ambiente artistico romano, con al fianco l’amata consorte Maria Pesce (mia zia materna), figlia del musicista Ottone (mio nonno), uno dei sette figli di Angelo, il cui primogenito era Piero Delfino Pesce.[6]

Ricordo un episodio a questo proposito, quando ero studente universitario presso “La Sapienza” di Roma.  Mi invitò con Maria ad una scampagnata fuori porta, precisamente ad Anticoli Corrado, paese collinare di mille abitanti, che godeva di panorami magnifici e che per questi motivi era divenuto nel corso dei decenni una sorta di casa degli artisti, inizialmente pittori ma poi anche scultori, teatranti, scrittori, poeti. Le donne di Anticoli si erano ben presto adeguate divenendo modelle. Anticoli era anche set cinematografico, dato che vi erano stati girati famosi film. Lo scopo principale della gita ad Anticoli era quello di farmi conoscere il poeta spagnolo Rafael Alberti, loro amico, a quel tempo esule del franchismo. E infatti così accadde.

 Argo Suglia svolse per vari anni l’insegnamento di dizione e di tecniche attoriali prima presso la famosa scuola romana di Alessandro Fersen, poi presso altre strutture ed anche in privato sotto forma di lezioni ad personam: i suoi “alunni” sono stati una vera e propria schiera. Ne cito qui solo alcuni, non solo attori: Raffaella Carrà, Antonio Campobasso, Marina Sciarelli Genovese, Michele Soavi, Marco Modugno, Fulvia Midulla, John Clap, Pasquale Pesce, Teresa Pedroni, Beatrice Palme, Adriana Pecorelli, Bianca Grieco.

Ebbe la grande capacità e merito di mettere a punto un compiuto metodo di tecniche e creatività dell’attore, un vero e proprio manuale noto a molti attori. Da ultimo ho raccolto la testimonianza dell’attrice e regista Paola Martelli che, pur non avendo conosciuto di persona Argo, conosceva perfettamente l’esistenza del suo manuale, avendo frequentato la scuola Fersen successivamente.

Argo fondò sue compagnie: Officina del Commediante, Scuola-Officina, Officinarte. Svolse la sua attività anche presso il Teatro-studio di Spoleto, il Teatro-studio di Roma, la Scuola di Tecniche dello Spettacolo di Roma, l’Accademia di Campobasso.

In particolare con l’Officina del Commediante presentò cinque spettacoli fra il 1987 e il 1993. Nel 1993 fu la volta di Ipotesi di spettacolo, scritto e diretto da lui, la cui prima si svolse presso il Metateatro di via Mameli a Roma con lo scopo precipuo di valorizzare la fatica e la genialità dell’attore. Con Argo recitarono Domenico Carrino, Simonetta Cartia, Annamaria Compare, Renata De Luca, Giorgio Mozzarelli, Massimo Nicosia, Alessandro Possenti, Mimmo Surace. Su questo spettacolo, più volte replicato, che intendeva mettere in scena “il ghigno e i soprusi del potere, i conformismi e lo sfruttamento dell’uomo”, la critica si espresse in modo entusiastico. Ecco un esempio:

“Argo Suglia come un sacerdote pronto ad officiare il rito della comunione tra noi e loro, ci conduce attraverso storie di individui infangati dalla cultura (fallica direbbe Ida Magli, e ha ragione) che ha sempre governato, ovvero quella della violenza. Donne stuprate o costrette alla prostituzione, religiosi messi a tacere da dogmi che non sono certo quelli dell’amore e della fratellanza, omosessuali, e i bambini; le uniche vere vittime dell’idiozia umana. Lo spettacolo colpisce al cuore appunto senza mediazioni di sorta. Ogni danza, canto o nenia, pianto o urlo, parola o sorriso, risuonano di più eco. Come un teatro da farsi, che si costruisce durante e in faccia allo spettatore, sembrano appartenerci quelle storie, perché prive di retorica”.

Si comprende l’afflato dell’artista: in Argo Suglia, quasi al termine della sua “carriera”, gli insegnamenti della recitazione, che conducono a saggiare anche gli abissi sovente oscuri dell’animo umano, si intrecciano con una esplosione di teatro militante che mette al bando ogni orpello, ogni convenzione per restituire allo spettatore la vita vera, quella di ogni giorno, segnata spesso dall’indicibile. Tutto ciò ci sembra molto attuale, quasi ci parla ancora!

Un’altra critica entusiastica fu scritta da Paolo Ruffini sulla rivista fiorentina Il Portolano, nella primavera del 1994.

  1. Il poeta

Argo Suglia ha coltivato la propria vena poetica per tutta la vita. Anche negli ultimi anni e negli ultimi mesi, nonostante le sue condizioni fisico-psichiche fossero precipitate divenendo durissime.

Da poeta ha vinto quattro premi letterari nazionali: il Città di Palestrina 1988, il Premio Poesia Hayku 1989 (fra 2000 partecipanti), il Lidense 1997 e il primo Poetry Meeting Italo-Elvetico 2000. La giuria del Lidense, composta da illustri personalità (fra cui Mario Lunetta, Mario Verdone, Gianni Sepe), così motivò il primo premio per una sua silloge di 4 poesie (Le Murge non sappiamo; Le statue di Portecchia; Altro suono ha la voce; Occhi di donna a guardare):

“Una lirica ermetica, una voce poetica forte e dirompente, quella di Argo Suglia, poeta-attore. Dai suoi versi emanano, e le si respira nella pienezza espressiva, l’aria e la gestualità scenica dei grandi interpreti della tragedia ellenica. Canta, Argo Suglia, il mare e la terra delle radici, e la koinè della sua creatività poetica percorre i canoni classici della purezza ermetica della parola, fino al narcisismo espressivo. Versi saturi di empatia, che penetrano il lettore, trasportandolo sulle onde musicali di un fascinoso percorso che lo portano a congiungersi simbioticamente con il poeta”.

L’Hayku lo vinse con questa poesia: “Giro di luna,/ gioca nuova la serpe/all’avventura”. Sue poesie sono apparse in antologie, riviste e giornali; alcune sono state pubblicate in lingua giapponese e in inglese. I suoi hayku sono stati oggetto di lezione presso le Università degli studi di Urbino e Milano.  

Ha vinto anche altri premi, classificandosi nelle terne o cinquine, come ad esempio il secondo premio Maestrale-San Marco 2000 con la poesia O dolcezza che tingi la mia sera. Già la giuria del Costantino Nigra 1966, composta da Carlo Bo ed altri, espresse il seguente giudizio:

“la poesia di Argo Suglia, frutto di lenta maturazione, si rifà ad un’esperienza di infanzia e adolescenza meridionali, rivissute con una nostalgia ferma, mai abbandonata, dichiarata con accento asciutto, più epigrammatico che elegiaco, talvolta acceso dalla protesta. In ogni lirica vi è la presenza non rettorica di persone e animali, terra e mare, fatiche, amori e lutti. La scena non è mai vuota, come l’immagine non è mai gratuita”.

Era solito dedicare poesie a parenti e amici, anche molesi. A me il 28 maggio 2016 dedicò questa, intitolata Cave Maulenses: “I pomodori accesi/alla scala del cielo./Per mareggiate d’uva e di carciofi/una pisciata d’olio tra le stelle./Una rete di mare sulla porta/dentro gli occhi l’anguilla levantina/e il cuore che si spacca/a infarti e a coltellate”.

Ne dedicò anche a Mola: quella più nota, Mola del Mare, ebbi modo di farla pubblicare sul quotidiano EPolis Bari del 5 aprile 2013, a fianco dell’articolo a mio pugno Suglia, il poeta con Mola nel cuore.[7]

Ne dedicò anche al dialetto (molese), che amava. Ma il suo amore per il dialetto era intriso, come tutta la sua vita sostanzialmente, di protesta sociale:

E subito li becchi

E subito li becchi

I piccoli borghesi:

dispregiano il dialetto

e mai portano il lutto

cincischiano uno stemma

s’aggiungono un cognome

per nobili sembrare

e fieri quando brindano

-con la bottiglia a tavola-

gorgheggiano: «cin cin».

 

Le ceneri di Argo giacciono ora in Roma, nel cimitero del Verano, insieme alla mia zia Maria e alla figlioletta nata morta nei primissimi anni del loro matrimonio.

  1. Epilogo

Mola non coltiva archivi, biblioteche e musei: istituzioni che innervano la memoria e i suoi legami con il presente e il futuro. Da questo punto di vista, e da molti altri, è divenuta icona di una tragedia.

I suoi padri nobili e i suoi figli di talento[8] soffrono di ciò. Faccio voti perché tutto quanto si è abbattuto su Mola e sui molesi sia superato al più presto.

Ma dubito molto, non per pessimismo, bensì perché so quanto sia faticoso e difficile risalire le chine.



[1] E’ la prima strofe di una poesia composta nei primi mesi del 2017 da Argo Suglia intitolata Con le cicale il vento. Questo articolo è stato pubblicato nel n. 173, marzo 2018, della rivista «Città Nostra».

[2] Ermete è l’egizio dio Thot o l’ebraico profeta Misraim; Ermete Trismegisto è la scuola ermetica originaria, fondata da un essere umano e divino tre volte Mago (il collegamento con il cristianesimo è nei tre Magi che seguono la stella per raggiungere la capanna di Gesù). A Napoli si può tuttora ammirare la cappella Sansevero (oggi anche museo visitabile), voluta dall’ermetico Raimondo di Sangro, ispiratore del Rito Egizio, ricca di riferimenti misterici e alchemici. Nel cuore della Neapolis greco-romana ha trovato collocazione anche il quartiere Nilense. Si comprende dunque perché a Napoli si è sviluppato a livello popolare il culto del gioco del lotto e della cabala. Un utile abbrivio è: Martin Rua, Napoli esoterica e misteriosa, Newton Compton, Milano 2015.

[3] Secondo Elémire Zola la medicina ermetica prospettava un uomo perfetto di corpo fisico saturnino, di anima o psiche mercuriale e di solarità apollinea o spirito. Kremmerz scrisse vari vademecum, fra cui oggi è da ricordare almeno: Lunazioni – Annotazioni sulle influenze siderali e lunari sulle piante, i medicamenti, le infermità del corpo umano, Editrice Miriamica, Bari 1992. Si propugnava in essi la possibilità di curare e guarire anche a distanza. Le edizioni Giuseppe Laterza a Bari hanno pubblicato bibliografia kremmerziana. Su Kremmerz si veda Giuliano Kremmerz e la sua Scuola Iniziatica, a cura di Pier Luca Pierini, Edizioni Rebis, Viareggio 2000 (opera in cui appare la foto che Argo teneva esposta nel salotto della sua casa romana, in cui sono ritratti Kremmerz e il padre).

[4] Il legame del padre di Argo Suglia con la mia famiglia è documentato da varie testimonianze. Ricordo solo che nel 1975 Nino Rota (1911-1979) volle esibirsi al pianoforte durante il matrimonio di mia sorella Maria Carla Morgese con Agostino Divella, come regalo di nozze, auspice proprio Pietro, cui Nino Rota era legatissimo per fratellanza pitagorica e massonica (Rota fu fra l’altro indefesso raccoglitore dei testi alchemici ed ermetici apparsi nei secoli dal XV al XVIII, oggi presso l’Accademia dei Lincei). Argo Suglia manifestò in un certo momento della sua esistenza il desiderio di scrivere una storia della vita del padre (progetto non portato a termine) e comunque di certo la sua scelta giovanile di iscriversi alla Facoltà di medicina di Napoli, la sua inclinazione per le pratiche pranoterapeutiche, per la “lettura” dei tarocchi e la formulazione di oroscopi, forse perfino la secchezza ermetica della sua poesia sono da ricondurre alla temperie filosofica che ebbe a respirare attraverso la figura paterna.

[5] Nella sua vita Argo Suglia ha svolto molte performance poetiche, spesso intrecciate a canzoni. Ad esempio il 26 luglio 1997 ad Ostia si esibì in un recital dal titolo Gatto a nove voci, con la cantante Chiara Tomarelli e il direttore d’orchestra Adriano De Santis.

[6] Un profilo di Maria Pesce (1927-2011) professoressa di lettere classiche e poi anche scrittrice può essere letto al link: http://www.casinamorgese.it/1/maria_suglia_pesce_scrittrice_un_ricordo_6088524.html.

 

[7] Propose, inascoltato, che il toponimo “Mola di Bari” fosse cambiato in “Mola del Mare” e la sua corrispondenza, dal 2013 in poi, cominciò a portare l’indirizzo “70042 – Mola del Mare”.

[8] I cui profili si è provveduto a tratteggiare, da ultimo, nella pubblicazione: Ecomuseo del Poggio di Mola di Bari/Associazione ONLUS Le Antiche Ville, Conosci il tuo paese 2, ArtStampa 2000, Monopoli 2015.

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22-02-2018: "IL TEMPO UGUALE" ALLA LIBRERIA ROMA DI BARI

22-02-2018: "IL TEMPO UGUALE" ALLA LIBRERIA ROMA DI BARI - Casina Morgese

Il 22 febbraio 2018, alle ore 18.30, il romanzo di Waldemaro Morgese "Il tempo uguale" (Les Flaneurs Edizioni) è stato presentato presso la Liberia Roma di Bari, con la presenza dell'Autore. La giornalista Mary Sellani ha presentato l'opera chiarendo i vari piani interpretativi cui si presta il romanzo e formulando varie domande all'Autore. L'attore Franco Minervini ha letto alcuni brani, sia della prima che della seconda parte. Anche il pubblico presente è intervenuto con richieste di chiarimenti e domande.

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05-12-2017: "BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE" A BARI

05-12-2017: "BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE" A BARI - Casina Morgese

Il 5 dicembre 2017, presso la saletta di Edizioni dal Sud a Bari è stato presentato "Bibliotecari e biblioteche. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo", una raccolta di editoriali scritti da Waldemaro Morgese nel periodo 1999-2015, con un prologo di Maria A. Abenante e un epilogo di Maria A. Ruiu. L'evento ha inaugurato il ciclo "INCONTRI...'dal sud'", che prevede anche altre manifestazioni su poesia, migrazioni, teatro, traduzioni, narrazioni. La presentazione e il coordinamento sono stati svolti da Domenico D'Oria e vi hanno partecipato Maria A. Abenante, presidente AIB Puglia, Angelo Amoroso d'Aragona, del direttivo nazionale AVI Mediateche, Lucia di Palo, direttore del polo biblitecario scientifico dell'Università di Bari Aldo Moro. Il pubblico presente, numeroso, è intervenuto recando contributi importanti sul tema generale del libro. 

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VITE CHE SI FECONDANO: OTTONE PESCE, FIORELLO LA GUARDIA, JOE PETROSINO

VITE CHE SI FECONDANO: OTTONE PESCE, FIORELLO LA GUARDIA, JOE PETROSINO - Casina Morgese

di Waldemaro Morgese

La segnalazione di una mia procugina che vive a New York, Gloria Santoro Stingone, mi ha aperto uno squarcio sul serio interessante sul lontano primo Novecento. Gloria non la vedo dal 1965, quando cioè eravamo entrambi giovanissimi e lei traversò l’Atlantico con la mamma e il papà per conoscerci, a Mola di Bari.

La mamma di Gloria, Vincenza Canonico Santoro, figlia di Clementina Palmieri Canonico, ha sempre raccontato alla figlia che Carolina Palmieri (sorella di Clementina) e Ottone Pesce si sono sposati con un testimone d’eccezione: Fiorello La Guardia.

Carolina (Lina) Palmieri e Ottone Pesce sono i miei nonni materni. Si conobbero durante una tournée in Messico (lei era soprano leggero, lui compositore e direttore d’orchestra) e si sposarono a New York. Il “certificate and record of marriage” porta la data del 3 luglio 1922: Ottone aveva poco più di 30 anni, Lina 26.

Insieme a Fiorello La Guardia, l’altro testimone di nozze fu Arturo Tomaiuoli, librettista e poeta, grande amico di Ottone.

Forse non è inutile rammentare qualche nota biografica almeno di Ottone, un illustre figlio della nostra città. Ottone Pesce nasce a Mola di Bari nel 1889 da Angelo Pesce, ultimo di sette fratelli (il primo è Piero Delfino Pesce). Manifesta ben presto la sua inclinazione per la musica e a diciotto anni si trasferisce a Napoli per frequentare il Conservatorio di San Pietro a Majella, ove si diploma in pianoforte e si perfeziona anche come violinista. Sappiamo che ebbe fra i suoi maestri Giacomo Setaccioli, che gli dedica di suo pugno un esemplare a stampa dei suoi “Tre Madrigali” per canto e pianoforte nel luglio 1913. Dopo il completamento degli studi al Conservatorio napoletano intraprende una serie di viaggi professionali all’estero, a cominciare da una tournée artistica a Cuba nel 1920. Del soggiorno artistico a New York resta memorabile la giornata del 30 marzo 1924 al “National Theatre” di Broadway, organizzata dalla “Lenox Hill Neighborhood Association”, con Ottone Pesce nella duplice veste di direttore d’orchestra de “La “Sonnambula” musicata da Vincenzo Bellini e del balletto fantastico in un atto “Arcadia”, musicato dal medesimo Ottone Pesce, scritto dal librettista Arturo Tomaiuoli e messo in scena da Luigi Albertieri (coreografo del “Metropolitan Opera House” e del “Covent Garden” di Londra). Nel cast de “La Sonnambula” ricopriva il ruolo di Amina la soprano Lina Palmieri, sposata due anni prima dal Maestro a New York. Lina era considerata negli Stati Uniti “la rivale della famosa Galli Curci” (così recitavano le locandine dell’epoca). Altre tournées artistiche di Ottone Pesce, in questo periodo fortemente creativo della sua vita, sono documentate in città quali Montreal, Montevideo (Teatro “Solis”), Città del Messico, San Paolo, Buenos Aires (Teatro “Colòn”). Successivamente Ottone Pesce si stabilisce in via definitiva in Italia, in sostanza forzatamente dal momento che per le sue simpatie antifasciste gli viene negato il rinnovo del passaporto. Soggiorna a Milano per un anno, ove conosce e frequenta lo scultore di origini molesi Bruno Calvani. Il soggiorno definitivo a Roma, dal 1929, viene intervallato da alcune attività svolte dal Maestro a Catania e da frequenti ritorni a Mola di Bari.

Torniamo al testimone illustre delle nozze. Fiorello La Guardia e Ottone Pesce si conoscono a New York e subito stringono una forte amicizia per varie affinità. Fiorello è figlio di un pugliese, Achille La Guardia, immigrato di Manfredonia di professione musicista. Achille diventa nel 1885 direttore della banda dell’11 U.S. Infantry. Il padre avvia Fiorello all’amore per la musica e lo educa alla familiarità con gli strumenti musicali, mentre la madre (una triestina di origine ebraica) gli insegna le lingue straniere. Fiorello La Guardia è dunque fin da giovane poliglotta e amante della musica. La conoscenza delle lingue (italiano, inglese, francese, tedesco, ungherese, croato, ebraico e yddish) gli consente di ottenere un impiego a Ellis Island come interprete nel servizio immigrazione. Per di più aveva intrapreso gli studi di legge presso la N.Y. University e (lui ricorda) studiava sodo di notte, mentre di giorno esercitava l’impiego di interprete.

Dunque Fiorello La Guardia e Ottone Pesce, presumibilmente, si conoscono e si legano da amicizia perché pugliesi, per la comune passione per la musica ed anche perché al momento in cui Ottone varca l’Oceano Fiorello è già un affermato uomo pubblico e per la sua professione può recare ausilio agli immigrati italiani: nel 1915 diventa assistente del procuratore generale di N.Y. e nel 1916 primo italo-americano ad essere eletto al Congresso degli Stati Uniti d’America come rappresentante del Lower East Side di Manhattan (tutte queste notizie su La Guardia sono tratte dalla voce ad hoc di WikipediA italiana).

Sappiamo tutti che, successivamente, Fiorello La Guardia diverrà il leggendario sindaco di New York, dal 1933 (nel periodo più nero della depressione) e per ben tre mandati consecutivi. Sarà una grande icona dell’antifascismo e dell’antinazismo statunitense e, per le sue battaglie epiche contro il malaffare e gli affari corrotti, è da affiancare idealmente ad un altro italo-americano che si distinse per la tutela della legalità: Joe Petrosino, originario del Salernitano, soprannominato “lo sbirro dei due mondi”, celebre poliziotto antimafia caduto per mano della mafia e i cui funerali si svolsero alla presenza di 250.000 persone.

Fiorello La Guardia muore nel 1947, Joe Petrosino nel 1909, Ottone Pesce nel 1967. C’è uno iato di 60 anni fra i “fine vita” dei tre personaggi: ma essi restano legati da fili sottili, alcuni materialissimi, impressi nelle rispettive biografie, altri più impalpabili e immateriali.

Bisognerebbe riflettere su queste personalità che si sono fecondate vicendevolmente, tutte accomunate dall’avere traversato con coraggio e determinazione l’Oceano e vissuto vite quasi fantasmagoriche.

 

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