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"ROSSO MELOGRANO" DI GIULIA POLI DISANTO

"ROSSO MELOGRANO" DI GIULIA POLI DISANTO - Casina Morgese

"Rosso Melograno",  il nuovo romanzo di Giulia Poli Disanto, è stato presentato a Mola di Bari, il 6 giugno 2018 presso Casina Morgese, nell'ambito della rassegna "Baricentro di cultura in collina" - XVI edizione - promossa dall'Associazione Onlus "Le Antiche Ville" e dall'Ecomuseo del Poggio di Mola di Bari, con InfinitART.

Waldemaro Morgese, presentatore del romanzo nell'occasione, ha scritto su di esso una breve recensione che si riporta di seguito.

Giulia Poli Disanto con Rosso Melograno (Il Grillo Editore, 2018, pagg. 216) dedica il suo romanzo a tutti coloro che “sono alla ricerca di una Patria e che decidono di cambiare la propria vita”. Manifesta questo suo sentiment, ricco di patos e volitivo, attraverso la storia di un profugo curdo, il piccolo (bicuk) Serush, appartenente ad una famiglia di “audaci” per carattere: “perché sognava la conquista di un Paese unico, dove mettere radici”, una regione “che potesse essere riconosciuta anche come Stato e che fosse in grado di eliminare le tante disuguaglianze sociali, come pure i matrimoni delle fanciulle, o lo scambio di donne tra famiglie”. Ma questo sfondo geopolitico (un popolo senza patria di oltre 20 milioni di persone divisi fra 5 Paesi), pur presente nel romanzo, resta – appunto – sullo sfondo, mentre emerge prepotente e a suo modo meravigliosa la figura dell’audace ragazzo – novello Ulisse - che trasmigra fra Kurdistan, Iraq, Siria, Italia e di nuovo Iraq in un susseguirsi di vicende avventurose, in alcuni casi drammatiche, sempre avvincenti.

E’ curioso che il romanzo di Giulia Poli Disanto sia stato pubblicato nello stesso anno in cui un ormai prolifico nume tutelare della letteratura curda della diaspora, Bachtryal Alì, ha pubblicato in traduzione italiana (edizioni Chiarelettere) e presentato al milanese Tempo di libri il suo L’ultimo melograno, già scritto in dialetto curdo “sorani” nel 2002. Nel romanzo di Bachtryal Alì il protagonista si chiama Muzafari Sublidan ed è anch’egli un audace figlio del Kurdistan.

La struttura del romanzo di Giulia è accattivante (39 brevi capitoli) e consente di superare agevolmente l’impegno che comporta la lettura di un’opera abbastanza ponderosa, densa perché ricca di riferimenti e di vicende. A questo proposito, l’Autrice ha di certo superato brillantemente una prova per così dire “salgariana”: perché il suo districarsi fra i luoghi del Kurdistan, dell’Iraq e della Siria (da lei non conosciuti direttamente, come per sua stessa ammissione), compresi gli usi e costumi e la gastronomia, è sul serio ammirevole! Questo topos è tipico di quanti anelano a percorrere plaghe nuove, della geografia ma anche del pensiero e la tecnica “salgariana” rappresenta una chiave di soluzione sovente praticata: in questo caso, ripeto, in modo perfettamente riuscito.

Il melograno è per i curdi (ma in generale per molti popoli) simbolo di fecondità e libertà, solidarietà e amore ardente: sovrasta tutto il romanzo, i cui squarci caratterizzati da simbolismi sono più di uno, insieme agli echi letterari – consapevoli o meno – che potremmo far risalire all’omeriana Odissea, a Dostojevski, a Garcia Marquez e alle Mille e una notte (citato esplicitamente perché acquistato da Layla, un personaggio del romanzo, in un suk del suo villaggio).

Il fulcro tematico del romanzo, che ne fa un’opera di spessore, è racchiuso in una dicotomia lacerante: lotta armata o cultura e pace? Questo dilemma è rappresentato solarmente dall’Autrice, messo in bocca a Goran il poeta, apparentemente lo zio di Serush, di cui il nostro protagonista segue le orme: “Sai, Serush, avevo vent’anni e tanta voglia di cambiare il mondo, quando nel 1978 incominciarono i primi dissidi con l’Itar. Allora, feci la scelta più importante della mia vita. Scelsi di continuare gli studi invece di entrare nella lotta armata o di portare al pascolo le bestie come faceva mio fratello Rêzan. Ero convinto, e lo sono ancora, che solo attraverso la cultura e la pace i popoli possono crescere e imparare ad amarsi”. E’ questo passo (pag. 93), il cui nocciolo tematico è ripreso a pag. 171, il nucleo “duro” del romanzo: una opzione neoilluministica forte e chiara. Il che non significa per l’Autrice svalutare la lotta dei curdi, tutt’altro, ma arricchirla di possibilità, inserirla in un più vasto orizzonte.

Rosso Melograno è un nuovo riuscito esempio di quella che è stata definita (da Armando Gnisci) la “letteratura della migrazione”, o “letteratura migrante”, che si suole datare, in Italia, a partire dall’assassinio di Jerry Essan a Villa Literno nell’agosto 1989 (prima di questa data forse l’unico esempio è stato il Pasolini cantore delle borgate romane, popolate di personaggi stranieri, a cui Claudio Giovannesi si è ispirato per il suo film Alì ha gli occhi azzurri del 2012). Letteratura oggi ormai ricca di testimonianze, non solo di autori stranieri che hanno pubblicato prima con l’ausilio di traduttori poi direttamente in lingua italiana, ma anche di autori italiani. Citerei Alì Elisani, Khaled Hosseini, Mohsin Hamid, Alberto Pellai, Maria Bellu, Igiaba Scego, Domenico Quirico, Fabio Geda, Pap Khouma, Ruggero Pegna, Irena Bregna, Giuseppe Catozzella e altri: un genere attraverso cui si produce un interessante scontro/incontro fra culture e che oggi sembra particolarmente attuale.

 

 

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NELL'EPOCA DEI POPULISMI LE RIFORME ISTITUZIONALI SONO LA NECESSITA'

NELL'EPOCA DEI POPULISMI LE RIFORME ISTITUZIONALI SONO LA NECESSITA' - Casina Morgese

LA CRISI E I POPULISMI LEGAME A DOPPIO FILO/MACROREGIONI COSÌ RIPARTE IL NOSTRO PAESE.

Il fenomeno dopo gli USA ha investito l’Europa, ma il vero nodo è quello delle riforme istituzionali. Per realizzare una forma di stato federale bisogna superare schemi illiberali e populisti.

[Rubrica Multiverso di Waldemaro Morgese, su EPolis Bari inweek del 20 e 28 luglio 2018.]

La rivista «Foreign Affairs», magazine statunitense di geopolitica alquanto autorevole, si è interessata alla sorte dei Paesi di democrazia “liberale” a fronte di quelli “autocratici” sostenendo che il  PIL di questi ultimi potrebbe presto segnare il sorpasso, mentre vari opinionisti e studiosi cominciano a elaborare analisi che riconcettualizzano e attualizzano l’epocale confronto che oppose nel Novecento il “mondo libero” al “blocco comunista”: un confronto che assunse – si ricorderà – aspetti anche di vero e proprio agonismo giocato nello spazio (lo sputnik con Jurj Gagarin, lo sbarco sulla Luna con Neil Armstrong…).

Oggi la “guerra fredda” assume altri contorni, profondamente mutati e, dal lato del campo che fronteggia le democrazie liberali, ha alcune teste di ponte molto significative: Cina, Russia, India ad esempio. Non c’entra più il comunismo ma l’illiberalismo delle forme di governo resta immutato. Yascha Mounk, politologo tedesco che insegna ad Harvard, ha individuato la causa scatenante il successo populista: finché negli USA si è avuto un costante aumento degli standard di vita, la democrazia ha retto, ma con il diffondersi della crisi ecco che nelle presidenziali ha prevalso Donald Trump. Nei paesi dell’UE la situazione è analoga e il successo delle forze populiste, chiaramente illiberali, risiede in queste identiche dinamiche (“Popolo vs democrazia”, Feltrinelli 2018). Consiglierei al lettore di leggere “Il muro invisibile”, lo sconvolgente réportage di Tonia Mastrobuoni apparso su «la Repubblica» del 15 giugno scorso sulla situazione della Germania e sul successo delle forze populiste in tutta la ex RDT: può insegnare qualcosa anche all’Italia, specie a noi del Sud. Così come è utilissimo il servizio “Populisti di tutto il mondo (dis)unitevi”, apparso sul magazine del Corsera «La Lettura», che nel numero dell’8 luglio radiografa paesi a incipiente o stabilizzato populismo come il Messico, gli USA, La Cina, le Filippine, la Svezia, il gruppo Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), la Turchia, l’Olanda. In questa situazione non sorprende che un brillante storico liberal come Mark Lilla, docente nella Columbia University di N.Y., scriva di capire perché i cittadini europei, stretti fra i diktat della lontana Bruxelles e l’immigrazione di massa, abbiano l’impressione di non poter controllare il proprio destino collettivo e siano pronti “a considerare il ricorso a mezzi non democratici” (“L’identità non è di sinistra”, Marsilio 2018).

E’ questo il panorama preoccupante in cui si iscrive la probabile incipiente apertura in Italia di una nuova fase di riforme istituzionali, dopo il fallimento di quella radicale tentata dal governo Renzi, annunciata dal ministro in carica per la “democrazia diretta” con l’idea di ridurre i parlamentari a 600 in tutto: ma avremo modo di tornare sull’argomento nel prossimo Multiverso.

In un articolo di un paio di mesi fa (su “l’Espresso” del 6 maggio 2018), intitolato “Nani sulle macerie”, Massimo Cacciari ha ridicolizzato le “nuove” Repubbliche che ci si inventa ad ogni tornata elettorale ed ha auspicato che, quando si andrà a nuove elezioni, esse diano luogo ad un Parlamento «in cui ci si impegni a realizzare un nuovo ordine repubblicano, attraverso un confronto che almeno assomigli a quello che ebbe luogo nel ‘46».

E’ il tema delle riforme istituzionali, più volte tentate. Da ultimo quelle del governo Renzi sono fallite sull’onda di un referendum in cui i cittadini italiani hanno segnato “no” per disarcionare l’ex presidente del Consiglio non tanto le riforme.

Oggi questo tema riappare in un contesto geopolitico ed economico del tutto nuovo. Mettiamola così. Prima della nascita del governo Lega-M5S una quasi-spia come il putiniano Guryev lanciava i suoi ami con la copertura del sentimento nicolaiano di migliaia di ortodossi russi (teatro delle operazioni: Bari, patria di san Nicola) ma senza l’ammiccamento governativo italiano, esattamente come accadeva anche per i gruppi di preghiera animati dalla quasi-spia russa Maria Butina, affascinante ventinovenne cui invece era stato assegnato il teatro USA. Ora però, con governi in carica chiaramente filo-Putin a Roma come a Washington, urgono innovazioni radicali ben precise.

Nel nostro Paese stanno emergendo due proposte. La prima è del governo: il ministro M5S della “democrazia diretta” intenderebbe facilitare l’istituto referendario (abolendo il quorum per quello abrogativo) nonché le leggi di iniziativa popolare (con l’obbligo di loro discussione e votazione da parte delle Camere) e ridurre il numero di parlamentari (dagli attuali 945 effettivi a 600). La seconda vede protagonista il costituzionalista Giovanni Guzzetta supportato dall’associazione “Nuova Repubblica”. Consiste nell’elezione diretta del presidente della Repubblica attraverso un referendum di indirizzo e una successiva Assemblea costituente che modifichi la costituzione vigente: il tutto con lo strumento di una proposta di legge popolare depositata proprio in questi giorni presso la Cassazione, in attesa di raggiungere le firme necessarie.

Chi scrive è propenso da sempre alla revisione della Costituzione, fin da quando Pietro Ingrao propugnò il monocameralismo: ciò lo scrivo a scanso di equivoci (anzi non comprendo a cosa serva ridurre i parlamentari lasciando intatte le due Camere!). Ma ritengo necessario, in un contesto attuale di innamoramento per stati o governanti populisti e illiberali, evitare il più possibile che le modifiche finiscano per profilare una nuova Repubblica sì, ma stretta fra volontà diretta dei cittadini alla base e comando di uomini soli al vertice. Questo inconveniente dunque dovrebbe essere bilanciato dalla nascita, tra base e vertice, di un forte tessuto di governi decentrati, vale a dire da un numero ridotto di macroregioni che profilino finalmente una moderna forma di stato federale. 

 

 

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28-06-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A CASSANO MURGE

28-06-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A CASSANO MURGE - Casina Morgese

Giovedì 28 giugno 2018 nella Biblioteca Comunale di Cassano delle Murge è stato presentato il volume di Waldemaro Morgese "Il mondo è di tutti. L'Italia fra Europa e globalizzazione" (Edizioni dal Sud). L'evento si è svolto nell'ambito della celebrazione-festa del terzo anno di vita dell'Ecobiblioteca di Cassano e del quinto anno di attività del Circolo Legambiente di Cassano. Insieme al libro di W. Morgese è stato presentato anche "Alla scoperta della Green Society" di Vittorio Cogliati Dezza. Ha introdotto gli autori e svolto il dialogo con loro la giornalista Marilena de Nigris (redattrice del magazine Volontariato Puglia e direttrice responsabile del mensile CSV San Nicola). Successivamente i partecipanti, in folto numero, hanno presenziato all'inaugurazione nei giardini di Cassano di una Free Little Library.

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23-06-2018: "LECCE HOMO" A MOLA DI BARI

23-06-2018: "LECCE HOMO" A MOLA DI BARI - Casina Morgese

Sabato 23 giugno 2018 presso la Libreria Culture Club Café di Mola di Bari è stato presentato il romanzo di Peter Genito “Lecce Homo” (Robin Edizioni, 2016). Ha introdotto Waldemaro Morgese, ha letto brani Angela Redavid (che si è offerta volontariamente). W. Morgese ha dialogato con l’Autore, che ha recato ulteriori elementi di riflessione e di comprensione dell’opera.

Secondo il presentatore si tratta di un chiaro “romanzo di formazione” (Bildungsroman) ove l’Autore si immedesima frazionalmente nei personaggi principali: il commissario Oronzo Mazzotta e i fratelli Martino e Alessandro. Il romanzo presenta anche elementi tipici del genere giallo (un cadavere, un commissario che indaga, la soluzione dell’evento delittuoso a fine romanzo), senza però esaurirsi affatto nel genere. Costruito integralmente con la tecnica di un equilibrato altalenarsi di flash-back, in una prosa accattivante, con più di un io narrante, presenta alcuni focus evocativi importanti, ben amalgamati nella più complessiva scrittura.

W. Morgese li ha elencati così:

1) i segni, molto robusti, del romanzo di formazione, in complesso forse addirittura sovrabbondanti (nell’eterno conflitto fra vita e letteratura, vita e arte, qui prevale di certo l’arte…): si tratta precisamente di un numero folto di citazioni letterarie (titoli di libri e in qualche caso brani, con una enfasi per “L’uomo in rivolta” di Albert Camus e per “La Vita Nova” di Dante Alighieri), musicali e cinematografiche (in questo ultimo caso solo residualmente), che di certo scandiscono la parabola di vita dei personaggi-Autore;

2) la presenza della natura declinata con maestria e qualche eccellente empito poetico in tre paesaggi topici: il Nord brumoso (i paesaggi piemontesi di nord-est), la Toscana con il suo “cielo etrusco”, il Salento pugliese nelle parti marine ma anche nelle tracce barocche;

3) una vena essoterica, per la presenza di una citazione di fascino, vale a dire la leggenda della bell’Alda di San Michele Arcangelo, angelo e strega, ma anche per un richiamo che a ha a che fare con la vita oltre la morte, sia pure introdotto a contrario (“ma io non ho mai creduto all’esistenza dell’anima e alla sua sopravvivenza oltre la morte dei corpi”), nonché per la vaga possibilità che le tecnologie possano compiere il miracolo del ritorno di chi non c’è più (il che introduce anche una leggera vena-thriller nel romanzo);

4) una forte critica sociale, specie riguardo alle difficoltà di una intera generazione – quella dell’Autore, nato nel 1972 – a realizzarsi: “la sua vita era sospesa tra la disperazione di una generazione soffocata in ogni prospettiva di sviluppo sociale e la speranza di fare radici, metter su famiglia”;

5) una forte critica politica (forse elemento un po’ sovrapposto), cui contribuisce anche l’intreccio del romanzo per il fatto che le indagini del commissario Mazzotta, rivolgendosi a sospettare un potente della politica, sono ostacolate dal procuratore di turno che vorrebbe insabbiarle, ma vivificata anche dagli accenni alla “Milano da bere”.

Questi focus sono in realtà la vera intelaiatura (il vero intreccio) del romanzo, che quindi acquista spessore di contenuto, che si aggiunge allo spessore della scrittura.

Sono riconoscibili evidenti echi, consapevoli o meno, di alcuni capisaldi letterari: Silvia Avallone con la sua “Marina bellezza”; Pier Vittorio Tondelli con il suo “Camere separate” (in “Lecce Homo” l’omosessualità ha una presenza forte, anzi fortissima); e, per gli aspetti essoterici, la serie TV “Black Mirror” con l’episodio “Be right back” e il film di Giuseppe Tornatore “La corrispondenza”.

La presentazione ha avuto una notevole presenza di pubblico e al suo termine si è sviluppato un vivace dibattito.

 Nella foto: a sinistra Peter Genito, a destra Waldemaro Morgese.

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31-05-2018: "IL TEMPO UGUALE" A POLIGNANO

31-05-2018: "IL TEMPO UGUALE" A POLIGNANO - Casina Morgese

Giovedì 31 maggio 2018 a Polignano a Mare (BA), presso la Biblioteca Comunale "Raffaele Chiantera", è stato presentato il romanzo di Waldemaro Morgese Il tempo uguale (Les Flaneurs Edizioni, 2016). L'evento si è svolto nell'ambito della rassegna "EQUILIBRI POLIGNANESI", promossa dal Comune di Polignano tramite il Settore Cultura. Il romanzo, presente l'Autore e l'Assessora alla cultura Marilena Abbatepaolo, è stato introdotto dall'attore Franco Minervini, che ha anche letto alcuni brani ponendo domande all'Autore.

Nella foto: a sinistra Waldemaro Morgese, a destra Franco Minervini.

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IL MONDO E' DI TUTTI: recensioni

IL MONDO E' DI TUTTI: recensioni - Casina Morgese

Si riportano di seguito le recensioni al volume di Waldemaro Morgese Il mondo è di tutti. L'Italia fra Europa e globalizzazione (Edizioni dal Sud, Bari 2017).

 

SE L’EUROPA NON SA COGLIERE I CAMBIAMENTI. «Il mondo è di tutti» di Morgese

Ci vuole una intelligenza collettiva che in questo momento manca. Capace di far capire che Il mondo è di tutti, come Waldemaro Morgese titola il suo libro (Edizioni dal Sud, pag. 99, euro 8). Capace soprattutto di far capire che una storia è finita e da un pezzo ne è cominciata un’altra verso la quale siamo quasi completamente inadeguati. E ha ragione l’economista Michele Capriati nel suo epilogo a dire che sarà necessaria una controrivoluzione con uomini nuovi e programmi alternativi. A cominciare dall’abbandono di quella «cultura del recinto» della quale parla il giornalista Dionisio Ciccarese nel suo prologo.

Morgese, saggista, editorialista e animatore culturale pugliese, ha qui raccolto una serie di 21 articoli pubblicati soprattutto sul quotidiano EPolis Bari. Nei quali con ammirevole conoscenza e aggiornate citazioni passa in rassegna tutti i temi del nostro scontento. Anzitutto L’Italia fra Europa e globalizzazione, come dice il sottotitolo. Ma anche l’immigrazione e la tecnoscienza, lo statalismo e l’islamismo, la barbarie dell’odio e, perché no, san Nicola e il G7 a Bari. Temi che, ancorché possano sembrare remoti, determinano la nostra vita di ogni giorno.

Uno dei segni che siamo in un’altra storia è il papato di Bergoglio. Il primo non europeo in duemila anni di chiesa. Il secondo è nella legge dei grandi numeri, quelli che riguardano Cina e India. Ma soprattutto l’Africa col suo miliardo e 200 milioni di persone, e con l’età media di 19 anni. Popolo in cammino nonostante gli intralci (anche devastanti) di percorso. Con la vecchia Europa ormai ricca, ma stanca minoranza, diciamo fuori dalla nuova storia. Insomma si è spostato l’«ombelico del mondo» (come nella canzone di Jovanotti). Ma ci comportiamo come se non lo fosse.

Giustamente dice Morgese che ci vorrebbe una «identità terrestre». Verso la quale però alziamo muri che non ci salveranno. Così come inutili muri sono il ritorno agli interessi nazionali. Come se fosse così possibile arginare sia una immigrazione che si muove come una risacca. Sia arginare l’universalità di Internet che passa attraverso tutto. Cui sono collegate le «Grin» (genetica, robotica, intelligenza artificiale, nanotecnologie) che disegnano una nuova specie umana (il «cyborg») e la fine del lavoro come lo abbiamo conosciuto per secoli. Una «intelligenza connettiva», come la chiama giustamente Ciccarese. Cui non corrisponde, appunto, quella collettiva.

Di fronte a tutto questo, tutto il resto sembra retroguardia. Per cui l’Occidente che si chiude a riccio è una disdetta epocale verso se stesso. Soprattutto non puntando sul capitale umano che in questo nuovo inizio è l’interesse strategico più importante in assoluto. E fomentando diseguaglianze che sono il principale motivo dei conflitti fra gruppi e fra Stati. Ma che saranno spazzate come bolle di sapone, benché in questo momento i ceti popolari e i poteri forti sembrino imbattibili.

Morgese è consapevole del grande Vuoto del momento. Quello che, al di là dell’indottrinamento islamico, spinge i giovani di mezzo mondo all’antagonismo del terrorismo. Alla ricerca, a modo loro, di un senso. Il suo libro aiuta a orientarsi nello scoramento, nella frustrazione, nella sensazione che il peggio sia irreversibile. Indica una fiducia. Altrimenti «scrocconi, briganti, pirati e imbroglioni prenderanno il controllo» come scrisse nove anni fa il musicista Brian Eno. Morgese ci suggerisce un «sentire comune» che è il più grande assente del nostro tempo. Poggiare l’orecchio sulla prateria come facevano i pellerossa per capire dove andavano gli zoccoli dei cavalli.

[recensione di Lino Patruno apparsa su «La Gazzetta del Mezzogiorno» di mercoledì 23 maggio 2018, p. 22].

 

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23-05-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A BARI

23-05-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A BARI - Casina Morgese

Mercoledì 23 maggio 2018 si è svolta a Bari, presso la Liberia Laterza, la presentazione del libro di Waldemaro Morgese Il mondo è di tutti (Edizioni dal Sud, 2017): una raccolta di 21 editoriali di argomento internazionale apparsi sul quotidiano "EPolis Bari" dal 2012 al 2017, con un prologo di Dionisio Ciccarese e un epilogo di Michele Capriati. Il libro è stato discusso dall'Autore, da Michele Capriati (economista) e da Luigi Paccione (giurista). L'evento è stato aperto da Maria Laterza e da Irene Paolino, responsabile dell'Antenna Europe Direct Puglia dell'UE, nel cui progetto "Dialoghi con i cittadini sul futuro dell'Europa" la presentazione era inserita.

L'evento ha beneficiato di una folta partecipazione e di un interesse per tutta la durata, con interventi del pubblico.

 

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13-05-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A TORINO

13-05-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A TORINO - Casina Morgese

Il nuovo libro di Waldemaro Morgese "Il mondo è di tutti" (Edizioni dal Sud, 2017) è stato presentato domenica 13 maggio 2018 a Torino, alle ore 17.00, nell'ambito del XXXI Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand della Regione Puglia. Ne hanno discusso l'Autore con Enzo Borio, presidente della Sezione piemontese dell'Associazione Italiana Biblioteche, che ha posto a W. Morgese numerose domande sui contenuti della raccolta di editoriali: il dibattito con l'Autore si è sviluppato su temi cruciali quali l'immigrazione, il "capitale" umano, il ruolo delle biblioteche, lo stato di Paesi strategici come l'Africa, ed altro.

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27-04-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A MOLA

27-04-2018: "IL MONDO E' DI TUTTI" A MOLA - Casina Morgese

Si è svolta venerdì 27 aprile 2018, alle 18.30, la presentazione del libro di Waldemaro Morgese IL MONDO E' DI TUTTI presso la Libreria Culture Club Café di Mola di Bari. La raccolta di editoriali a tema internazionale, edita da Edizioni dal Sud nel 2017, è stata oggetto di una vivace interlocuzione da parte dei relatori e del pubblico presente. Ha coordinato Michele Capriati, economista, docente presso l'Università Aldo Moro di Bari, hanno interloquito l'Autore e Ivan Ingravallo, giurista, docente in diritto dell'UE presso la medesima Università. L'evento è stato aperto da Irene Paolino, responsabile dell'Antenna dell'UE "Europe Direct Puglia", essendo una iniziativa parte del progetto "Dialoghi con i cittadini sul futuro dell'Europa".

Nella foto, da sinistra a destra: l'Autore, Michele Capriati, Ivan Ingravallo.

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BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE: recensioni

BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE: recensioni - Casina Morgese

Si riporta la recensione di Piero Cavaleri al volume di Waldemaro Morgese, Bibliotecari e biblioteche. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo, Edizioni dal Sud, Bari 2016. 

 

BIBLIOTECARI E BIBLIOTECHE. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo

Questo libro di Waldemaro Morgese, che comprende un prologo di Maria Abenante e un epilogo di Maria Antonietta Ruiu, può essere letto secondo due prospettive.

La prima è quella dei concetti, la seconda quella dei significati.

Partirò dalla seconda prospettiva, brevemente ma non leggermente, perché è quella che può spiegare anche la prima.

Infatti essendo un libro composto da testi scritti lungo l’ultimo decennio, tranne uno che risale alla fine del secolo scorso, e su argomenti vari, il semplice elenco di questi ultimi non potrebbe dare in alcun modo la giustificazione del loro essere stati radunati e pubblicati oggi sotto il titolo Bibliotecari e biblioteche. Coltivare la mente allo snodo del XXI secolo.

Solo individuando i significati di tutte le pagine di questo libro possiamo capire la ragione e l’importanza della sua pubblicazione. Questi significati sono, a mio parere, l’impegno civile dell’autore, la fiducia nella possibilità di riuscire a modificare la realtà e la certezza della superiorità, sia morale sia pragmatica, del sapere, del conoscere, dell’essere consapevoli in tutte le sue forme e manifestazioni.

Oltre ai significati, altrettanto importante è comprendere chi è il destinatario dei testi, chi è che deve interpretarli per rendere reale il significato. Questo destinatario coincide idealmente con l’autore. L’autore è un intellettuale, forse gramsciano, sicuramente illuminista, che si rivolge a chi riconosce come proprio omologo per invitarlo a essere e ad agire per cambiare il mondo attraverso la diffusione del sapere e la capacità di utilizzare il sapere reificato nelle opere sia di tipo conoscitivo che di tipo espressivo. Questo è ciò che il libro ci indica, e lo fa usando alcuni concetti riferiti alla biblioteca, ai bibliotecari, agli altri operatori del filone produttivo della conoscenza.

Sullo sfondo rimangono invece i veri interlocutori dell’autore. Se l’autore si rivolge ai bibliotecari e agli altri operatori della conoscenza lo fa perché questi si rendano protagonisti di un dialogo/scontro con i detentori del potere. Questi, i politici, i dirigenti, i grandi manager, chi comanda e prende le decisioni strategiche, sono gli interlocutori che i bibliotecari devono individuare per costruire una nuova tipologia di biblioteche.

Dato il quadro generale, entriamo ad esaminare quali sono i principali concetti che emergono dai vari testi, testi, che ripeto, sono stati pubblicati o presentati durante un decennio e in forme diverse risultando perciò eterogenei se non tenessimo sempre presente durante la loro lettura ciò che abbiamo detto riguardo il significato generale dell’insieme.

Il primo concetto che emerge in molti testi è il cambiamento. Non la banale innovazione che spesso non è altro che la novità di una vetrina rinnovata ad ogni mutare di stagione, ma il cambiamento reale di elementi fondamentali della società. Morgese cerca, insistentemente e presentando casi diversi, di parlarci di ciò che realmente sta accadendo nella struttura profonda della società in cui viviamo. Il cambiamento che lo preoccupa e dovrebbe preoccupare tutti coloro che lavorano, che decidono, che pianificano nelle biblioteche è la possibile fine di un sistema in cui la coesione sociale sia sostenuta da una convergenza dei redditi e degli interessi della maggior parte della popolazione, sia attiva che ritirata dal lavoro per motivi d’età. In vari punti del libro ritorna il concetto di divaricazione nei destini delle persone. La divaricazione in atto tra chi guadagna molto e chi invece perde reddito è il cambiamento strutturale che mette in discussione il ruolo della biblioteca e che, al contrario, determina anche la possibilità di ricoprire un nuovo ruolo.

La nostra società, o almeno la società di molti paesi occidentali e di tutti i paesi che recentemente hanno imboccato percorsi di rapido sviluppo, manifesta una decisa tendenza a concentrare su pochi detentori di sapere (forse di potere) redditi e ricchezze, mentre masse sempre crescenti di esecutori (forse robotizzate o forse destinate a essere sostituiti da robot) vedono i propri redditi contrarsi e i propri diritti diminuire.

In una società di questo tipo la biblioteca, per come la conosciamo e per come la concepisce Morgese, è palesemente inutile. Avendo in gran parte perso il ruolo, quasi monopolistico, all’interno delle varie comunità di detentore dei documenti, servirebbe a ben poco quando i pochi potranno accedere facilmente a tutta la documentazione di valore di cui avranno bisogno, mentre i più saranno in grado e avranno necessità di utilizzare per svolgere le loro attività lavorative e condurre la propria vita di cittadini solo di poche informazioni fattuali e/o documenti elementari.

Morgese scommette che questa prospettiva non sia ineluttabile e che le biblioteche e, soprattutto i bibliotecari, possano e debbano avere un ruolo nel evitarlo.

Infatti se questa prospettiva fosse ineluttabile, allora il secondo concetto che ci viene ripetutamente proposto, la responsabilità sociale del bibliotecario (dell’intellettuale), sarebbe inutile.

Per l’autore invece inutile non è perché, di fronte alla possibile polarizzazione di due classi separate da barriere insormontabili, esiste un’alternativa, fatta di azioni positive per dare potere conoscitivo anche a chi sembra destinato a restare senza alcun ruolo, che, tra i molti, anche bibliotecari e biblioteche dovrebbero scegliere. Ecco il terreno su cui dovrebbero collocarsi le biblioteche e soprattutto i bibliotecari. La biblioteca sociale, la biblioteca welfaristica, la eco-biblioteca sono declinazioni diverse della biblioteca “impegnata”, che fa una scelta di campo a favore della diffusione a tutti del sapere e del saper utilizzare il sapere.

I bibliotecari, secondo Morgese, devono rendersi conto che nella società polarizzata non c’è bisogno del loro sapere se non sotto forma di un bene privatizzato.

Il ceto dominante farà proprio questo sapere distribuendolo tra le macchine (gli algoritmi) e figure specializzate non più pagate con risorse pubbliche e al servizio di tutti i cittadini, ma inserite in specifiche organizzazioni, anche pubbliche ma ad accesso riservato, comprese le scuole di élite. Il sapere dei bibliotecari in una società polarizzata sarà privatizzato oppure inutile.

Sarà inutile per i più, per coloro che dovranno svolgere funzioni robotizzate controllate dalle macchine in attesa di essere sostituiti dalle macchine. Questi più non avranno bisogno di sapere utilizzare le fonti per sviluppare pensiero originale e critico, perché questo tipo di pensiero non sarà necessario per svolgere l’unica attività di produzione di testi che gli sarà congeniale e utile: scrivere del proprio stato, delle proprie emozioni su Facebook o su Twitter.

Perché le biblioteche abbiano un futuro è necessario che la società imbocchi la strada opposta, che trovi in nuove forme di inclusione e di eguaglianza il destino del progresso scientifico e tecnologico. I bibliotecari non possono che scegliere questa seconda strada e decidere di essere protagonisti, pena la propria fine. Strano destino per una professione che per decenni ha rivendicato la neutralità di un sapere tecnico, dover ora scegliere di rischiare una scelta politica.

Waldemaro ci conduce di fronte a questa possibilità, a questa responsabilità e ci dà anche alcune idee su come agire.

Su questo piano nei vari interventi troviamo alcune fascinazioni, alcune proposte, ma soprattutto gli esempi della Teca.

Tra tutte queste proposte la più recente appare sicuramente quella dell’eco-biblioteca, che non deve intendersi riduttivamente come una biblioteca che rispetta l’ambiente oppure che propone raccolte sull’ambiente, ma ambiziosamente come la biblioteca che diviene casa della società che vuole capire i propri problemi (ambientali, ma non solo) e aiutare tutti ad acquisire conoscenze e capacità tali da poter partecipare attivamente alla produzione di beni e servizi. L’eco di eco-biblioteche va più in là dell’ecologia, fa riferimento diretto a òikos, la casa, la casa di tutti.

La proposta dell’eco-biblioteca supera sicuramente quanto Morgese proponeva nel lontano 1999, la biblioteca manageriale, che a sua volta superava quella basata sulla tecnica biblioteconomica, e anche quella welfaristica di vari altri interventi, ma di tutti tre i modelli precedenti salva ciò che di essi era essenziale, lasciandone cadere le rigidità e le sovrastrutture inutili. Del modello biblioteconomico sicuramente è la conoscenza dei documenti da parte dei bibliotecari che deve essere traghettata nella nuova biblioteca. Il modello manageriale consegna al nuovo il fondamentale concetto di accountability, di rendere conto ai contribuenti dei risultati ottenuti con le risorse (fiscali) impiegate. Il modello welfaristico porta la concezione di pro-attività per il miglioramento della società, di intervento a 360 per migliorare le persone e le loro possibilità di vivere bene e pienamente da cittadini. Tutti questi aspetti si sommano appunto nella eco-biblioteca che aggiunge ed estende la responsabilità verso l’intero ambiente a quella verso la società.

Possiamo dire che Morgese ci dà molte idee e le inquadra in una visione organica della società, delle biblioteche, dei bibliotecari, ma soprattutto indica a chi lo legge, soprattutto proprio ai bibliotecari, la necessità di elaborare delle conoscenze e idee per produrre continuamente un ambiente utile a che nascano nuove conoscenze e idee.

Infine, una meritata attenzione va dedicata anche ai due interventi di Abenante e Ruiu. Maria Abenante si fa interprete del pensiero di Waldemaro Morgese cogliendone e presentandone gli aspetti essenziali come può aver visto chi è stato all’interno del processo elaborativo che l’ha portato allo stadio attuale. La lunga frequentazione lavorativa e professionale con Morgese ha consentito ad Abenante di cogliere quelle che sono le motivazioni che hanno portato un dirigente pubblico a cogliere la possibilità di occuparsi di una biblioteca istituzionale per trasformarla in elemento di trasformazione sociale e culturale.

Ruiu invece ci propone un breve saggio che non si occupa di ciò che Morgese ha scritto, ma di dare una risposta, limitata a uno specifico caso, ma significativa, a ciò di cui Morgese vuole occuparsi: la possibilità delle biblioteche di cambiare la società in cui sono immerse. Il caso di cui si occupa Ruiu è l’anomalia dei tassi di lettura della Sardegna tra tutte le regioni del Sud (non inteso in senso strettamente geografico, ma socio-economico). Ruiu indica nell’esistenza di tante piccole biblioteche attive e nella professionalità di tante/i bibliotecarie/i di piccoli paesi una possibile spiegazione di questa anomalia. Là dove la biblioteca esiste realmente ed è parte del tessuto sociale, spesso come unica istituzione culturale, la società cambia e l’accesso alle conoscenze sociali (ai documenti) diviene un’abitudine diffusa.

[recensione di Piero Cavaleri pubblicata su "Biblioteche Oggi" n. 35 del luglio-agosto 2017, pp. 61-63].

 

 

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Casina Morgese

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