Casina Morgese

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NELL'EPOCA DEI POPULISMI LE RIFORME ISTITUZIONALI SONO LA NECESSITA'

NELL'EPOCA DEI POPULISMI LE RIFORME ISTITUZIONALI SONO LA NECESSITA' - Casina Morgese

LA CRISI E I POPULISMI LEGAME A DOPPIO FILO/MACROREGIONI COSÌ RIPARTE IL NOSTRO PAESE.

Il fenomeno dopo gli USA ha investito l’Europa, ma il vero nodo è quello delle riforme istituzionali. Per realizzare una forma di stato federale bisogna superare schemi illiberali e populisti.

[Rubrica Multiverso di Waldemaro Morgese, su EPolis Bari inweek del 20 e 28 luglio 2018.]

La rivista «Foreign Affairs», magazine statunitense di geopolitica alquanto autorevole, si è interessata alla sorte dei Paesi di democrazia “liberale” a fronte di quelli “autocratici” sostenendo che il  PIL di questi ultimi potrebbe presto segnare il sorpasso, mentre vari opinionisti e studiosi cominciano a elaborare analisi che riconcettualizzano e attualizzano l’epocale confronto che oppose nel Novecento il “mondo libero” al “blocco comunista”: un confronto che assunse – si ricorderà – aspetti anche di vero e proprio agonismo giocato nello spazio (lo sputnik con Jurj Gagarin, lo sbarco sulla Luna con Neil Armstrong…).

Oggi la “guerra fredda” assume altri contorni, profondamente mutati e, dal lato del campo che fronteggia le democrazie liberali, ha alcune teste di ponte molto significative: Cina, Russia, India ad esempio. Non c’entra più il comunismo ma l’illiberalismo delle forme di governo resta immutato. Yascha Mounk, politologo tedesco che insegna ad Harvard, ha individuato la causa scatenante il successo populista: finché negli USA si è avuto un costante aumento degli standard di vita, la democrazia ha retto, ma con il diffondersi della crisi ecco che nelle presidenziali ha prevalso Donald Trump. Nei paesi dell’UE la situazione è analoga e il successo delle forze populiste, chiaramente illiberali, risiede in queste identiche dinamiche (“Popolo vs democrazia”, Feltrinelli 2018). Consiglierei al lettore di leggere “Il muro invisibile”, lo sconvolgente réportage di Tonia Mastrobuoni apparso su «la Repubblica» del 15 giugno scorso sulla situazione della Germania e sul successo delle forze populiste in tutta la ex RDT: può insegnare qualcosa anche all’Italia, specie a noi del Sud. Così come è utilissimo il servizio “Populisti di tutto il mondo (dis)unitevi”, apparso sul magazine del Corsera «La Lettura», che nel numero dell’8 luglio radiografa paesi a incipiente o stabilizzato populismo come il Messico, gli USA, La Cina, le Filippine, la Svezia, il gruppo Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), la Turchia, l’Olanda. In questa situazione non sorprende che un brillante storico liberal come Mark Lilla, docente nella Columbia University di N.Y., scriva di capire perché i cittadini europei, stretti fra i diktat della lontana Bruxelles e l’immigrazione di massa, abbiano l’impressione di non poter controllare il proprio destino collettivo e siano pronti “a considerare il ricorso a mezzi non democratici” (“L’identità non è di sinistra”, Marsilio 2018).

E’ questo il panorama preoccupante in cui si iscrive la probabile incipiente apertura in Italia di una nuova fase di riforme istituzionali, dopo il fallimento di quella radicale tentata dal governo Renzi, annunciata dal ministro in carica per la “democrazia diretta” con l’idea di ridurre i parlamentari a 600 in tutto: ma avremo modo di tornare sull’argomento nel prossimo Multiverso.

In un articolo di un paio di mesi fa (su “l’Espresso” del 6 maggio 2018), intitolato “Nani sulle macerie”, Massimo Cacciari ha ridicolizzato le “nuove” Repubbliche che ci si inventa ad ogni tornata elettorale ed ha auspicato che, quando si andrà a nuove elezioni, esse diano luogo ad un Parlamento «in cui ci si impegni a realizzare un nuovo ordine repubblicano, attraverso un confronto che almeno assomigli a quello che ebbe luogo nel ‘46».

E’ il tema delle riforme istituzionali, più volte tentate. Da ultimo quelle del governo Renzi sono fallite sull’onda di un referendum in cui i cittadini italiani hanno segnato “no” per disarcionare l’ex presidente del Consiglio non tanto le riforme.

Oggi questo tema riappare in un contesto geopolitico ed economico del tutto nuovo. Mettiamola così. Prima della nascita del governo Lega-M5S una quasi-spia come il putiniano Guryev lanciava i suoi ami con la copertura del sentimento nicolaiano di migliaia di ortodossi russi (teatro delle operazioni: Bari, patria di san Nicola) ma senza l’ammiccamento governativo italiano, esattamente come accadeva anche per i gruppi di preghiera animati dalla quasi-spia russa Maria Butina, affascinante ventinovenne cui invece era stato assegnato il teatro USA. Ora però, con governi in carica chiaramente filo-Putin a Roma come a Washington, urgono innovazioni radicali ben precise.

Nel nostro Paese stanno emergendo due proposte. La prima è del governo: il ministro M5S della “democrazia diretta” intenderebbe facilitare l’istituto referendario (abolendo il quorum per quello abrogativo) nonché le leggi di iniziativa popolare (con l’obbligo di loro discussione e votazione da parte delle Camere) e ridurre il numero di parlamentari (dagli attuali 945 effettivi a 600). La seconda vede protagonista il costituzionalista Giovanni Guzzetta supportato dall’associazione “Nuova Repubblica”. Consiste nell’elezione diretta del presidente della Repubblica attraverso un referendum di indirizzo e una successiva Assemblea costituente che modifichi la costituzione vigente: il tutto con lo strumento di una proposta di legge popolare depositata proprio in questi giorni presso la Cassazione, in attesa di raggiungere le firme necessarie.

Chi scrive è propenso da sempre alla revisione della Costituzione, fin da quando Pietro Ingrao propugnò il monocameralismo: ciò lo scrivo a scanso di equivoci (anzi non comprendo a cosa serva ridurre i parlamentari lasciando intatte le due Camere!). Ma ritengo necessario, in un contesto attuale di innamoramento per stati o governanti populisti e illiberali, evitare il più possibile che le modifiche finiscano per profilare una nuova Repubblica sì, ma stretta fra volontà diretta dei cittadini alla base e comando di uomini soli al vertice. Questo inconveniente dunque dovrebbe essere bilanciato dalla nascita, tra base e vertice, di un forte tessuto di governi decentrati, vale a dire da un numero ridotto di macroregioni che profilino finalmente una moderna forma di stato federale. 

 

 

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28-06-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A CASSANO MURGE

28-06-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A CASSANO MURGE - Casina Morgese

Giovedì 28 giugno 2018 nella Biblioteca Comunale di Cassano delle Murge è stato presentato il volume di Waldemaro Morgese "Il mondo è di tutti. L'Italia fra Europa e globalizzazione" (Edizioni dal Sud). L'evento si è svolto nell'ambito della celebrazione-festa del terzo anno di vita dell'Ecobiblioteca di Cassano e del quinto anno di attività del Circolo Legambiente di Cassano. Insieme al libro di W. Morgese è stato presentato anche "Alla scoperta della Green Society" di Vittorio Cogliati Dezza. Ha introdotto gli autori e svolto il dialogo con loro la giornalista Marilena de Nigris (redattrice del magazine Volontariato Puglia e direttrice responsabile del mensile CSV San Nicola). Successivamente i partecipanti, in folto numero, hanno presenziato all'inaugurazione nei giardini di Cassano di una Free Little Library.

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23-06-2018: "LECCE HOMO" A MOLA DI BARI

23-06-2018: "LECCE HOMO" A MOLA DI BARI - Casina Morgese

Sabato 23 giugno 2018 presso la Libreria Culture Club Café di Mola di Bari è stato presentato il romanzo di Peter Genito “Lecce Homo” (Robin Edizioni, 2016). Ha introdotto Waldemaro Morgese, ha letto brani Angela Redavid (che si è offerta volontariamente). W. Morgese ha dialogato con l’Autore, che ha recato ulteriori elementi di riflessione e di comprensione dell’opera.

Secondo il presentatore si tratta di un chiaro “romanzo di formazione” (Bildungsroman) ove l’Autore si immedesima frazionalmente nei personaggi principali: il commissario Oronzo Mazzotta e i fratelli Martino e Alessandro. Il romanzo presenta anche elementi tipici del genere giallo (un cadavere, un commissario che indaga, la soluzione dell’evento delittuoso a fine romanzo), senza però esaurirsi affatto nel genere. Costruito integralmente con la tecnica di un equilibrato altalenarsi di flash-back, in una prosa accattivante, con più di un io narrante, presenta alcuni focus evocativi importanti, ben amalgamati nella più complessiva scrittura.

W. Morgese li ha elencati così:

1) i segni, molto robusti, del romanzo di formazione, in complesso forse addirittura sovrabbondanti (nell’eterno conflitto fra vita e letteratura, vita e arte, qui prevale di certo l’arte…): si tratta precisamente di un numero folto di citazioni letterarie (titoli di libri e in qualche caso brani, con una enfasi per “L’uomo in rivolta” di Albert Camus e per “La Vita Nova” di Dante Alighieri), musicali e cinematografiche (in questo ultimo caso solo residualmente), che di certo scandiscono la parabola di vita dei personaggi-Autore;

2) la presenza della natura declinata con maestria e qualche eccellente empito poetico in tre paesaggi topici: il Nord brumoso (i paesaggi piemontesi di nord-est), la Toscana con il suo “cielo etrusco”, il Salento pugliese nelle parti marine ma anche nelle tracce barocche;

3) una vena essoterica, per la presenza di una citazione di fascino, vale a dire la leggenda della bell’Alda di San Michele Arcangelo, angelo e strega, ma anche per un richiamo che a ha a che fare con la vita oltre la morte, sia pure introdotto a contrario (“ma io non ho mai creduto all’esistenza dell’anima e alla sua sopravvivenza oltre la morte dei corpi”), nonché per la vaga possibilità che le tecnologie possano compiere il miracolo del ritorno di chi non c’è più (il che introduce anche una leggera vena-thriller nel romanzo);

4) una forte critica sociale, specie riguardo alle difficoltà di una intera generazione – quella dell’Autore, nato nel 1972 – a realizzarsi: “la sua vita era sospesa tra la disperazione di una generazione soffocata in ogni prospettiva di sviluppo sociale e la speranza di fare radici, metter su famiglia”;

5) una forte critica politica (forse elemento un po’ sovrapposto), cui contribuisce anche l’intreccio del romanzo per il fatto che le indagini del commissario Mazzotta, rivolgendosi a sospettare un potente della politica, sono ostacolate dal procuratore di turno che vorrebbe insabbiarle, ma vivificata anche dagli accenni alla “Milano da bere”.

Questi focus sono in realtà la vera intelaiatura (il vero intreccio) del romanzo, che quindi acquista spessore di contenuto, che si aggiunge allo spessore della scrittura.

Sono riconoscibili evidenti echi, consapevoli o meno, di alcuni capisaldi letterari: Silvia Avallone con la sua “Marina bellezza”; Pier Vittorio Tondelli con il suo “Camere separate” (in “Lecce Homo” l’omosessualità ha una presenza forte, anzi fortissima); e, per gli aspetti essoterici, la serie TV “Black Mirror” con l’episodio “Be right back” e il film di Giuseppe Tornatore “La corrispondenza”.

La presentazione ha avuto una notevole presenza di pubblico e al suo termine si è sviluppato un vivace dibattito.

 Nella foto: a sinistra Peter Genito, a destra Waldemaro Morgese.

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31-05-2018: "IL TEMPO UGUALE" A POLIGNANO

31-05-2018: "IL TEMPO UGUALE" A POLIGNANO - Casina Morgese

Giovedì 31 maggio 2018 a Polignano a Mare (BA), presso la Biblioteca Comunale "Raffaele Chiantera", è stato presentato il romanzo di Waldemaro Morgese Il tempo uguale (Les Flaneurs Edizioni, 2016). L'evento si è svolto nell'ambito della rassegna "EQUILIBRI POLIGNANESI", promossa dal Comune di Polignano tramite il Settore Cultura. Il romanzo, presente l'Autore e l'Assessora alla cultura Marilena Abbatepaolo, è stato introdotto dall'attore Franco Minervini, che ha anche letto alcuni brani ponendo domande all'Autore.

Nella foto: a sinistra Waldemaro Morgese, a destra Franco Minervini.

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IL MONDO E' DI TUTTI: recensioni

IL MONDO E' DI TUTTI: recensioni - Casina Morgese

Si riportano di seguito le recensioni al volume di Waldemaro Morgese Il mondo è di tutti. L'Italia fra Europa e globalizzazione (Edizioni dal Sud, Bari 2017).

 

SE L’EUROPA NON SA COGLIERE I CAMBIAMENTI. «Il mondo è di tutti» di Morgese

Ci vuole una intelligenza collettiva che in questo momento manca. Capace di far capire che Il mondo è di tutti, come Waldemaro Morgese titola il suo libro (Edizioni dal Sud, pag. 99, euro 8). Capace soprattutto di far capire che una storia è finita e da un pezzo ne è cominciata un’altra verso la quale siamo quasi completamente inadeguati. E ha ragione l’economista Michele Capriati nel suo epilogo a dire che sarà necessaria una controrivoluzione con uomini nuovi e programmi alternativi. A cominciare dall’abbandono di quella «cultura del recinto» della quale parla il giornalista Dionisio Ciccarese nel suo prologo.

Morgese, saggista, editorialista e animatore culturale pugliese, ha qui raccolto una serie di 21 articoli pubblicati soprattutto sul quotidiano EPolis Bari. Nei quali con ammirevole conoscenza e aggiornate citazioni passa in rassegna tutti i temi del nostro scontento. Anzitutto L’Italia fra Europa e globalizzazione, come dice il sottotitolo. Ma anche l’immigrazione e la tecnoscienza, lo statalismo e l’islamismo, la barbarie dell’odio e, perché no, san Nicola e il G7 a Bari. Temi che, ancorché possano sembrare remoti, determinano la nostra vita di ogni giorno.

Uno dei segni che siamo in un’altra storia è il papato di Bergoglio. Il primo non europeo in duemila anni di chiesa. Il secondo è nella legge dei grandi numeri, quelli che riguardano Cina e India. Ma soprattutto l’Africa col suo miliardo e 200 milioni di persone, e con l’età media di 19 anni. Popolo in cammino nonostante gli intralci (anche devastanti) di percorso. Con la vecchia Europa ormai ricca, ma stanca minoranza, diciamo fuori dalla nuova storia. Insomma si è spostato l’«ombelico del mondo» (come nella canzone di Jovanotti). Ma ci comportiamo come se non lo fosse.

Giustamente dice Morgese che ci vorrebbe una «identità terrestre». Verso la quale però alziamo muri che non ci salveranno. Così come inutili muri sono il ritorno agli interessi nazionali. Come se fosse così possibile arginare sia una immigrazione che si muove come una risacca. Sia arginare l’universalità di Internet che passa attraverso tutto. Cui sono collegate le «Grin» (genetica, robotica, intelligenza artificiale, nanotecnologie) che disegnano una nuova specie umana (il «cyborg») e la fine del lavoro come lo abbiamo conosciuto per secoli. Una «intelligenza connettiva», come la chiama giustamente Ciccarese. Cui non corrisponde, appunto, quella collettiva.

Di fronte a tutto questo, tutto il resto sembra retroguardia. Per cui l’Occidente che si chiude a riccio è una disdetta epocale verso se stesso. Soprattutto non puntando sul capitale umano che in questo nuovo inizio è l’interesse strategico più importante in assoluto. E fomentando diseguaglianze che sono il principale motivo dei conflitti fra gruppi e fra Stati. Ma che saranno spazzate come bolle di sapone, benché in questo momento i ceti popolari e i poteri forti sembrino imbattibili.

Morgese è consapevole del grande Vuoto del momento. Quello che, al di là dell’indottrinamento islamico, spinge i giovani di mezzo mondo all’antagonismo del terrorismo. Alla ricerca, a modo loro, di un senso. Il suo libro aiuta a orientarsi nello scoramento, nella frustrazione, nella sensazione che il peggio sia irreversibile. Indica una fiducia. Altrimenti «scrocconi, briganti, pirati e imbroglioni prenderanno il controllo» come scrisse nove anni fa il musicista Brian Eno. Morgese ci suggerisce un «sentire comune» che è il più grande assente del nostro tempo. Poggiare l’orecchio sulla prateria come facevano i pellerossa per capire dove andavano gli zoccoli dei cavalli.

[recensione di Lino Patruno apparsa su «La Gazzetta del Mezzogiorno» di mercoledì 23 maggio 2018, p. 22].

 

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23-05-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A BARI

23-05-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A BARI - Casina Morgese

Mercoledì 23 maggio 2018 si è svolta a Bari, presso la Liberia Laterza, la presentazione del libro di Waldemaro Morgese Il mondo è di tutti (Edizioni dal Sud, 2017): una raccolta di 21 editoriali di argomento internazionale apparsi sul quotidiano "EPolis Bari" dal 2012 al 2017, con un prologo di Dionisio Ciccarese e un epilogo di Michele Capriati. Il libro è stato discusso dall'Autore, da Michele Capriati (economista) e da Luigi Paccione (giurista). L'evento è stato aperto da Maria Laterza e da Irene Paolino, responsabile dell'Antenna Europe Direct Puglia dell'UE, nel cui progetto "Dialoghi con i cittadini sul futuro dell'Europa" la presentazione era inserita.

L'evento ha beneficiato di una folta partecipazione e di un interesse per tutta la durata, con interventi del pubblico.

 

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13-05-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A TORINO

13-05-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A TORINO - Casina Morgese

Il nuovo libro di Waldemaro Morgese "Il mondo è di tutti" (Edizioni dal Sud, 2017) è stato presentato domenica 13 maggio 2018 a Torino, alle ore 17.00, nell'ambito del XXXI Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand della Regione Puglia. Ne hanno discusso l'Autore con Enzo Borio, presidente della Sezione piemontese dell'Associazione Italiana Biblioteche, che ha posto a W. Morgese numerose domande sui contenuti della raccolta di editoriali: il dibattito con l'Autore si è sviluppato su temi cruciali quali l'immigrazione, il "capitale" umano, il ruolo delle biblioteche, lo stato di Paesi strategici come l'Africa, ed altro.

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27-04-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A MOLA

27-04-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A MOLA - Casina Morgese

Si è svolta venerdì 27 aprile 2018, alle 18.30, la presentazione del libro di Waldemaro Morgese IL MONDO E' DI TUTTI presso la Libreria Culture Club Café di Mola di Bari. La raccolta di editoriali a tema internazionale, edita da Edizioni dal Sud nel 2017, è stata oggetto di una vivace interlocuzione da parte dei relatori e del pubblico presente. Ha coordinato Michele Capriati, economista, docente presso l'Università Aldo Moro di Bari, hanno interloquito l'Autore e Ivan Ingravallo, giurista, docente in diritto dell'UE presso la medesima Università. L'evento è stato aperto da Irene Paolino, responsabile dell'Antenna dell'UE "Europe Direct Puglia", essendo una iniziativa parte del progetto "Dialoghi con i cittadini sul futuro dell'Europa".

Nella foto, da sinistra a destra: l'Autore, Michele Capriati, Ivan Ingravallo.

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BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE: recensioni

BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE: recensioni - Casina Morgese

Si riporta la recensione di Piero Cavaleri al volume di Waldemaro Morgese, Bibliotecari e biblioteche. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo, Edizioni dal Sud, Bari 2016. 

 

BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo

Questo libro di Waldemaro Morgese, che comprende un prologo di Maria Abenante e un epilogo di Maria Antonietta Ruiu, può essere letto secondo due prospettive.

La prima è quella dei concetti, la seconda quella dei significati.

Partirò dalla seconda prospettiva, brevemente ma non leggermente, perché è quella che può spiegare anche la prima.

Infatti essendo un libro composto da testi scritti lungo l’ultimo decennio, tranne uno che risale alla fine del secolo scorso, e su argomenti vari, il semplice elenco di questi ultimi non potrebbe dare in alcun modo la giustificazione del loro essere stati radunati e pubblicati oggi sotto il titolo Bibliotecari e biblioteche. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo.

Solo individuando i significati di tutte le pagine di questo libro possiamo capire la ragione e l’importanza della sua pubblicazione. Questi significati sono, a mio parere, l’impegno civile dell’autore, la fiducia nella possibilità di riuscire a modificare la realtà e la certezza della superiorità, sia morale sia pragmatica, del sapere, del conoscere, dell’essere consapevoli in tutte le sue forme e manifestazioni.

Oltre ai significati, altrettanto importante è comprendere chi è il destinatario dei testi, chi è che deve interpretarli per rendere reale il significato. Questo destinatario coincide idealmente con l’autore. L’autore è un intellettuale, forse gramsciano, sicuramente illuminista, che si rivolge a chi riconosce come proprio omologo per invitarlo a essere e ad agire per cambiare il mondo attraverso la diffusione del sapere e la capacità di utilizzare il sapere reificato nelle opere sia di tipo conoscitivo che di tipo espressivo. Questo è ciò che il libro ci indica, e lo fa usando alcuni concetti riferiti alla biblioteca, ai bibliotecari, agli altri operatori del filone produttivo della conoscenza.

Sullo sfondo rimangono invece i veri interlocutori dell’autore. Se l’autore si rivolge ai bibliotecari e agli altri operatori della conoscenza lo fa perché questi si rendano protagonisti di un dialogo/scontro con i detentori del potere. Questi, i politici, i dirigenti, i grandi manager, chi comanda e prende le decisioni strategiche, sono gli interlocutori che i bibliotecari devono individuare per costruire una nuova tipologia di biblioteche.

Dato il quadro generale, entriamo ad esaminare quali sono i principali concetti che emergono dai vari testi, testi, che ripeto, sono stati pubblicati o presentati durante un decennio e in forme diverse risultando perciò eterogenei se non tenessimo sempre presente durante la loro lettura ciò che abbiamo detto riguardo il significato generale dell’insieme.

Il primo concetto che emerge in molti testi è il cambiamento. Non la banale innovazione che spesso non è altro che la novità di una vetrina rinnovata ad ogni mutare di stagione, ma il cambiamento reale di elementi fondamentali della società. Morgese cerca, insistentemente e presentando casi diversi, di parlarci di ciò che realmente sta accadendo nella struttura profonda della società in cui viviamo. Il cambiamento che lo preoccupa e dovrebbe preoccupare tutti coloro che lavorano, che decidono, che pianificano nelle biblioteche è la possibile fine di un sistema in cui la coesione sociale sia sostenuta da una convergenza dei redditi e degli interessi della maggior parte della popolazione, sia attiva che ritirata dal lavoro per motivi d’età. In vari punti del libro ritorna il concetto di divaricazione nei destini delle persone. La divaricazione in atto tra chi guadagna molto e chi invece perde reddito è il cambiamento strutturale che mette in discussione il ruolo della biblioteca e che, al contrario, determina anche la possibilità di ricoprire un nuovo ruolo.

La nostra società, o almeno la società di molti paesi occidentali e di tutti i paesi che recentemente hanno imboccato percorsi di rapido sviluppo, manifesta una decisa tendenza a concentrare su pochi detentori di sapere (forse di potere) redditi e ricchezze, mentre masse sempre crescenti di esecutori (forse robotizzate o forse destinate a essere sostituiti da robot) vedono i propri redditi contrarsi e i propri diritti diminuire.

In una società di questo tipo la biblioteca, per come la conosciamo e per come la concepisce Morgese, è palesemente inutile. Avendo in gran parte perso il ruolo, quasi monopolistico, all’interno delle varie comunità di detentore dei documenti, servirebbe a ben poco quando i pochi potranno accedere facilmente a tutta la documentazione di valore di cui avranno bisogno, mentre i più saranno in grado e avranno necessità di utilizzare per svolgere le loro attività lavorative e condurre la propria vita di cittadini solo di poche informazioni fattuali e/o documenti elementari.

Morgese scommette che questa prospettiva non sia ineluttabile e che le biblioteche e, soprattutto i bibliotecari, possano e debbano avere un ruolo nel evitarlo.

Infatti se questa prospettiva fosse ineluttabile, allora il secondo concetto che ci viene ripetutamente proposto, la responsabilità sociale del bibliotecario (dell’intellettuale), sarebbe inutile.

Per l’autore invece inutile non è perché, di fronte alla possibile polarizzazione di due classi separate da barriere insormontabili, esiste un’alternativa, fatta di azioni positive per dare potere conoscitivo anche a chi sembra destinato a restare senza alcun ruolo, che, tra i molti, anche bibliotecari e biblioteche dovrebbero scegliere. Ecco il terreno su cui dovrebbero collocarsi le biblioteche e soprattutto i bibliotecari. La biblioteca sociale, la biblioteca welfaristica, la eco-biblioteca sono declinazioni diverse della biblioteca “impegnata”, che fa una scelta di campo a favore della diffusione a tutti del sapere e del saper utilizzare il sapere.

I bibliotecari, secondo Morgese, devono rendersi conto che nella società polarizzata non c’è bisogno del loro sapere se non sotto forma di un bene privatizzato.

Il ceto dominante farà proprio questo sapere distribuendolo tra le macchine (gli algoritmi) e figure specializzate non più pagate con risorse pubbliche e al servizio di tutti i cittadini, ma inserite in specifiche organizzazioni, anche pubbliche ma ad accesso riservato, comprese le scuole di élite. Il sapere dei bibliotecari in una società polarizzata sarà privatizzato oppure inutile.

Sarà inutile per i più, per coloro che dovranno svolgere funzioni robotizzate controllate dalle macchine in attesa di essere sostituiti dalle macchine. Questi più non avranno bisogno di sapere utilizzare le fonti per sviluppare pensiero originale e critico, perché questo tipo di pensiero non sarà necessario per svolgere l’unica attività di produzione di testi che gli sarà congeniale e utile: scrivere del proprio stato, delle proprie emozioni su Facebook o su Twitter.

Perché le biblioteche abbiano un futuro è necessario che la società imbocchi la strada opposta, che trovi in nuove forme di inclusione e di eguaglianza il destino del progresso scientifico e tecnologico. I bibliotecari non possono che scegliere questa seconda strada e decidere di essere protagonisti, pena la propria fine. Strano destino per una professione che per decenni ha rivendicato la neutralità di un sapere tecnico, dover ora scegliere di rischiare una scelta politica.

Waldemaro ci conduce di fronte a questa possibilità, a questa responsabilità e ci dà anche alcune idee su come agire.

Su questo piano nei vari interventi troviamo alcune fascinazioni, alcune proposte, ma soprattutto gli esempi della Teca.

Tra tutte queste proposte la più recente appare sicuramente quella dell’eco-biblioteca, che non deve intendersi riduttivamente come una biblioteca che rispetta l’ambiente oppure che propone raccolte sull’ambiente, ma ambiziosamente come la biblioteca che diviene casa della società che vuole capire i propri problemi (ambientali, ma non solo) e aiutare tutti ad acquisire conoscenze e capacità tali da poter partecipare attivamente alla produzione di beni e servizi. L’eco di eco-biblioteche va più in là dell’ecologia, fa riferimento diretto a òikos, la casa, la casa di tutti.

La proposta dell’eco-biblioteca supera sicuramente quanto Morgese proponeva nel lontano 1999, la biblioteca manageriale, che a sua volta superava quella basata sulla tecnica biblioteconomica, e anche quella welfaristica di vari altri interventi, ma di tutti tre i modelli precedenti salva ciò che di essi era essenziale, lasciandone cadere le rigidità e le sovrastrutture inutili. Del modello biblioteconomico sicuramente è la conoscenza dei documenti da parte dei bibliotecari che deve essere traghettata nella nuova biblioteca. Il modello manageriale consegna al nuovo il fondamentale concetto di accountability, di rendere conto ai contribuenti dei risultati ottenuti con le risorse (fiscali) impiegate. Il modello welfaristico porta la concezione di pro-attività per il miglioramento della società, di intervento a 360 per migliorare le persone e le loro possibilità di vivere bene e pienamente da cittadini. Tutti questi aspetti si sommano appunto nella eco-biblioteca che aggiunge ed estende la responsabilità verso l’intero ambiente a quella verso la società.

Possiamo dire che Morgese ci dà molte idee e le inquadra in una visione organica della società, delle biblioteche, dei bibliotecari, ma soprattutto indica a chi lo legge, soprattutto proprio ai bibliotecari, la necessità di elaborare delle conoscenze e idee per produrre continuamente un ambiente utile a che nascano nuove conoscenze e idee.

Infine, una meritata attenzione va dedicata anche ai due interventi di Abenante e Ruiu. Maria Abenante si fa interprete del pensiero di Waldemaro Morgese cogliendone e presentandone gli aspetti essenziali come può aver visto chi è stato all’interno del processo elaborativo che l’ha portato allo stadio attuale. La lunga frequentazione lavorativa e professionale con Morgese ha consentito ad Abenante di cogliere quelle che sono le motivazioni che hanno portato un dirigente pubblico a cogliere la possibilità di occuparsi di una biblioteca istituzionale per trasformarla in elemento di trasformazione sociale e culturale.

Ruiu invece ci propone un breve saggio che non si occupa di ciò che Morgese ha scritto, ma di dare una risposta, limitata a uno specifico caso, ma significativa, a ciò di cui Morgese vuole occuparsi: la possibilità delle biblioteche di cambiare la società in cui sono immerse. Il caso di cui si occupa Ruiu è l’anomalia dei tassi di lettura della Sardegna tra tutte le regioni del Sud (non inteso in senso strettamente geografico, ma socio-economico). Ruiu indica nell’esistenza di tante piccole biblioteche attive e nella professionalità di tante/i bibliotecarie/i di piccoli paesi una possibile spiegazione di questa anomalia. Là dove la biblioteca esiste realmente ed è parte del tessuto sociale, spesso come unica istituzione culturale, la società cambia e l’accesso alle conoscenze sociali (ai documenti) diviene un’abitudine diffusa.

[recensione di Piero Cavaleri pubblicata su "Biblioteche Oggi" n. 35 del luglio-agosto 2017, pp. 61-63].

 

 

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IL TEMPO UGUALE: recensioni a stampa

IL TEMPO UGUALE: recensioni a stampa - Casina Morgese

Si riportano, nell'ordine, le recensioni di: Daniele Maria Pegorari, Mary Sellani, Andrea G. Laterza, Teresa Gallone, Annalisa Boni.

 E IL BIBLIOTECARIO FA I CONTI COL WEB

Il romanzo di Waldemaro Morgese

Ogni libro di Morgese è una tappa di una riflessione autobiografica, fatta attraverso episodi di vita familiare, professionale, affettiva o politica, ma anche di avventure strampalate, arrampicate sulle pagine della letteratura creativa e saggistica più amata dall’autore. Protagonista di questo romanzo è il bibliotecario Sergio, ma le sue relazioni sembrano coinvolgere ugualmente gli affetti reali e le storie ricavate dai romanzi d’avventura, dai libri di viaggio, dai manuali di scacchi, dai trattati di fisica e dalle scatole di documenti che gremiscono la casa di campagna. I personaggi di Kipling, di Molnar, di Guido da Verona, di Svevo e altri si confondono nella mente di Sergio con le persone realmente incontrate da Morgese nei viaggi internazionali compiuti per lavoro o per motivi politici. Il ricordo delle esperienze politiche, col connesso bilancio delle utopie e dei tradimenti che hanno segnato tutta una generazione, è un tema che torna frequentemente nei libri di Morgese e non poteva mancare in questo romanzo sul tempo, sul suo svolgersi senza variazioni, «anno dopo anno, generazione dopo generazione».

In Sergio questo pensiero dà origine a un giudizio sull’insensatezza della Storia, in quanto il tempo sarebbe una convenzione umana e non possiamo esser certi di distinguere ciò che esiste da ciò che è frutto di fantasia. Ma si insinua, a un certo punto, il dubbio che la ‘derealizzazione’ del mondo sia un meccanismo di distrazione, un gioco – come gli scacchi – fondato su abilità geniali, che nasconde, però, l’impossibilità di incidere nel reale. Il dubbio si affaccia, non a caso, in una riflessione sulle virtualità del capitalismo finanziario e sui giochi di ruolo di alcune piattaforme web, a cui il bibliotecario si era appassionato.

Là dove tutto è possibile nulla accade realmente, là dove si ammettono diversi regimi di temporalità la somma dev’essere sempre zero: come il conto della ‘seconda economia’ lo salda l’economia reale, così il conto della ‘seconda vita’ lo paga la vita reale, fatta di donne e uomini in carne e ossa. Sintomatico è che per reagire allo sgomento che lo prende quando pensa alla finanza, Sergio decide di fare «una bella passeggiata» nella concretezza della sua «campagna». Ma è soltanto un attimo: di fronte ai dubbi sul bilancio politico e affettivo della sua vita, Sergio rimane sospeso, bloccato nella preparazione di un gesto che non compirà.

Inventare storie, in effetti, non è la stessa cosa che cambiare la Storia.

 [recensione di Daniele Maria Pegorari apparsa su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di giovedì 16 giugno 2017].

 

IL TEMPO UGUALE

Ogni nuovo libro saggistico o narrativo di Waldemaro Morgese, biblioteconomo ed editorialista del 1945, è la nuova tappa di una riflessione autobiografica inesausta, fatta attraverso un prisma. Alcune facce rivelano episodi della sua vita familiare, professionale, affettiva o politica; altre facce chiedono il soccorso alla fantasia e spingono i ricordi e le idee sociali oltre i limiti della prassi e dell’autobiografia, per farne romanzi brevi, avventure strampalate, arrampicate nella letteratura creativa e saggistica più amata. Invero anche i suoi libri di taglio professionale o giornalistico sono piuttosto ‘intimi’, scritti con la passione di chi ha messo in gioco se stesso per le cose in cui credeva.

Che abbia vinto o perso è un altro conto, quello che importa davvero è che, finché Morgese lavora ai suoi libri, noi avremo qualcosa su cui ragionare, come in una lenta, gratificante partita a scacchi. La copertina di questo romanzo riproduce proprio una scacchiera, con gli scacchi periclitanti o già abbattuti, allusiva non solo a una delle passioni del protagonista, l’ottantenne Sergio, ma anche ai movimenti e agli incastri di questa macchina narrativa, nella quale entrano, accanto ai non numerosi personaggi,  anche i romanzi d’avventura, i libri di viaggio, i manuali di matematica e i trattati di fisica, e anche i documenti classificati e custoditi nelle scatole che gremiscono la biblioteca della casa di campagna di Sergio. I personaggi di Rudyard Kipling, di Ferenc Molnar, di Guido da Verona, di Italo Svevo e altri ancora si muovono nella mente del vecchio bibliotecario e prendono la stessa consistenza delle persone incontrate nei viaggi che l’autore ha realmente compiuto durante la sua vita, dall’Albania agli Stati Uniti, ora per lavoro, ora per motivi politici. Il ricordo delle esperienze politiche, col connesso bilancio delle utopie e dei tradimenti che hanno segnato la generazione dei sessantottini, è un tema che torna spesso nei libri di Morgese e non manca nemmeno in questo romanzo sul tempo, sul suo svolgersi senza variazioni, «anno dopo anno, generazione dopo generazione» (p. 90).

E’ un pensiero che, in Sergio, si collega alla convinzione che non esista nemmeno la morte e non per una speranza metafisica, ma per il suo opposto, cioè per l’applicazione anche all’uomo della «formula» scientifica per cui «nulla si crea e nulla si distrugge» e «la materia si trasforma in energia» (p. 89). Questo principio dà origine al sorprendente punto di vista dell’io narrante che può continuare a raccontare ciò che accade anche dopo la morte.

Se il tempo è una convenzione umana, allora non ha senso distinguere ciò che esiste da ciò che è fantasia e i giochi di ruolo degli internauti su ‘Second Life’, di cui Sergio è appassionato, hanno la stessa dignità degli accadimenti storici. Tuttavia inconsapevolmente Morgese connota Sergio con le cifre dell’irresolutezza e dell’inconcludenza, se è vero che, tanto nella prima quanto nella seconda parte del romanzo, si colgono dei passaggi che non possono non colpire il lettore.

Nella prima parte, a proposito dell’ultima avventura virtuale creata per il suo avatar, Sergio scrive: «Il guaio era che questa storia non sapevo come concluderla. Infatti col mio spirito inquieto e sempre dubbioso, difficile a esaltarsi, non conclusi la storia in modo chiaro ed edificante, piuttosto incapsulai, per così dire, tutte le intricate vicende di Marcos in una bolla di indecisione» (p. 45). Mi pare che qui si insinui involontariamente il dubbio che la fascinazione dell’ex sessantottino per la virtualità, per la derealizzazione del mondo non sia che un meccanismo di distrazione, l’abile invenzione di un gioco intelligentissimo – come gli scacchi – fondato su abilità non comuni e talvolta persino geniali, che sublima il fallimento di un progetto, l’incapacità di incidere effettualmente. Il secondo passaggio che rafforza questa mia impressione riguarda l’improvvisa melanconia provocata da Marta, la giovane compagna di Sergio, quando gli dice: «Perché non trovi anche un gioco per me, per esempio usare il pallottoliere per guadagnare in borsa? Almeno la tua cultura sarà utile per fare un po’ di soldi» (p. 62). Qui inizia una breve riflessione sul capitalismo finanziario verso le cui virtualità il bibliotecario prova fastidio e stabilisce spontaneamente un collegamento con l’astrattezza delle piattaforme web.

Là dove tutto è possibile nulla accade realmente, là dove si ammettono diversi regimi di verità e temporalità la somma dev’essere sempre zero: come il conto della ‘seconda economia’ lo salda l’economia reale, così il conto della felicità della ‘seconda vita’ lo paga la vita reale, fatta di donne e uomini in carne e ossa. Sintomatico è che per reagire al «cruccio», allo sgomento che improvvisamente lo prende quando pensa alla borsa valori, Sergio decide di fare «una bella passeggiata nella sua campagna» (p. 63: in cui è riconoscibile il luogo dell’anima di Morgese, il ‘poggio delle antiche ville’ di San Materno).

Ma è soltanto un attimo: Sergio, come già il protagonista de Il discobolo (il romanzo di Morgese edito da FaLvision nel 2015, che era proprio un bilancio generazionale), è irresoluto, di fronte ai problemi complessi e ai dubbi sul bilancio politico e affettivo della sua vita, rimane sospeso, bloccato nella preparazione di un gesto che non compirà mai. Probabile che questo carattere dei personaggi di Morgese rivendichi il bisogno di sospendere il giudizio, come per una sorta di epoché che è l’habitus di una prudente moderazione, l’affermazione di un affrancamento dai condizionamenti politici, il sogno di costruire liberamente il proprio destino individuale, posto che sia diventato impossibile cambiare le sorti reali dell’umanità o anche solo di una porzione significativa di essa. Inventare storie, in effetti, non è la stessa cosa che cambiare la Storia.

[recensione di Daniele Maria Pegorari apparsa su “Incroci” n. 36 del luglio-dicembre 2017].

 

LA MENTE OLTRE IL TEMPO E I CONFINI

Di Waldemaro Morgese, saggista, scrittore ed editorialista di EPolis Bari, è uscito di recente “Il tempo uguale” (Les Flaneurs edizioni, 96 pagine, 10 euro), un testo che è la terza tappa di una trilogia narrativa a sfondo probabilmente autobiografico, dopo “Multitask” (Edizioni dal Sud, 2014) e “Città buie” (Il Grillo editore, 2015). E come i precedenti anche questo libro sembra fatto di libri, tanti sono i rimandi alla letteratura di tutti i tempi che si ritrovano nel racconto del protagonista, Sergio, lettore assiduo fin da bambino, cresciuto in un ambiente familiare colto, in una casa ricca di libri accumulati da generazioni. Nulla di meglio per accompagnare la formazione di un fanciullo che aveva fame di sapere e di avventure intellettuali, potendo contare sul privilegio privato di nutrire la sua mente nella vasta scelta tra letteratura alta, libri per l’infanzia, volumi di scienza, ed anche fumetti, tra i quali il preferito era Tex Willer. E se è vero, come diceva il grande Borges, che “i libri sono crocevia e confluenza di innumerevoli relazioni”, Il tempo uguale racconta episodi della lunga vita di Sergio, storie che lui rievoca durante gli anni trascorsi nel suo ritiro di campagna, e che si confondono quasi con le sue letture di altre storie, tutto preso com’era dal desiderio di osare nell’ignoto,

d’inoltrarsi in territori sconosciuti, giacché la lettura dona appunto il piacere di far assaporare anche ciò che appartiene ad altri, all’alterità. Finché, nell’età matura, quando ormai l’impegno di Sergio nella vita attiva è terminato, per non appiattirsi nel disincanto e nella mancanza di stimoli propri della senescenza, egli scopre, oltre il piacere della lettura, pure quello della “seconda vita” virtuale che l’informatica oggi può offrire attraverso la costruzione di storie fantastiche da collocare liberamente nel passato, nel presente o nel futuro: una specie di gioco imbastito con altri internauti con cui ipotizzare persino l’avvento di una specie umana resa immortale grazie a scoperte scientifiche avveniristiche, le quali consentono per esempio l’inserimento nel corpo umano di protesi artificiali in sostituzione di organi malati. Se dunque - come intuisce Sergio - la malattia e la morte possono essere vinte, ciò vuol dire che l’immortalità sconfiggerà anche il tempo.

Su questa base concettuale, fondata sulla possibilità della mente di navigare nei mondi virtuali, sta il significato del titolo del libro di Morgese, Il tempo uguale, dove il tempo non scorre in maniera lineare, per cui, forse, il tempo non esiste affatto, ma è solo una nostra percezione. Un fenomeno considerato in

fisica quantistica - secondo cui spazio e tempo non sono altro che energia allo stato puro, indistinguibile tra passato, presente e futuro - che consente dunque di osservare il nostro lascito, ovvero l’esistenza che continua nei ricordi che abbiamo abbandonato, e nella vita dei nostri cari rimasti dopo di noi. Tale è appunto

il finale del libro in cui Sergio si racconta dopo la sua dipartita, in un monologo immaginario verso il proprio figlio. Chissà, forse tutto ciò è un dispositivo inventato come strumento consolatorio, pertanto, a fine lettura, non sappiamo se il bisogno di raccontare dell’autore, come in genere l’arte di scrivere storie,

sia originato dalla volontà di ogni scrittore di amare la vita anche quando si sta per perderla, oppure dal timore di fare un bilancio vero e proprio, di intraprendere cioè un viaggio d’introspezione nella propria interiorità, in un movimento dal buio verso la luce, un chiaroscuro nelle crepe dell’esistenza con cui, prima o poi, tutti noi umani dovremo fare i conti. A questo punto conveniamo con Borges che, “siccome la nostra vita è un enigma, a risolverla vale soltanto un incanto o una fiaba”.

 [recensione di Mary Sellani apparsa su “EPolis Bari” del 15 dicembre 2016].

 

IL TEMPO UGUALE

Un provetto saggista passato con successo alla narrativa. Waldemaro Morgese, dopo aver pubblicato “Multitask”, “Città Buie” e “Il discobolo”, lo scorso 18 novembre ha presentato il suo nuovo romanzo “Il tempo uguale” (pagg. 90, Les Flaneurs Edizioni) presso la Libreria Culture Club Cafè di Mola, alla presenza di un ampio pubblico e la partecipazione di Antonella Linsalata, docente; Maria Michela Brunetti, pittrice; Vincenzo D’Acquaviva, scrittore; con le letture di alcuni brani a cura dell’attrice Paola Martelli.

Il libro, che si avvale dell’illustrazione dei preziosi disegni della prof.ssa Antonella Linsalata, si divide in due parti: “Le storie che mi hanno attraversato” e “Le storie dopo di me”.

La prima parte è un tuffo nella memoria di Sergio, l’io narrante, alter ego di W. Morgese. Una memoria che si dipana attraverso il vivo ricordo delle letture dell’infanzia e dell’adolescenza, molte ritrovate nella vasta biblioteca della casa di campagna.

Ed è quella biblioteca, autentico scrigno di un passato indispensabile per leggere il futuro, che consente a Sergio, ormai giunto alla vecchiaia, di riandare indietro nel tempo e di riannodare i fili di una vita vissuta si potrebbe dire, con un termine ormai desueto ma sempre efficace, da “intellettuale organico”.

Un intellettuale impegnato a capire e a parteggiare per le lotte degli ultimi, come nel periodo romano dei primi Anni Settanta, quando Sergio si schiera con i baraccati della borgata dell’Acquedotto Felice e ripensa a distanza di tanto tempo alle parole di un “prete combattente” e al suo anatema contro i ricchi dell’epoca. Le memorie di Sergio non si limitano ai libri dell’età verde, ma riportano alla sua mente viva di anziano, attivo e partecipe, i tanti viaggi vissuti nell’età matura. Due su tutti: quello nel Paese delle aquile, l’Albania, e quello in America.

L’Albania, vissuta da Sergio come la “madre affettiva” di tutti i suoi viaggi, viene descritta come un Paese bellissimo, ricco di paesaggi da capogiro, di incredibili reperti storici e di arte diffusa. Il suggello ai suoi viaggi, al di là dell’Adriatico, viene messo dall’incontro con il romanziere albanese Skender Drini e con le grandi platee di giovani italiani ad ascoltarlo grazie allo slancio organizzativo di Sergio.

Negli Stati Uniti, alle prese con un progetto multiculturale tra Canada e Russia, Sergio ritrova uno dei suoi ricordi più cari: in un teatro newyorchese, mentre assiste ad una pièce teatrale, si commuove pensando al nonno materno che, nel lontano 1924, diresse al National Theatre la “Sonnambula”, con la nonna soprano.

I ricordi tangibili di Sergio si intrecciano però con una seconda vita, un’esistenza parallela che si svolge nella mente dell’uomo: pur nella tranquillità del suo “buen retiro” nella campagna pugliese, egli non disdegna di intraprendere viaggi nel tempo e nello spazio, forgiando personaggi immaginari eppure per lui concreti. “Il vantaggio eccezionale è nella potenzialità immensa delle possibilità di vita dei miei personaggi: sono sovrumani, perché posso fargli fare qualunque cosa, possono essere i protagonisti di trame che costruisco a volontà. Se le fermo sulla carta o in un file, le loro vicende valgono quanto quelle vissute concretamente”.

Marcos è l’essere impermeabile alla dimensione spaziale, l’eroe trans-umano che cammina sul filo del tempo: dagli “anni di piombo, da solo, in un mondo popolato di dinosauri per poi proiettarsi nel Tremila.

In un’epoca dilatata dalla scienza verso l’immortalità, che ha ibridato gli uomini in esseri robotici simil-umani, Marcos è il post-umano vittorioso sulle malattie e la morte e allo stesso tempo il Robin Hood del futuro che lotta contro i custodi silenziosi dei segreti dell’ibridazione e i proprietari anonimi delle società tecnologiche padroni del trans-mondo, la società non più umana del Tremila.

I giochi della mente di Sergio devono però fare i conti con l’incedere dell’età: l’alter ego dello scrittore capisce che “ora il problema è di far decantare la mia vita, non tanto di implementarla o rinnovarla”.

Ed è così che, complice un amore improvviso per Marta, una giovane donna, Sergio ottiene un grande dono: un figlio. Spartaco, questo è il nome del bimbo: come auspicio per una persona fiera, coraggiosa, generosa, ribelle.

Quel bambino è la luce inaspettata che rischiara la vita di Sergio giunta alla sua ultima fase: “un figlio è luce pura, quindi rischiara tutto attorno, anche ciò che sembra già chiaro”.

Ed è quel figlio, che crescendo raccoglierà l’eredità intellettuale e morale di Sergio, a dare al protagonista del romanzo un’intima serenità. Quella che gli consente di travalicare il suo viaggio finale con una solida certezza: la vita continua nella memoria degli altri, in un tempo che non esiste, e che si snoda sempre uguale a se stesso per fecondare nuove esistenze.

[recensione di Andrea G. Laterza apparsa su “Città Nostra” n. 159 del dicembre 2016].

 

WALDEMARO MORGESE PRESENTA IL NUOVO ROMANZO “IL TEMPO UGUALE”

Collaborazione congiunta fra Libreria Barcadoro e Presidio del Libro di Rutigliano

Riprendono in veste nuova e interdisciplinare i consueti appuntamenti letterari patrocinati dalla Libreria Barcadoro, ora in collaborazione con il Presidio del Libro di Rutigliano. Protagonista dell’evento di giovedì 9 febbraio scorso lo scrittore saggista Waldemaro Morgese, già ospite lo scorso anno con l’opera “Città buie” (Il Grillo editore), ha presentato il romanzo breve “Il tempo uguale” (Les Flãneurs edizioni).

L’impeccabile lettura di Paola Martelli ha impreziosito l’incontro con il contributo di Antonella Linsalata, docente di Storia dell’Arte e illustratrice. L’evento, svolto presso il ristorante La Vite Bianca, è stato condotto e moderato dalla dottoressa Angela Redavid. Presenti anche Paola Borracci, responsabile del Presidio del Libro di Rutigliano e l’editore Alessio Rega.

L’incontro è stato aperto in medias res, privo della canonica introduzione, dalla lettura di uno stralcio dell’opera. Il passo ha presentato all’uditorio Marcos e Mara, rivoluzionari attori di una storia di assoluta bruciante passione. L’assenza di un preludio ha contribuito a catalizzare l’attenzione del pubblico e a immergerlo in un’atmosfera fluida, resa ancor più suggestiva dalla proiezione delle illustrazioni di Antonella Linsalata.

La presenza dei disegni, fatto inconsueto e innovativo, ha svelato la doppia natura dell’opera di Morgese, non un semplice romanzo accompagnato da illustrazioni ma intreccio fra parole e immagini. Incalzato dalla moderatrice, l’autore ha condiviso la sua intenzione di creare un “libro nel libro”, di far sì che il tradizionale sviluppo narrativo fosse materia di creazione di un ulteriore nucleo fatto di immagini. Parola e immagine si fondono e allo stesso si discostano, caratterizzate ognuna dall’individualità dei rispettivi autori e dal rapporto di questi con i personaggi dell’opera.

La liquidità del romanzo di Morgese si riflette anche nel protagonista, Sergio, uomo fatto di storie e creatore di storie, fermo fisicamente in un contesto quasi atemporale, il suo rifugio di campagna e lanciato con la mente avanti e indietro nella linea del tempo, alla continua ricerca di storie vere, inventate, perdute nella memoria. La razionalità e la fantasia del protagonista non si combattono fra loro ma si compenetrano. La capacità logica di Sergio è madre di speculazione che portano la mente lontano. La carica delle riflessioni ha bisogno di mezzi di espressione e di concretizzazione. Così nascono i personaggi del personaggio, creazioni del protagonista, simboli di viaggi in avanti e indietro nel tempo e nella memoria. A questo proposito Antonella Linsalata ha condiviso con il pubblico la sua propria visione del protagonista del romanzo di Morgese. A suo dire Sergio potrebbe essere ben rappresentato da una scacchiera, simbolo di razionalità. Sul piano della scacchiera i pezzi non sono posizionati ma in movimento e non monocromatici, metafora della fantasia in perenne fermento del protagonista. Questa visione è stata fermata in illustrazione e va a costituire la copertina del romanzo. Il lavoro di Antonella Linsalata non si è limitato alla copertina ma si snoda per tutta l’opera con la ricorrenza di figure topiche: la libellula variopinta, altro simbolo della fantasia di Sergio e animale ricorrente all’interno del romanzo, la figura materna, personaggio chiave, donna amata dal protagonista, il bambino, frutto dell’amore fra Sergio e la fanciulla. Nelle illustrazioni di Antonella Linsalata madre e figlio formano una monade separata dalla figura del padre, lontano ma sempre graficamente proteso verso gli altri due personaggi.

Pur essendo fermo, Sergio può viaggiare nel tempo. Il suo corpo è immobile nella biblioteca ed è proprio questo luogo a dargli allo stesso tempo fondamenta e mezzi per viaggiare. La cultura forma il senso critico e la curiosità, la carta stampata ferma il passato per sempre. Così il protagonista di Morgese vive saltando fra gli episodi del passato che la lettura gli rammenta e le riflessioni sul futuro che lo inducono a creare altre storie e a indovinare come il tempo si evolverà quando lui sparirà, quando l’uomo si estinguerà. Nelle illustrazioni di Antonella Linsalata ricorrono a questo proposito altre due immagini simbolo, i libri che si dispiegano verso l'orizzonte lontano e la mongolfiera. I libri vanno a rappresentare le fondamenta dell’individualità ma anche la spinta verso mete indefinite, quelle della fantasia e della speculazione, fuori dal tempo e dallo spazio. Qui l’illustratrice ha collocato il figlio di Sergio, diretta emanazione del padre, viaggiatore anche lui con la mente e con il corpo.

Dopo ulteriori letture di stralci del romanzo accompagnate dalle illustrazioni di Antonella Linsalata, la moderatrice Redavid ha spostato l’attenzione su ciò che a suo dire renderebbe attuale il romanzo di Morgese, gli accenni alla realtà virtuale e alla speculazione filosofico scientifica.

L’autore ha definito inevitabile la presenza della realtà virtuale perché parte del reale. La realtà della rete non è tangibile ma presente, ha le sue dinamiche e le sue leggi e permea la vita di ognuno. I personaggi creati da Sergio vivono vera vita nella realtà virtuale che rimescola e dà nuova vita alle sue speculazioni. Secondo Morgese la vita della rete non è nient’altro che dimensione di protezione dell’individuo e di reificazione delle proprie fantasie, complice anche l’assenza di tempo determinato e scandito. Di qui anche la presenza di riferimenti scientifici e filosofici all’esistenza e al ruolo del tempo nella vita umana e nell’universo.

Il gioco fra sviluppo diacronico della narrazione e speculazione proiettata verso un orizzonte temporale indefinito ha colpito Paola Borracci. Il responsabile del Presidio del Libro di Rutigliano ha definito il romanzo di Morgese come intreccio di generi, punto di partenza per riflessione che abbraccia varie discipline. In virtù di questa natura composita anche la presentazione dell’opera è stata organizzata in modo interattivo, capace di coinvolgere il pubblico in una fruizione di più ampio respiro.

Il procedere dell’evento non ha fermato la creatività di Antonella Linsalata che in conclusione ha mostrato un’illustrazione nata in itinere, una triade di personaggi legata all’immagine del libro.

[recensione di Teresa Gallone apparsa su “Rutiglianoonline” n° 6 del 18 febbraio 2017, pag. 5].

 

AVVINCENTI SCHEGGE DI MEMORIA CHE METTONO AI FERRI CORTI PROUST

Al centro dei ricordi, il rapporto tra l’io e la storia, il tempo privato e i tempi storici

 ‘Tempus fugit’, ‘non si ha più tempo’. Queste frasi fanno ormai parte della nostra quotidianità sebbene dovrebbero invogliarci a prendere e trovare il tempo utile e necessario per riflettere. Le riflessioni possono essere di varia natura e vertere sul nostro percorso personale e/o ponderare sul tempo storico che ci è dato attraversare.

Il rapporto speculare tra l’io e la storia, il tempo privato e i tempi storici è al centro dell’ultimo romanzo di Waldemaro Morgese ‘Il tempo uguale’. Il tempo è infatti il protagonista principale di questo scritto che è costruito intorno a Sergio, il narratore omniscente, e ai suoi ricordi che si snodano lungo un periodo che va dalla fine degli anni cinquanta fino ai nostri giorni. Questi ricordi, tuttavia, rimandano ad altri periodi storici quali l’impero romano o la seconda guerra mondiale. Queste schegge di memoria affiorano in superficie quando Sergio rievoca le letture fatte in varie fasi della sua vita.

I libri sono indiscutibilmente i deuterogonisti di questo romanzo abilmente costruito in due parti: la prima presenta otto capitoli, la seconda tre. Le letture del bimbo, del giovane e uomo Sergio offrono al lettore un doppio sapore che va aldilà della ‘madeleine’ di Proust. La valenza duplice giace principalmente sul legame intrinseco che esiste tra i ricordi/la memoria / le memorie della voce narrante e il Tempo. Il ricordare e raccontare svelano al lettore l’io privato di Sergio e il tempo/tempi storici legati alle diverse fasi della sua vita. Ai momenti storici si affiancano ugualmente molteplici luoghi: la casa familiare, Roma, l’Albania, gli Stati Uniti per terminare nella casa di campagna che diventa il locum per eccellenza in quanto depositario di tutte le memorie anche perché possiede una ricca biblioteca. Quest’ultima diviene il locum sacrum della casa e territorio prediletto dal figlio di Sergio avuto in tarda età. Qui il giovane si isola, legge, impara, riflette. I passaggi dedicati alle letture del figlio di Sergio fanno eco a delle riflessioni dello sfortunato poeta russo del secolo scorso Ossip Mandelstam. In una raccolta di sue considerazioni ‘Il rumore del tempo’, scritte nel 1923 in Crimea, egli consacra un capitolo alla biblioteca familiare. Mandelstam afferma che la biblioteca della prima infanzia è un compagno dell’intera vita di una persona. La disposizione degli scaffali, le varie collezioni di opere fanno parte dell’immaginario di un individuo. Mandelstam proferisce anche che, nel suo ricordo della biblioteca di famiglia, lo scaffale più basso offriva sempre un’immagine di caos: i libri sembravano essere adagiati su delle rovine ma via via che lo sguardo si spostava verso l’alto, i libri erano ben posti e ordinati.

Waldemaro Morgese ha anche immaginato un scenario post mortem in cui forse si ritrova un senso alle cose ritornando a leggere e a meditare. Tutti coloro che si sono formati grazie alle letture devono essere grati a Waldemaro per averci donato delle pagine squisite e un’illusione d’immortalità.

[recensione di Annalisa Boni apparsa su “Quotidiano di Bari” di venerdì 9 giugno 2017].

 

“IL TEMPO UGUALE” DI MORGESE CHE CI FA SOGNARE L’IMMORTALITÀ

Il rapporto speculare tra l’io e la storia, il tempo privato e i tempi storici è al centro dell’ultimo romanzo di Waldemaro Morgese, Il tempo uguale (Les Flaneurs Edizioni, Bari 2016). Il tempo è infatti il protagonista principale, costruito intorno a Sergio e ai suoi ricordi.

Le letture del bimbo, del giovane e uomo Sergio offrono al lettore un doppio sapore che va aldilà della ‘madeleine’ di Proust. Il ricordare e raccontare svelano al lettore l’io privato di Sergio e il tempo/tempi storici legati alle diverse fasi della sua vita. Ai momenti storici si affiancano ugualmente molteplici luoghi: la casa familiare, Roma, l’Albania, gli Stati Uniti per terminare nella casa di campagna. Quest’ultima, con una ricca biblioteca, diviene un locum sacrum, anche territorio prediletto dal figlio di Sergio avuto in tarda età. Qui il giovane si isola, legge, impara, riflette. I passaggi dedicati alle letture del figlio di Sergio ricordano le riflessioni dello sfortunato poeta russo del secolo scorso Ossip Mandelstam. In una raccolta di sue considerazioni, Il rumore del tempo, scritta nel 1923 in Crimea, il poeta consacra un capitolo alla biblioteca familiare: intesa come un compagno dell’intera vita di una persona.

Waldemaro Morgese ha anche immaginato un scenario post mortem, in cui Sergio sopravvive a se stesso (sotto forma di energia? non sappiamo). Oltre la morte forse si ritrova un senso alle cose ritornando a leggere e a meditare: siamo grati all’Autore perché ci ha donato pagine squisite e un’illusione d’immortalità.

[recensione di Annalisa Boni apparsa su “EPolis Bari” di venerdì 16 giugno 2017].

 

 

 

 

 

 

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